Due cose che ci insegna il rinvio della Befana... a domenica
07-01-2026 09:20 -
di Pietro Spina
C’è un dettaglio apparentemente minimo, quasi folcloristico, che però dice molto di come stiamo educando — o diseducando — una comunità. Il rinvio della discesa della Befana dal Campanile della Collegiata, prevista per il 6 gennaio e spostata a domenica 11 a causa del maltempo, non è solo una scelta organizzativa dettata dalla prudenza. È anche, volenti o nolenti, un messaggio culturale.
Il messaggio è questo: non si rinuncia mai a nulla. Al massimo si rimanda. E se si rimanda, lo si fa dando l’impressione di una proroga a oltranza, come l’aiutino nel quiz televisivo o come lo studente che, durante l’interrogazione, chiede al professore “un’altra domanda”, “un’altra possibilità”, “un altro appiglio”. Sempre un’altra chance. Sempre un recupero. Sempre una soluzione che eviti la frustrazione.
Ora, sia chiaro: nessuno mette in discussione la necessità di garantire la sicurezza. Se il maltempo rende pericolosa una manifestazione, è sacrosanto fermarsi. Ma è proprio qui che nasce la questione educativa: fermarsi significa anche accettare che quell’evento, per quell’anno, non si farà. Punto. Senza appendici, senza supplementi, senza edizioni “fuori stagione”.
Perché la Befana, simbolicamente, scende il 6 gennaio. Non l’11. E se non scende, pazienza. Fa parte della vita. Fa parte delle cose che non vanno come previsto. Fa parte, soprattutto, di quell’educazione alla perdita e al limite che sembra essere diventata intollerabile.
Non è la prima volta che accade. Pochi anni fa, quando alla cerimonia era prevista la presenza di Luciano Spalletti, allora neo commissario tecnico della Nazionale, il maltempo si mise di traverso anche in quell’occasione. E allora l’evento fu annullato. Senza recuperi, senza rinvii, senza tentativi di salvare a tutti i costi lo spettacolo. Si disse: non si può fare. Fine.
Oggi invece prevale la logica del “si può fare comunque”. Anche dopo. Anche fuori tempo massimo. Anche forzando il senso stesso della manifestazione. È la stessa logica che permea molti ambiti della vita pubblica e privata: esami con appelli infiniti, scadenze elastiche, regole negoziabili, eccezioni che diventano sistema. Una logica che, alla lunga, non rassicura: indebolisce.
Perché educare non significa solo offrire opportunità, ma anche insegnare che esistono dei no. Che esistono dei confini. Che non tutto è recuperabile. Che una delusione, se contenuta e spiegata, non traumatizza nessuno. Anzi: rafforza.
Un bambino che aspetta la Befana e scopre che quest’anno non scenderà dal campanile impara — magari senza saperlo — una lezione preziosa: il mondo non gira sempre come vogliamo. Un adulto che accetta quella decisione impara, o ricorda, che il valore di un evento sta anche nella sua irripetibilità. Se lo sposti, se lo replichi, se lo rendi flessibile, lo svuoti di significato.
La politica del recupero a tutti i costi, della proroga come riflesso automatico, non è neutra. È una scelta culturale. Ed è una scelta che comunica l’idea che la frustrazione sia un male assoluto, da evitare sempre e comunque. Ma una società che non tollera nemmeno una piccola rinuncia — una festa saltata, un evento annullato — è una società che prepara male i suoi cittadini alle vere difficoltà.
Forse sarebbe stato più educativo dire: quest’anno la Befana non scende. Il tempo non lo permette. Ci riproveremo l’anno prossimo. Non è una sconfitta. È rispetto per le regole, per i simboli, per il tempo giusto delle cose.
Perché non tutto si può fare sempre. E impararlo, ogni tanto, fa bene