Di Stefano (FdI): "Non un voto per il governo ma per i cittadini. Ecco perché dico... sì"

20-03-2026 15:16 -

di Danilo Di Stefano*

Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 non chiama i cittadini a pronunciarsi sulla simpatia o antipatia verso il Governo in carica. Chi riduce questo passaggio a un giudizio su Palazzo Chigi sbaglia bersaglio. Qui non si vota per premiare o punire un esecutivo che, come ogni governo in democrazia, potrà essere sostituito alle prossime elezioni. Qui si vota su un punto molto più serio e durevole: l’assetto costituzionale della giurisdizione, cioè il modo in cui lo Stato accusa, giudica e sanziona nel nome del popolo italiano. La consultazione è stata indetta con D.P.R. 13 gennaio 2026 e riguarda la legge costituzionale pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025, che interviene sugli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione. Per questa ragione il SÌ è, prima ancora che una scelta politica, una scelta di ordinamento: è un voto a favore del cittadino, della chiarezza dei ruoli e della credibilità della funzione giudiziaria. La Costituzione dice che “la giustizia è amministrata in nome del popolo” e che “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”. In queste due frasi c’è già tutto: la giurisdizione non appartiene a una corporazione, non appartiene al Governo, non appartiene all’umore del giorno; appartiene alla Repubblica e si esercita nell’interesse della collettività, ma entro il vincolo rigoroso della legge. Il referendum si colloca precisamente qui: nel tentativo di rendere ancora più nitida, comprensibile e credibile la distinzione tra chi giudica e chi sostiene l’accusa. Dire SÌ non significa affatto voler trasformare il pubblico ministero in un funzionario subordinato alla politica. Al contrario. Il testo della riforma stabilisce espressamente che la magistratura resta “un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”; semplicemente, tale ordine viene articolato in due carriere, quella giudicante e quella requirente, con due distinti organi di autogoverno. Non solo: la riforma, per come è scritta, non modifica l’art. 112 della Costituzione sull’obbligatorietà dell’azione penale e non introduce alcuna dipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo. Chi vota SÌ, dunque, non vota per un pubblico ministero meno libero; vota per un pubblico ministero libero nel suo ruolo, distinto da quello del giudice e perciò più coerente con una cultura processuale autenticamente accusatoria. È proprio qui che cade una delle obiezioni più ripetute. Si dice: se si separano le carriere, il pubblico ministero smetterà di essere magistrato “di giustizia” e diventerà una sorta di super-poliziotto dell’accusa. Ma il nostro ordinamento già oggi smentisce questa caricatura, e la riforma non la rende vera. Il pubblico ministero resta infatti titolare di una funzione pubblica, con doveri propri e limiti propri. L’art. 358 del codice di procedura penale gli impone di svolgere anche accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini; la Corte costituzionale ha chiarito che questo obbligo è funzionale a un corretto e razionale esercizio dell’azione penale e serve anche a evitare l’instaurazione di processi superflui. Il punto, dunque, non è difendere una indistinta comunanza culturale tra accusa e giudizio; il punto è pretendere serietà, completezza e responsabilità nell’esercizio della funzione requirente. Chi conosce davvero il processo penale sa che il rito accusatorio non significa improvvisazione investigativa. È vero che, per regola costituzionale, la prova si forma nel contraddittorio davanti al giudice; ma proprio per questo le indagini preliminari non possono essere un contenitore fragile, approssimativo o orientato solo alla ricerca confermativa della tesi accusatoria. La Corte costituzionale ha affermato il principio di completezza delle indagini preliminari: un quadro probatorio sufficientemente solido è necessario sia per consentire scelte processuali corrette, sia per evitare esercizi solo apparenti dell’azione penale fondati su indagini “superficiali, lacunose o monche”. In altre parole: la prova si forma in giudizio, ma già prima deve essere chiaro se esistano elementi seriamente sostenibili in giudizio oppure no. Ed è questo uno dei motivi più forti per votare SÌ. Un pubblico ministero serio non è quello che “porta comunque a processo”, ma quello che, proprio perché dispone della forza pubblica, della polizia giudiziaria e di risorse finanziate dalla collettività, ha il dovere di compiere una selezione rigorosa: cercare gli elementi a carico, ma anche quelli che scagionano; verificare la tenuta dell’impianto accusatorio; fermarsi quando l’accusa non regge. La Corte costituzionale ha ricollegato l’obbligo di indagare anche a favore dell’indagato alla natura pubblica dell’organo dell’accusa e alla necessità di evitare processi inutili. È una concezione alta del pubblico ministero: non semplice antagonista dell’imputato, ma magistrato requirente che serve la legalità senza confondere il proprio ruolo con quello del giudice. A questo punto il nodo vero appare con chiarezza. I cittadini pagano giudici e pubblici ministeri perché siano liberi, ma liberi da tutto ciò che non è la legge: dal potere politico, certamente; ma anche dalle appartenenze, dalle inerzie corporative, dalle ambiguità di ruolo, dalle suggestioni ideologiche e dalla tentazione di trasformare il processo in un terreno di conferma preventiva delle proprie tesi. La libertà del magistrato non è licenza soggettiva; è indipendenza funzionale al servizio della legge. E proprio per questo, in un ordinamento maturo, la distinzione delle carriere non indebolisce la giurisdizione: la rende più leggibile e, per il cittadino, più affidabile. C’è poi un ultimo profilo, spesso trascurato ma decisivo. La giustizia è amministrata “in nome del popolo italiano” non come formula ornamentale, ma come richiamo alla responsabilità pubblica della funzione giurisdizionale. La Corte costituzionale ha collegato questo principio alla pubblicità del giudizio, spiegando che la collettività deve poter esercitare un controllo sugli atti giudiziari e che la pubblicità del processo è garanzia di imparzialità e obiettività. Se la giurisdizione opera nel nome del popolo, allora deve essere percepibile anche la distinzione dei compiti: chi accusa deve accusare con rigore e lealtà; chi giudica deve giudicare con piena terzietà. È questa chiarezza che rafforza la fiducia. Per questo, a mio giudizio, il SÌ è la scelta giusta. Non contro qualcuno, ma per qualcosa: per il cittadino; per un giudice sempre più terzo; per un pubblico ministero sempre più serio, responsabile e consapevole del proprio dovere di cercare anche ciò che smentisce l’accusa; per una magistratura più credibile proprio perché più chiara nei ruoli; per una giustizia che non sia terreno di confusioni identitarie, ma casa comune delle garanzie costituzionali. Un governo passa. Un assetto costituzionale resta. E quando si vota sulla struttura della giustizia, non si dovrebbe pensare al destino di una maggioranza, ma alla libertà e alla tutela del cittadino di oggi e di domani.

*Responsabile Dipartimento Sicurezza e Legalità Fratelli d’Italia Provinciale Firenze Presidente prima commissione consiliare permanente “Affari Generali, Rapporti Istituzionali, Bilancio e Finanze, Pubblica Sicurezza” dell’Unione dei Comuni Circondario Empolese – Valdelsa Consigliere comunale FDI Empoli