Empoli, dopo l’alluvione il nodo resta la fragilità del territorio: “Non è eccezionalità, serve fermare nuove edificazioni”

26-02-2026 12:52 -

L'alluvione che ha colpito la città non può più essere considerata un evento straordinario o imprevedibile. È questa la conclusione politica e tecnica che i comitati cittadini traggono dai lavori della Commissione consiliare congiunta I e II riunitasi il 12 febbraio scorso, dedicata all'analisi delle cause e delle prospettive di messa in sicurezza del territorio.

Secondo l'Unione cittadini alluvionati insieme ai comitati di Ponzano, Carraia, San Martino–Serravalle e al gruppo Trasparenza per Empoli, quanto emerso durante la Commissione delineerebbe «una fragilità strutturale ormai evidente», aggravata da decenni di urbanizzazione non accompagnata da un adeguamento delle infrastrutture idrauliche.

Nel corso della seduta è stato ricordato che nel marzo 2025, nel bacino dell'Arno medio, sono caduti 199 millimetri di pioggia contro una media trentennale di 81 millimetri. Un dato definito da alcuni tecnici come eccezionale.

Tuttavia, osservano i comitati, gli stessi report regionali mostrano come valori simili si siano registrati più volte negli ultimi venticinque anni: 164 millimetri nel 2001 e nel 2009, 244 nel 2013 e 226 nel 2018. A ciò si aggiunge un elemento ritenuto decisivo: Empoli ha vissuto tre eventi alluvionali in circa cinque anni.

«Non siamo davanti a un episodio isolato — sostengono — ma a una nuova normalità climatica con cui la pianificazione urbana deve confrontarsi».

Uno dei punti centrali emersi in Commissione riguarda le cause degli allagamenti. I fenomeni di rigurgito fognario sono stati registrati in diverse zone della città, anche lontane tra loro, elemento che escluderebbe una responsabilità legata esclusivamente alla rottura dell'argine dell'Orme.

Il problema, secondo quanto riportato nel documento tecnico, sarebbe invece sistemico: rete fognaria insufficiente in alcune aree, reticoli idraulici minori non adeguatamente messi in sicurezza e opere di mitigazione mai completate.

In sostanza, spiegano i comitati, il sistema urbano sarebbe stato dimensionato per una città più piccola, mentre nel tempo l'espansione edilizia avrebbe aumentato le superfici impermeabili senza un corrispondente potenziamento delle infrastrutture.
Altro passaggio ritenuto significativo riguarda la competenza sulla gestione delle acque piovane. Durante la Commissione, il gestore idrico avrebbe chiarito che le acque meteoriche non rientrano nelle proprie responsabilità, che restano invece in capo al Comune.

Una posizione che trova riscontro anche nella giurisprudenza amministrativa: secondo una sentenza del TAR Lazio del 2022, l'intensità delle precipitazioni non può essere considerata automaticamente causa imprevedibile se il sistema di smaltimento non risulta adeguato.

Particolarmente critico, secondo i comitati, il meccanismo con cui vengono valutate le nuove lottizzazioni. Le verifiche sulla capacità della rete fognaria avverrebbero infatti dopo la previsione urbanistica: se il sistema risulta insufficiente, vengono richieste vasche di laminazione o lo scarico delle acque nel reticolo minore.

Un'impostazione definita «rovesciata»: prima si pianifica la costruzione e solo successivamente si tenta di gestire l'impatto idraulico.

Al centro del dibattito anche il principio dell'invarianza idraulica, utilizzato per consentire edificazioni in presenza di opere compensative. Durante la Commissione sarebbe stato riconosciuto che tale strumento presenta limiti tecnici e che la verifica reale avviene solo durante eventi meteorici intensi.

Secondo i comitati, l'invarianza può limitare un peggioramento ma non riduce il rischio già esistente.
Tra le opere previste figurano nuovi sistemi di pompaggio, casse di espansione nelle aree di Sant'Andrea e Fontanella e interventi sul torrente Orme. Misure giudicate positive ma non sufficienti.

Le idrovore, spiegano i cittadini, rappresentano strumenti di emergenza, mentre le casse legate al raddoppio ferroviario servirebbero soprattutto a mitigare impatti futuri. Resterebbero invece in sospeso numerosi interventi strutturali previsti da oltre un decennio.

La conclusione dei comitati è netta: continuare a prevedere nuove edificazioni in un territorio già sotto pressione idraulica significherebbe aumentare il rischio.

Le richieste avanzate sono tre: stop alle costruzioni nelle aree naturali e a rischio idraulico, avvio immediato delle opere di sicurezza attese da anni e aggiornamento degli studi idrologici alla luce dei cambiamenti climatici.

«La sicurezza del territorio — affermano — non si proclama dopo un'emergenza, ma si costruisce prima di aggiungere nuovo cemento».