Massimo Giannoni, Empoli e il mondo: la pittura come destino ostinato
08-02-2026 15:22 -
di Emilio Chiorazzo
Empoli non è solo un luogo geografico, per Massimo Giannoni. È una matrice. Una stratificazione di incontri, attriti, affetti, scontri culturali e umani che hanno inciso il suo modo di stare nel mondo prima ancora che il suo modo di dipingere. Lo studio dove lavora è un luogo vivo, attraversato da tele, rotoli di carta, cataloghi, memorie. È da qui, da questo spazio che odora di colore e di tempo, che Massimo Giannoni racconta la sua storia, mentre dà gli ultimi sguardi – quelli più critici – alle tele che tra qualche giorno partiranno per la Turchia, per Istanbul.
La sua è una storia che parte da Empoli, dai quartieri popolari, dall'Istituto d'Arte, e arriva molto lontano: Parigi, New York, la Cina. Senza mai perdere, però, il filo di una formazione umana prima ancora che artistica. Empoli, per Giannoni, non è solo un luogo geografico: è un laboratorio umano, una palestra di relazioni, una comunità artistica irregolare, spesso contraddittoria. Cresce in un contesto popolare, tra difficoltà scolastiche, lavoro precoce e una vocazione per il disegno che emerge quasi per necessità.
«Io a sedici anni decoravo bicchieri. Facevo l'operaio. La scuola non era fatta per me, probabilmente avevo quello che oggi chiamano dislessia. All'epoca eri solo uno che “non andava bene”.»
L'Istituto d'Arte diventa allora una seconda possibilità. Non un rifugio, ma un campo di tensioni: tra disciplina e libertà, tra tradizione e rifiuto del mercato, tra provincia e mondo.
«Io non mi sento uno che ha “realizzato” tutto quello che voleva», dice quasi a bassa voce. «Però ci sono arrivato. Anche senza grandi strategie. Stavo lì, lavoravo, e pensavo: prima o poi qualcosa succede.»
Nella lunga conversazione che si snoda tra ricordi, digressioni, ironia e crudezza, emerge il ritratto di un artista che non ha mai separato l'esperienza della vita dalla pratica della pittura. Giannoni nasce e cresce in una Empoli operaia e popolare, lontana dalle mitologie glamour dell'arte, ma densissima di figure, personalità, caratteri. È un ambiente che forma più sul piano umano che su quello professionale, come lui stesso ammette con lucidità. Giannoni non idealizza: «A livello umano c'era tanta ricchezza, ma a livello tecnico e professionale no. Gli artisti erano ancorati al passato. Io, come altri miei coetanei, avevamo lo sguardo rivolto in avanti, verso nuovi orizzonti. Eravamo negli anni Settanta, fuori c'era il rifiuto della pittura, l'arte concettuale. A Empoli si respirava altro».
Eppure è proprio da qui che parte tutto.
Empoli e i pittori empolesi: maestri, zii, fantasmi . Il rapporto con i pittori empolesi non è mai celebrativo. È fatto di affetto, di distanza critica, di osservazione continua. Loris Fucini, per Giannoni, rappresenta una figura chiave: meno provinciale di altri, capace di uno sguardo più aperto, di una tensione diversa, tanto da arrivare a una presenza alla Biennale di Venezia. Non tanto un modello stilistico, quanto una postura mentale.
Con Virgilio Carmignani il legame si fa quasi familiare, “da zio”. Carmignani appare come un pittore monastico, dedito al lavoro con una disciplina quasi ascetica, capace di una pittura doppia: da un lato il paesaggio post-impressionista dipinto en plein air, dall'altro una ricerca più sperimentale e silenziosa. Le visite serali, i cataloghi portati da Parigi, le discussioni su Balthus e Picasso raccontano un rapporto fatto di scambio vero, di intimità intellettuale. Non un maestro da imitare, ma una presenza che lascia tracce profonde.
«Virgilio aveva un'idea del lavoro da monaco. Diceva: non mi sono mai sposato perché non potevo permettermi distrazioni. Sembrava un uomo mistico, quasi di chiesa. Poi parlavi con lui e scoprivi tutt'altro. C'era una doppia lettura, nella sua pittura e nella sua vita».
Altri nomi – Gambassi, Boni – emergono come figure irregolari, spesso marginali, talvolta autodistruttive, ma attraversate da lampi di cultura autentica. Gambassi, in particolare, appare come un artista colto e tragico, vicino alle esperienze dell'arte cinetica e astratta, con un uso del colore sorprendentemente raffinato. Personaggi che vivevano ai margini del sistema e che proprio per questo hanno contribuito a costruire un humus umano, più che una scuola. Tra Empoli e Firenze: lo strappo necessario. Gli anni Settanta sono un periodo di frattura. Da una parte Empoli, con la sua pittura “crepuscolare”, legata a una tradizione forte ma ripiegata su se stessa; dall'altra Firenze, dove dominano l'arte concettuale, il rifiuto della pittura, le gallerie come Schema, gli shock estetici che lasciano Giannoni spiazzato e insieme inquieto.
