Referendum, nasce il Comitato per il "No". Deidda (ex magistrato): «In gioco l’equilibrio dei poteri e l’indipendenza dei giudici»

14-01-2026 08:33 -

Una sala affollata all'Arci di Avane per la presentazione ufficiale del Comitato territoriale per il “No” al referendum sulla giustizia e un lungo intervento di analisi critica affidato all'ex magistrato Beniamino Deidda, con un passato da Procuratore della Repubblica a Firenze, Prato e Trieste.

L'iniziativa, promossa dal Comitato per la Difesa della Costituzione insieme a numerose associazioni della società civile, si è posta un obiettivo dichiarato: informare i cittadini sui contenuti della riforma costituzionale della giustizia e favorire un voto consapevole in vista della consultazione referendaria fissata per il 22 e 23 marzo.

Ad aprire l'incontro è stata Sandra Sani, esponente del Comitato per la Difesa della Costituzione, che ha illustrato la genesi e le finalità del nuovo comitato locale, nato in adesione al Comitato nazionale della società civile per il “No”. Un coordinamento ampio e trasversale, che vede la partecipazione di associazioni come ANPI, ARCI, CGIL, AUSER, Amici Italia-Cuba e singoli cittadini. «Il nostro compito – ha spiegato – è supplire a una grave carenza di informazione pubblica su una riforma che incide profondamente sull'assetto costituzionale del Paese».

Sani ha ricordato anche il forte segnale arrivato dalla raccolta firme online a sostegno del quesito referendario alternativo: oltre 400 mila adesioni in poco più di venti giorni. Un dato che, secondo i promotori, testimonia una crescente attenzione dell'opinione pubblica, alimentata anche dall'annuncio ufficiale della data del voto e dal ricorso presentato dai promotori del referendum.

Il cuore politico e culturale della serata è stato però l'intervento di Beniamino Deidda che vanta cinquant'anni di esperienza all'interno dell'ordine giudiziario. Un intervento dal tono diretto, pensato non per specialisti ma per cittadini comuni, con l'obiettivo di “tradurre” il linguaggio tecnico della riforma e metterne in luce le implicazioni di fondo.

Deidda ha chiarito subito di non parlare da costituzionalista accademico, ma da uomo che ha vissuto “dall'interno” il funzionamento della giustizia italiana. Ed è proprio questa esperienza, ha sottolineato, a rendere evidente come la riforma non sia una semplice revisione tecnica, bensì un intervento capace di alterare l'equilibrio tra i poteri dello Stato. «In una democrazia – ha ricordato – i tre poteri devono restare separati: legislativo, esecutivo e giudiziario. Se si indebolisce questa separazione, lo Stato di diritto è a rischio».

Uno dei punti centrali della critica riguarda quella che Deidda definisce una “truffa delle etichette”. La riforma viene presentata come riforma della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, ma – sostiene – nei testi costituzionali modificati non esiste una reale separazione. Gli articoli modificati sono solo sette, ma incidono in modo radicale sull'impianto della Carta. In particolare, l'articolo 104 continua a definire la magistratura come un unico ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, comprendente sia giudici sia pubblici ministeri. La presunta separazione delle carriere viene rinviata a una futura legge ordinaria, senza essere attuata direttamente dalla riforma costituzionale.

Secondo Deidda, il vero obiettivo dell'intervento non è migliorare l'efficienza della giustizia – come ha ammesso lo stesso ministro Nordio, ricordando che la riforma non accelera i processi né li rende più equi – ma ridefinire il rapporto tra potere politico e potere giudiziario. A sostegno di questa tesi, l'ex magistrato ha citato dichiarazioni pubbliche di esponenti di governo: dal ministro Nordio, che parla di “recupero del primato della politica”, alla presidente del Consiglio Meloni, che ha definito “intollerabile invadenza” il controllo esercitato dai giudici sull'azione di governo, fino al sottosegretario Mantovano e ad altri esponenti istituzionali che denunciano un presunto eccesso di interferenze della magistratura.

Un insieme di affermazioni che, per Deidda, non possono essere ignorate. «Se a dirlo fossero i critici della riforma, si potrebbe parlare di esagerazioni. Ma quando sono i promotori stessi ad ammettere di voler cambiare l'equilibrio tra i poteri, allora i cittadini devono prenderli sul serio».

Nel suo intervento, Deidda ha anche allargato lo sguardo al contesto istituzionale generale, denunciando lo svuotamento progressivo del ruolo del Parlamento, sempre più subordinato all'iniziativa del governo e alla pratica della fiducia. In questo scenario, ha sostenuto, l'indipendenza della magistratura rappresenta uno degli ultimi argini a una concentrazione eccessiva del potere esecutivo.

La serata si è conclusa con l'annuncio delle prossime iniziative, tra cui un nuovo incontro pubblico con Deidda previsto per il 20 gennaio a Monterappoli, e con l'invito a partecipare attivamente alla raccolta firme online e alla diffusione delle informazioni. Un messaggio chiaro, quello emerso dall'incontro: il referendum sulla giustizia non riguarda solo addetti ai lavori, ma tocca i fondamenti stessi della democrazia costituzionale.