Slow food: "Accordo Ue–Mercosur, modello commerciale fallimentare"
11-02-2026 14:05 -
Il modello commerciale su cui è basato l'accordo Ue–Mercosur è fallimentare Si tratta di un accordo che danneggia agricoltori, comunità ed ecosistemi su entrambe le sponde dell'Atlantico
Meno di un mese fa – era il 17 gennaio – ad Asunción (Paraguay) veniva firmato l'accordo commerciale tra l'Unione europea e i Paesi del Mercosur: Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. All'indomani di quello che è stato da più parti definito un annuncio storico, il Parlamento europeo ha chiesto alla Corte di giustizia dell'Ue di esprimersi sulla conformità dell'accordo ai Trattati europei. Più di ogni altra cosa, l'accaduto mette in luce le disfunzioni strutturali dei sistemi alimentari contemporanei. Guardiamo al contesto: persino nei Paesi dove i governi sostengono l'accordo, come Italia, Germania o Spagna, le organizzazioni agricole hanno espresso una forte opposizione al trattato. Il dibattito sul Mercosur sta rivelando profonde contraddizioni politiche e facendo cadere il sipario su quanta distanza vi sia tra la retorica e la realtà: una realtà che produce degrado ecologico e genera profondi squilibri di mercato.
Secondo Slow Food Italia, il trattato Ue-Mercosur mette a rischio non solo la sopravvivenza della nostra agricoltura di piccola scala, ma la stessa integrità dei sistemi alimentari globali: questo accordo è lo specchio di un modello di sviluppo obsoleto, che premia il profitto immediato di poche grandi multinazionali, rimanendo indifferenti rispetto alla salute dei cittadini, alla tutela ambientale e ai diritti fondamentali dei lavoratori e delle comunità. Il cibo non può e non deve mai essere ridotto a una mera merce di scambio nei trattati internazionali.
L'Europa dovrebbe impegnarsi a progredire verso una transizione ecologica attraverso strategie che vietino l'importazione massiccia di prodotti ottenuti con pratiche che nei nostri campi sono proibite da decenni. Non è possibile accettare una concorrenza sleale istituzionalizzata, dove gli agricoltori europei sono chiamati a rispettare regole ferree mentre si permette l'ingresso di beni che evadono tali requisiti, danneggiando sia i produttori onesti che i consumatori finali. Le conseguenze ambientali sarebbero catastrofiche.
Il punto non è affermare che il commercio debba fermarsi. La questione è capire cosa debba essere scambiato e perché. L'Unione europea importa enormi quantità di mangimi dal Mercosur, in particolare la soia che alimenta grandi allevamenti industriali intensivi. Questo esempio è emblematico di come i flussi commerciali modellino — e spesso distorcano — gli impegni nazionali verso la transizione ecologica, un obiettivo che sulla carta viene spesso definito prioritario.
Ma anche dal punto di vista commerciale i termini dell'accordo fanno sorgere timori, in particolare per quanto riguarda possibili forme di concorrenza sleale. Il trattato prevede quote a dazio zero per prodotti agricoli sudamericani come carne bovina, pollame, riso, zucchero e miele, prodotti per i quali gli agricoltori europei devono rispettare standard più rigorosi in materia di pesticidi, tutela ambientale e benessere animale. Un sistema di questo genere rischia di aggravare l'annoso problema dei cosiddetti doppi standard: si tratta del meccanismo per cui, già oggi, entrano all'interno dell'Unione europea alimenti provenienti dall'esterno dei confini comunitari prodotti seguendo norme meno stringenti – in materia di salute dell'uomo, dell'ambiente e del benessere animale – di quelle in vigore all'interno. Per questo motivo Slow Food Italia da tempo chiede l'applicazione di misure specchio, cioè l'applicazione dei medesimi standard al cibo importato in Ue.
E, volendo tornare sul tema delle disfunzioni strutturali e delle contraddizioni, va ricordato che sono proprio le aziende europee a produrre e a esportare nei Paesi terzi come il Brasile quei pesticidi (vietati in Europa) che poi fanno ritorno sulle nostre tavole sotto forma di residui negli alimenti. Un dato su tutti: nel 2024 gli Stati membri hanno autorizzato l'esportazione di quasi 122.000 tonnellate di sostanze il cui utilizzo è vietato in Ue. Di fronte a paradossi di questo tipo, è evidente quanto sia urgente l'adozione di politiche che impediscano l'aggravarsi di questo squilibrio strutturale. Gli alimenti che entrano nell'Unione europea devono rispettare gli stessi standard ambientali e sanitari richiesti ai produttori locali. In assenza di tali misure, la liberalizzazione degli scambi non può che accentuare le distorsioni competitive e provocare ulteriori danni ambientali ed ecologici.
Slow Food chiede un approccio radicalmente diverso al commercio: un modello che si fonda sulla qualità, sull'equità, sulla resilienza dei territori e sulla sostenibilità ecologica. Il commercio deve servire le comunità e gli ecosistemi, non minacciarli. Solo così potrà contribuire ad affrontare le sfide attuali, invece di aggravare i problemi esistenti.