Carriero (Fdi): "Il nostro sì nel rispetto di ogni posizione"

20-03-2026 09:36 -

Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani saranno chiamati a esprimersi sul referendum confermativo relativo alla riforma costituzionale della giustizia. È bene ricordarlo subito: si tratta di un referendum senza quorum, e quindi ogni voto conta davvero. Soprattutto non è un voto contro il governo ma a favore dei cittadini.

Il quesito riguarda una riforma che modifica sette articoli della Costituzione, introducendo la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, due distinti Consigli superiori della magistratura e una nuova Alta Corte disciplinare.

Come sempre accade quando si mette mano a temi delicati, il confronto tra il SÌ e il NO non è banale e non va liquidato con caricature. Le ragioni del NO esistono, meritano rispetto e vanno ascoltate. Una parte importante della magistratura associata e diversi costituzionalisti sostengono infatti che la riforma rischi di indebolire l'autonomia della magistratura, di rompere equilibri costituzionali consolidati e di aprire, nel tempo, la strada a un pubblico ministero più esposto alle pressioni della politica. Tra le critiche più ricorrenti ci sono anche quelle al doppio CSM, al sorteggio dei componenti e alla nuova Alta Corte disciplinare.

Sono obiezioni serie. Ma proprio perché serie, vanno controbattute nel merito. E nel merito, a mio avviso, prevalgono le ragioni del SÌ.

La prima riguarda la terzietà del giudice. Chi sostiene il NO dice: le funzioni di giudice e pubblico ministero sono già oggi molto separate, quindi la riforma sarebbe inutile. È un argomento che a prima vista può sembrare convincente. Ma non coglie fino in fondo il punto. Il problema non è soltanto se i passaggi da una funzione all'altra siano pochi o tanti. Il punto vero è che accusa e giudizio continuano a rimanere dentro un medesimo perimetro ordinamentale e di autogoverno. In un processo davvero ispirato al modello accusatorio, chi accusa e chi giudica devono essere distinti non solo sul piano formale, ma anche sul piano dell'assetto istituzionale. Il cittadino deve sapere, e anche percepire con chiarezza, che il giudice è terzo fino in fondo.

La seconda obiezione del NO è che questa riforma sarebbe il primo passo verso un pubblico ministero sottoposto alla politica. Anche qui bisogna essere seri: il timore viene evocato, ma non è scritto nel testo su cui i cittadini voteranno. Il testo approvato continua a collocare la magistratura dentro un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Attribuire al referendum conseguenze che dipendono da eventuali future scelte legislative significa chiedere agli elettori di bocciare non ciò che la riforma dice, ma ciò che qualcuno teme che un domani possa essere aggiunto. È una distinzione decisiva. Si vota sul testo reale, non su scenari ipotetici.

C'è poi il tema del CSM e del correntismo. Il NO sostiene che il sorteggio indebolirebbe la qualità dell'organo di autogoverno. Il SÌ risponde, invece, che il meccanismo elettivo così come lo abbiamo conosciuto non ha impedito, e anzi ha spesso alimentato, logiche di appartenenza, scambi, debiti interni e correnti organizzate. Qui bisogna avere il coraggio della franchezza: se un sistema mostra limiti evidenti, difenderlo in nome della tradizione non basta. La riforma prova a spezzare un circuito che negli anni ha minato la fiducia dei cittadini. Nessuno pensa che il sorteggio sia una bacchetta magica, ma è una risposta al problema, non la sua negazione.

Un'altra critica riguarda l'Alta Corte disciplinare. Secondo il NO, sottrarre la materia disciplinare al CSM peggiorerebbe le garanzie. Ma anche qui il punto può essere rovesciato: separare la gestione delle carriere dal giudizio disciplinare può invece rendere più lineare e credibile il sistema, evitando che nello stesso organo convivano funzioni amministrative e funzioni di giudizio. In altre parole: non si tratta di creare un'anomalia, ma di chiarire le responsabilità e rafforzare la trasparenza dell'assetto.