È in questa tensione che matura la sua coscienza artistica. Da un lato il fascino della grande pittura ottocentesca, della tecnica, della materia; dall'altro la consapevolezza che il mondo sta andando altrove. Giannoni non rifiuta la pittura, ma capisce che deve reinventarla. Non per moda, ma per necessità.
Una formazione accidentata, ma feroce. La sua storia personale è tutt'altro che lineare. Espulso da scuola, operaio giovanissimo, decoratore di bicchieri a sedici anni, Giannoni attraversa una formazione irregolare, segnata da difficoltà scolastiche che oggi definirebbe senza esitazione come dislessia non riconosciuta. Eppure proprio questa marginalità lo costringe a una determinazione feroce.
Recupera gli studi da privatista, entra all'Istituto d'Arte, poi all'Accademia, accumula diplomi e titoli in modo quasi clandestino. Intanto frequenta ambienti cruciali: entra in contatto con figure come John Alcorn, Milton Glaser, Remo Salvadori. Assorbe visioni, racconti, esperienze che allargano definitivamente il suo orizzonte.
Il passaggio a Firenze e all'Accademia segna uno spartiacque. Qui Giannoni entra in contatto con artisti e compagni di corso che incarnano una diversa consapevolezza: Remo Salvadori, Fabrizio Corneli, Paolo Calugi. «Salvadori era uno che si era costruito attraverso la pittura. Anche quando l'ha rifiutata, sapeva cosa stava facendo».
Firenze, con gallerie come Schema, è anche il luogo dello spaesamento. «Entravi e trovavi un sasso per terra, una riga sul muro. Ti dicevano: la pittura è morta. E tu venivi da Empoli, dove la pittura era ancora tutto».
Dall'Italia al mondo: Parigi, New York, la Cina. La svolta arriva quando il lavoro comincia a viaggiare. Arriva quasi per caso, come spesso accade nelle traiettorie non programmate: un premio vinto, un invito, un incontro giusto al momento giusto. «Vinsi il Premio Lubiam. Non era facile. A Mantova, in giuria, c'erano artisti francesi artisti importanti, poi c'è stata Parigi… da lì si sono aperte porte».
Seguono esperienze internazionali: Parigi, New York, gallerie, dealer, contatti con il mercato internazionale negli anni della Transavanguardia. «A New York arrivai con un rotolo di cinquanta acquerelli astratti. Entravo nelle gallerie così. Oggi sarebbe impensabile».
Negli anni più recenti, le mostre continuano. Una collettiva in Cina, in un museo di primo piano. «Ora ho dieci quadri esposti in Cina. È una mostra collettiva, ma è un museo importante. Fa effetto pensarci». Due opere di Giannoni sono state selezionate per la galleria di artisti contemporanei del Quirinale e sono im mostra lì. Altre opere sono all'ambasciata italiana presso il Vaticano.
Premi, soggiorni, contatti internazionali, mostre collettive e personali segnano un percorso che si allontana progressivamente dalla dimensione locale. Giannoni racconta con ironia e stupore le sue avventure newyorkesi: rotoli di grandi acquerelli astratti, visite improvvisate alle gallerie, incontri surreali con dealer, artisti, personaggi eccentrici. È il periodo della Transavanguardia, in cui la pittura italiana torna a essere richiesta, spesso senza troppi scrupoli. Lui osserva, partecipa, ma resta sempre leggermente defilato, fedele a una ricerca personale.
Negli anni successivi il suo lavoro trova spazio anche in contesti istituzionali importanti: musei, cataloghi critici, mostre internazionali. Nella sua pittura il tema dell'accumulo e quello dell'abbandono convivono in una tensione silenziosa ma costante. Librerie, bookshop, borse valori, mappamondi, poltrone vuote non sono semplici oggetti: sono tracce di un'umanità che ha depositato conoscenze, merci, desideri e poi si è ritirata, lasciando dietro di sé solo i segni del proprio passaggio. L'accumulo diventa memoria visiva, quasi ossessiva; l'abbandono emerge nell'assenza che rende quegli spazi inquieti e fragili. In questo equilibrio tra pieno e vuoto, Giannoni costruisce una pittura che riflette sul tempo, sulla perdita e sulla solitudine contemporanea, trasformando luoghi e oggetti quotidiani in scenari mentali, carichi di una malinconia trattenuta e mai dichiarata.
La pittura come resistenza. Dalla conversazione emerge un filo rosso costante: la pittura come atto di resistenza. Contro le mode, contro i mercati, contro le semplificazioni. Giannoni non si racconta mai come un artista “arrivato”. Anzi, dice apertamente di non sentirsi realizzato. Ma è proprio questa inquietudine che lo tiene in movimento. Empoli resta sullo sfondo, non come nostalgia, ma come fondazione umana. I pittori empolesi non sono un'eredità stilistica, ma una palestra di vita. Il mondo, invece, è lo spazio in cui la sua pittura ha potuto respirare, trasformarsi, trovare ascolto. In questo intreccio tra provincia e metropoli, disciplina e disordine, tecnica e rischio, Massimo Giannoni costruisce una storia che è insieme personale e collettiva. Una storia che racconta non solo un pittore, ma un'epoca dell'arte italiana vista dal basso, con sincerità brutale e passione autentica.