Luigi Testaferrata e la Versilia della parola: memoria di un’intelligenza inquieta
07-01-2026 08:00 -
Ricorre oggi il quinto anniversario della scomparsa del professor Luigi Testaferrata. Clebs lo ricorda con un contributo di Franco Pescali a metà fra Empoli e la Versilia
di Franco Pescali
Ci sono luoghi che non si abitano soltanto con il corpo, ma con la scrittura. La Versilia, per Luigi Testaferrata, è stata questo: non solo uno spazio geografico, ma una condizione dello spirito, una lente attraverso cui osservare il mondo, gli uomini, le loro contraddizioni. Scrivo queste righe da viareggino trapiantato a Empoli, con quel senso di doppia appartenenza che forse aiuta a capire meglio il valore di un intellettuale come Testaferrata, empolese di nascita ma versiliese d'adozione culturale e affettiva.
Nel ricordarlo nell'anniversario della sua morte, ciò che emerge con forza non è soltanto la qualità della sua scrittura, ma la trama fittissima di relazioni, di amicizie letterarie, di conversazioni interminabili che hanno fatto della Versilia – soprattutto quella di qualche decennio fa – un laboratorio culturale informale e vitale. Un mondo che oggi appare in parte scomparso, ma che nei suoi libri continua a respirare.
Tra le opere di Testaferrata, L'altissimo e le rose e La morte e l'allegria rappresentano forse i punti più alti di questo dialogo tra scrittura e territorio. Non si tratta mai di descrizioni paesaggistiche in senso stretto: la Versilia non è cartolina, non è sfondo decorativo. È piuttosto un luogo simbolico, attraversato da tensioni morali, da ironia, da un senso tragico della vita che non rinuncia mai alla leggerezza.
Ed è forse qui che va colto uno degli aspetti più importanti dell'eredità di Testaferrata: il suo modo di intendere la cultura come relazione. Il concetto di “amici letterati” non era per lui una formula astratta, ma una pratica quotidiana. Scrittori, poeti, studiosi provenienti da tutta Italia si ritrovavano in Versilia non per convegni ufficiali, ma per merende improvvisate, pranzi che diventavano cene, bicchieri di vino che si moltiplicavano insieme alle idee. Si parlava di libri, certo, ma anche di politica, di vita, di contraddizioni personali, di aneddoti e gelosie. La cultura non era separata dall'esistenza: ne era una forma intensificata.
Da viareggino, non posso non avvertire una vena di nostalgia pensando a quella Versilia. Una Versilia meno patinata, meno preoccupata di apparire, più incline all'ascolto e alla conversazione. Una Versilia che accoglieva gli intellettuali non come attrazione turistica, ma come presenze vive, capaci di animare un territorio e modificarlo. Testaferrata è stato uno degli interpreti più lucidi di quel mondo, senza mai idealizzarlo troppo, ma nemmeno liquidarlo con cinismo.
Empoli, dal canto suo, rimane il punto di partenza, la radice. Definire Luigi Testaferrata un grande intellettuale empolese significa riconoscere come la sua apertura, il suo cosmopolitismo culturale, nascano da una solida appartenenza. Empoli come luogo della formazione, Versilia come luogo dell'incontro: tra questi due poli si muove una scrittura che rifiuta le semplificazioni e cerca sempre la complessità dell'umano.
Ricordare oggi Luigi Testaferrata non è soltanto un dovere della memoria, ma un atto di resistenza culturale. Significa affermare che esiste – ed è esistita – una maniera diversa di fare cultura: meno rumorosa, più conviviale; meno commerciale, più dialogica. I suoi libri restano come tracce vive di quella stagione e continuano a parlarci, soprattutto a chi sente ancora il bisogno di pensare insieme, magari davanti a un bicchiere di vino, tra il mare e le montagne, in quella Versilia che forse non c'è più, ma che nella scrittura può ancora tornare a esistere.