Non provincia, ma prospettiva: l’arte che rende liberi. L'interessante dialogo tra Fergonzi e Montanari
13-02-2026 21:45 -
Mancano due giorni alla chiusura della mostra. Sabato 14 e domenica 15 febbraio saranno le ultime occasioni per entrare all'Antico Ospedale San Giuseppe e visitare “Provincia Novecento. Arte a Empoli 1925-1960”, la mostra che racconta i pittori empolesi del Novecento, curata da Belinda Bitossi, Marco Campigli, Cristina Gelli e David Parri. E proprio in questa soglia, in quel momento sospeso tra bilancio e commiato, Empoli ha vissuto un finale che non è una cerimonia, ma un atto civile.
Venerdì 13 febbraio in un Palazzo delle Esposizion gremito di cittadini si è consumato l'ultimo appuntamento del ciclo “Provincia Novecento allo specchio”. Un dialogo pubblico tra Tomaso Montanari, storico dell'arte e rettore dell'Università per Stranieri di Siena, e Flavio Fergonzi, professore di Storia dell'Arte Contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa.
Il tema è di quelli che pesano: “Il patrimonio culturale come liberazione”. Non uno slogan, ma una domanda concreta: in che modo l'arte può essere resa viva, accessibile, capace di generare consapevolezza, partecipazione, libertà culturale?
Una mostra nata in casa, non in franchising. Per capire il senso dell'incontro bisogna partire dal contesto empolese. Provincia Novecento non è stata una mostra-calendario, non un grande nome calato dall'alto per attirare flussi e selfie. È nata intrecciando storie di famiglie, collezioni private, memorie di atelier, biografie operaie e borghesi. È cresciuta dentro una città che non si sente succursale di nessuno.
Fergonzi, che di Novecento italiano è tra i massimi studiosi, lo ha mostrato con rigore: «La provincia non è la copia sbiadita del centro. È un laboratorio dove la modernità arriva, viene filtrata, talvolta contrastata, spesso reinventata. Non si tratta di misurare quanto Empoli “assomigli” a Milano o a Roma, ma di capire che cosa nasce qui, in questo territorio, quando la grande storia dell'arte incontra tradizioni locali, committenze pubbliche, botteghe, scuole. Negli anni tra il 1925 e il 1960 – quelli raccontati dalla mostra – si vedono due tensioni: da una parte il confronto con il dibattito nazionale, dall'altra il radicamento in una cultura visiva toscana che non è cartolina, ma lingua madre. Poi la frattura della guerra, lo spaesamento, l'irruzione dell'espressionismo, il dialogo con l'Europa. Sempre con una cifra propria». Empoli, insomma, non rincorre: dialoga.
Montanari: la cultura come servizio pubblico. Montanari ha portato lo sguardo su un piano più largo, politico nel senso più alto del termine. Formatosi alla Normale di Pisa, studioso del Seicento europeo e della storia del concetto di patrimonio culturale, vive e lavora tra Firenze e Siena. Fino al 2027 è rettore dell'Università per Stranieri di Siena, un luogo che ha fatto della relazione con l'altro la propria missione civile. Autore di libri che interrogano il senso stesso dell'arte pubblica – da A cosa serve Michelangelo? a Contro le mostre, fino ai più recenti Le statue giuste (Laterza 2024) e Libera università (Einaudi 2025) – Montanari insiste da anni su un punto: il patrimonio non è un tesoro da sfruttare, ma un bene comune che fonda la cittadinanza.
«Nel dialogo empolese questo tema si incrocia con un fatto concreto: la mostra è ospitata in un antico ospedale. Un luogo nato per curare i corpi che oggi cura le coscienze. Non è un dettaglio architettonico, è un simbolo. Significa dire che la cultura è servizio pubblico, non intrattenimento accessorio».
Montanari, presidente onorario dell'Istituto per gli Studi Filosofici di Napoli, accademico di San Luca, Premio Giorgio Bassani di Italia Nostra e Commendatore della Repubblica per l'impegno a difesa del patrimonio, ha sempre sostenuto che la civiltà è relazione, non dominio. «A Empoli questa frase ha preso forma: niente colonizzazioni culturali, niente marchi imposti, ma una costruzione dal basso». Fergonzi: la provincia come luogo critico. Fergonzi, dal canto suo, porta una traiettoria accademica che attraversa Milano, Trieste, Udine, fino alla Normale di Pisa. È stato nei comitati scientifici del Museo del Novecento di Milano, della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, del Musée Rodin di Parigi, del Center for Italian Modern Art di New York. Ha studiato la scultura tra Ottocento e Novecento, la critica d'arte del dopoguerra, i rapporti tra Italia e America.
Il suo contributo alla lettura di Provincia Novecento è stato netto: «niente gerarchie automatiche tra centro e periferia. La provincia può essere luogo di scarto creativo, di resistenza all'omologazione, di sperimentazione meno condizionata dal mercato. Guardando le opere empolesi, emergono relazioni sottili: il rapporto tra corpo e paesaggio, tra espressività e misura, tra tradizione rinascimentale e inquietudine moderna. Non una modernità gridata, ma meditata. Non un'adesione passiva alle ideologie del tempo, ma una distanza critica». Il patrimonio come liberazione. Ecco allora il cuore dell'incontro del 13 febbraio: in che senso il patrimonio può essere liberazione? Liberazione dalla subalternità culturale, anzitutto. Una città che studia il proprio Novecento non si sente minore. Liberazione dall'uso mercantile dell'arte, quando il valore di un'opera coincide solo con la sua spendibilità economica. Liberazione dall'ignoranza, nel senso etimologico: non sapere di avere una storia, hanno detto a turno i due ospiti dell'evento.
Ma c'è di più. In una città come Empoli, con una forte tradizione operaia e associativa, il patrimonio diventa occasione di emancipazione sociale. Quegli artisti del Novecento erano spesso figli di artigiani, muratori, famiglie popolari. L'arte è stata per loro una “stanza tutta per sé”, uno spazio di libertà conquistata senza recidere le radici.
Il dialogo tra Montanari e Fergonzi porta a intrecciare questi livelli: la grande teoria del patrimonio come bene costituzionale e la concretezza di una mostra locale che ha saputo coinvolgere studiosi, studenti, cittadini.
Ultima chiamata. C'è un dato semplice e urgente: restano solo due giorni per visitare la mostra. Sabato 14 e domenica 15 febbraio saranno le ultime occasioni per attraversare quelle sale e guardare Empoli allo specchio. Empoli, per qualche settimana, ha dimostrato che la provincia non è margine, ma prospettiva. E che, quando una comunità si riappropria della propria storia, non lo fa per chiudersi: lo fa per respirare meglio.