Il reel pubblicato nei giorni scorsi, che raccontava la partecipazione dei ragazzi della scuola media Vanghetti alla commemorazione dei deportati dalla ex vetreria Taddei dell’8 marzo 1944, ha suscitato molte reazioni. Purtroppo non tutte sono state all’altezza del significato di quel momento. Per questo motivo alcuni commenti sono stati rimossi. Non è stata una decisione presa a cuor leggero. I commenti pubblici possono essere uno spazio di confronto, anche di opinioni diverse. Ma quando il confronto degenera in insulti, volgarità e attacchi rivolti a dei ragazzi e ai loro insegnanti, allora non si tratta più di libertà di espressione. Si tratta semplicemente di maleducazione e intolleranza. Chi ha letto quei commenti lo sa bene. Accanto a qualche intervento rispettoso, ce ne sono stati molti altri che parlavano di “indottrinamento”, che chiedevano di “licenziare i professori”, che definivano i ragazzi “zecche”, “coglioni”, o che arrivavano perfino a minacciare aggressioni agli insegnanti. Alcuni interventi contenevano insulti volgari, altri deridevano apertamente una commemorazione dedicata a cittadini empolesi deportati nei campi di concentramento. Tutto questo non è accettabile. Il video raccontava un momento semplice e significativo: studenti di una scuola media che, durante una cerimonia pubblica, suonavano “Bella ciao”, un canto che nel corso del tempo è diventato uno dei simboli della lotta contro il nazifascismo e della memoria della Resistenza. Un gesto di partecipazione civile, legato a una commemorazione storica precisa: quella degli operai e dei cittadini empolesi deportati dai nazisti nel 1944. E che – lo sottolineiamo ancora una volta, come in ogni cerimonia pubblica, è stato eseguito dopo l’Inno di Mameli, la Canzone del Piave e l’inno europeo - Trasformare quel momento in un pretesto per insultare dei ragazzi di dodici o tredici anni, o per riversare odio ideologico e politico, è qualcosa che dice molto più su chi scrive quei commenti che su chi era presente alla cerimonia. C’è poi un altro aspetto che non può essere ignorato. I social sono uno spazio pubblico. E quando adulti scrivono insulti, parolacce e minacce sotto il video di una scuola, stanno dando un pessimo esempio proprio a quei giovani che dicono di voler difendere. La scuola non è un luogo di indottrinamento: è il luogo in cui si impara la storia, il rispetto e la convivenza civile. Anche ricordando pagine dolorose del nostro passato. La memoria della deportazione dell’8 marzo 1944 non appartiene a una parte politica. È una pagina della storia di Empoli e dell’Italia. Riguarda lavoratori, famiglie, cittadini che furono arrestati e deportati nei campi nazisti. Ricordarli non dovrebbe dividere. Dovrebbe unire. Per questo i commenti sono stati rimossi. Non per censurare opinioni diverse, ma per non trasformare uno spazio dedicato alla memoria e all’educazione in un luogo di odio e di aggressione verbale. Se c’è una lezione che possiamo trarre da questa vicenda è semplice: il rispetto non è un dettaglio. È il primo insegnamento che dovremmo dare ai ragazzi. E forse, leggendo certi commenti, viene da chiedersi se non siano proprio gli adulti, qualche volta, ad aver bisogno di tornare a scuola.