Resta poi un'obiezione molto diffusa: questa riforma non abbrevia i processi, non smaltisce l'arretrato, non risolve da sola i problemi quotidiani della giustizia. È vero. Ma nessuno dovrebbe combattere un avversario immaginario. Il SÌ non sostiene che questa riforma farà miracoli sui tempi o sull'organizzazione degli uffici. Sostiene una cosa diversa: che prima ancora dell'efficienza viene la qualità delle garanzie. E tra queste garanzie ce n'è una essenziale: la limpida distinzione tra chi esercita l'azione penale e chi giudica. Senza questa chiarezza, ogni discorso sulla piena parità tra accusa e difesa rimane incompleto.

Per questo considero debole anche l'argomento secondo cui sarebbe bastata una legge ordinaria. Se il nodo tocca il cuore dell'assetto costituzionale della magistratura, allora è giusto che a decidere siano i cittadini su una riforma costituzionale, e non una maggioranza contingente con strumenti più facili da modificare domani. Proprio la rilevanza del tema giustifica il livello della riforma.

C'è poi un'altra verità da ricordare. La separazione delle carriere non è un'ossessione ideologica della destra, né una rottura estranea alla storia repubblicana. È un tema presente da decenni nel dibattito riformatore italiano. Già nella stagione della Commissione bicamerale presieduta da Massimo D'Alema emerse l'ipotesi di una distinzione più marcata tra giudici e pubblici ministeri, anche attraverso una diversa articolazione dell'organo di autogoverno. Questo dimostra che la questione non era affatto estranea nemmeno a una parte della cultura riformista di centrosinistra. Per questo sorprende vedere oggi certa sinistra trattarla come un tema irricevibile.

Non si tratta neppure di un'idea isolata o anomala. In molti ordinamenti esistono già forme di netta distinzione tra giudici e pubblici ministeri, come in Germania, Spagna e Portogallo, mentre in sistemi come Regno Unito e Stati Uniti la separazione tra funzione requirente e funzione giudicante è strutturale da sempre. Chi vota Sì, dunque, non sostiene un salto nel buio, ma una scelta già presente in molte democrazie occidentali.

Per questo il Sì non è un voto contro la magistratura. È, al contrario, un voto per una magistratura più chiara nelle sue funzioni e più forte nella sua credibilità. La riforma non mette in discussione l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, ma distingue con maggiore nettezza la funzione giudicante da quella requirente, così da rendere più evidente la terzietà del giudice e la specificità del pubblico ministero. Non c'è alcuna politicizzazione della giurisdizione: c'è la volontà di dare forma coerente a ciò che il cittadino si aspetta entrando in un'aula di giustizia, cioè sapere che chi decide è realmente separato da chi accusa.

Naturalmente nessuno è obbligato a pensarla così. In democrazia il dissenso è legittimo, e lo è anche su questioni profonde come questa. Ma proprio per questo trovo importante rivolgere un invito semplice ai cittadini: informatevi, leggete, confrontate le ragioni del SÌ e del NO, non fermatevi agli slogan. E poi andate a votare. Perché quando si parla di giustizia non si parla di una disputa per addetti ai lavori. Si parla del rapporto tra il cittadino e lo Stato, tra la libertà individuale e il potere pubblico, tra la forza dell'accusa e la garanzia di un giudice davvero terzo.

Io voterò SÌ perché ritengo che questa riforma vada nella direzione di una giustizia più chiara, più coerente e più credibile. Non perfetta, non definitiva, ma più rispettosa di un principio elementare: chi giudica deve essere distinto da chi accusa, non solo nella funzione, ma nell'assetto complessivo delle garanzie.

Il 22 e 23 marzo non lasciamo decidere gli altri. Andiamo a votare... e votiamo SI!

Cosimo Carriero
Consigliere Capogruppo Fratelli d'Italia - Empoli


Presidente Gioventù Nazionale - Empoli


Fonte: Ufficio stampa