“Il confronto non si censura”: replica di Carriero alle polemiche sul dibattito “Io lavoro?”

05-03-2026 10:09 -

Sulla polemica, innescata da un intervento del Csa Intifada in merito a un incontro - organizzato dalla Federazione dei Giovani socialisti dell'Empolese-valdelsa, arriva la risposta del diretto interessato, Cosimo Carriero, capogruppo di Fratelli d'Itallia in consilglio comunale a Empoli ed esponente di Giventù Nazionale. Ecco il suo commento.

QUI I DUE INTERVENTI PRECEDENTI - Csa Intifada; I Giovani socialisti dell'Empolese-Valdelsa

Ho letto la nota del Csa Intifada sul dibattito "Io lavoro?" in programma lunedì 9 marzo alle ore 21 presso la sede di Scomodo (ex cinema La Perla), iniziativa promossa dai Giovani Socialisti e ospitata dall'associazione Scomodo, alla quale – insieme ad altri ospiti, tra cui CGIL, Giovani Democratici, CNA e Federazione Giovanile Socialista – risulta invitato anche il sottoscritto.

La premessa, per me, è semplice: chiunque è libero di esprimere un'opinione, anche dura, anche radicale. È un diritto. Ma proprio perché è un diritto serio, va esercitato con serietà: con parole pesate, fatti verificabili, argomenti riconoscibili.

E qui sta il punto: nella nota si afferma, da un lato, che gli organizzatori sono liberi di invitare chi vogliono, e dall'altro si chiede, in sostanza, che un rappresentante eletto venga escluso perché "non interlocutore", qualificato come "fascista" o comunque assimilabile a quell'area, con la formula "nessun dialogo mai coi fascisti".

È esattamente questo il paradosso: si invoca la libertà per negare la libertà, si chiama "democrazia" l'idea che l'avversario non debba parlare.

"Fascista" non è un sinonimo di "non mi piace". In Italia il fascismo non è una categoria da usare come insulto generico, buono per chiudere la discussione. La nostra Costituzione vieta la riorganizzazione del disciolto partito fascista e la legislazione repubblicana ha previsto strumenti specifici per contrastare condotte che puntino a riproporne metodi e finalità.

Il punto è semplice: quando si accusa qualcuno di "fascismo", si dovrebbero indicare fatti, comportamenti, atti, parole e contesti che richiamino davvero – e in modo riconoscibile – quel tipo di finalità e metodi. Altrimenti non è "antifascismo": è una scorciatoia per evitare il confronto.

Il governo Meloni, e il sottoscritto, poi, sono stati eletti mediante legittimazione democratica: può non piacere, ma è così. Il Governo Meloni ha giurato il 22 ottobre 2022: ad oggi (4 marzo 2026) non sono "quattro anni", ma poco più di tre anni e quattro mesi che questo Paese ha la prima premier donna della storia repubblicana. Ma soprattutto: io sono consigliere comunale perché eletto dai cittadini empolesi e non perché imposto dal governo in carica. Il Governo nazionale governa perché eletto e perché ha ottenuto la fiducia del Parlamento secondo le regole costituzionali. Contestare le scelte politiche è legittimo; sostenere che, per appartenenza, una parte non possa parlare è un'altra cosa: significa mettere in discussione il principio basilare del pluralismo.

La democrazia, in fondo, vive di regole condivise: una di queste è che si combattono le idee con altre idee, non con la scomunica preventiva.

La libertà si difende con più discussione, non chiudendo la bocca agli avversari politici. Lo hanno spiegato bene, in tempi e modi diversi, grandi pensatori della libertà: mettere a tacere una voce non rende più forte la verità, la rende solo più fragile, perché la sottrae al confronto. E una società aperta si difende dall'intolleranza non confondendo l'avversario politico con un nemico da espellere, ma mantenendo fermo un criterio: respingere la sopraffazione, non la pluralità.

Quando, al posto degli argomenti, si usa la pretesa etichetta infamante di "fascista" per colpire qualcuno solo per la sua appartenenza, si pratica una forma di delegittimazione morale che avvelena lo spazio pubblico. E, paradossalmente, si finisce per assomigliare – nei metodi – proprio a ciò che si dice di voler combattere: l'idea che l'altro non sia un interlocutore, ma un bersaglio.

C'è poi un'ulteriore contraddizione: nella nota si sostiene che anche la CGIL sarebbe "inopportuna" in questa fase. Quindi, non solo "niente FdI": ma neppure un grande sindacato confederale, perché ha scelto di partecipare a mobilitazioni nazionali. Se un dibattito sul lavoro non può ospitare, insieme, giovani, imprese, sindacati e forze politiche, allora non è un dibattito: è un recinto. E i recinti non aiutano i lavoratori, non aiutano i giovani, non aiutano la verità delle cose.

Io al dibattito ci vado con uno spirito lineare: ascoltare, discutere, assumermi la responsabilità delle idee che porto e delle scelte che sostengo, anche quando sono contestate. Questo è il senso della politica in una democrazia: non l'applauso garantito, ma il confronto pubblico.

A chi oggi dice "nessun dialogo mai", rispondo: il dialogo non è resa, è coraggio. Chi vuole, venga con domande e argomenti, non con scomuniche. E la tradizione democratica di Empoli – che nessuno possiede in esclusiva – si onora così: con il dissenso, certo, ma anche con il rispetto della libertà altrui. Perché la libertà, o è di tutti, o prima o poi non è di nessuno.

Concludendo, credo valga la pena ricordare che: "La libertà è come l'aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. E quando la libertà viene compressa, non sempre accade con un colpo solo: spesso comincia con l'idea che possano parlare soltanto alcuni, o soltanto quelli giusti".

Non sono parole mie. Sono parole di Sandro Pertini. È una lezione attualissima: la libertà di espressione o è un bene comune oppure diventa una concessione revocabile. E quando diventa concessione, non è più libertà.

Buona vita Csa Intifada.

Cosimo Carriero, Gioventù nazionale-Fratelli d'Italia Empoli