Giustizia, perché il sì è una scelta di equilibrio e libertà!

20-03-2026 15:28 -

di Daniela Vallini (*)

Il 22 e 23 marzo i cittadini saranno chiamati a esprimersi nel referendum confermativo sulla riforma dell’ordinamento giurisdizionale e dell’istituzione della Corte disciplinare. È un appuntamento importante, perché non riguarda una disputa per addetti ai lavori, ma il modo in cui, in una democrazia, si tiene in equilibrio il rapporto tra potere dello Stato e libertà del cittadino. Io credo che su questo punto il Sì sia la scelta giusta. E credo che abbiano colto un nodo essenziale anche le Camere Penali Italiane, che da tempo sostengono questa riforma come una riforma di garanzia: non contro qualcuno, ma a favore di una giustizia più chiara, più credibile e più vicina ai principi del giusto processo. L’Unione delle Camere Penali ha dedicato a questa battaglia un vero e proprio “Decalogo del Sì”, fondato sull’idea che la separazione delle carriere serva anzitutto a rafforzare il giudice terzo e l’equilibrio tra accusa e difesa. Il primo punto è il più semplice, ma anche il più importante: chi giudica deve essere distinto da chi accusa. Non basta dire che giudice e pubblico ministero svolgono funzioni diverse; occorre che questa differenza sia visibile, ordinamentale, strutturale. Le Camere Penali insistono molto su questo: senza un giudice davvero terzo non c’è pieno riequilibrio del potere dell’accusa, e senza questo riequilibrio il cittadino percepisce il processo non come il luogo imparziale della verifica, ma come un terreno inclinato. Per questo il Sì non è un voto “contro la magistratura”: è un voto per rafforzare il ruolo del giudice e la fiducia dei cittadini nella giurisdizione. C’è poi un secondo aspetto decisivo. Nel processo accusatorio, accusa e difesa devono confrontarsi ad armi pari davanti a un giudice imparziale. Questo è il cuore della civiltà giuridica moderna. Le Camere Penali ricordano che la verità processuale non nasce dall’autorità di chi indaga, ma dal confronto regolato tra tesi contrapposte, prove, contestazioni, garanzie. Separare le carriere, in questa prospettiva, significa dare coerenza piena al modello accusatorio e ribadire un principio elementare: il giudice non deve mai apparire contiguo a una delle parti del processo. Un altro argomento forte sviluppato dalle Camere Penali è quello della chiarezza dei ruoli. Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine, condividono organi di governo e dinamiche di carriera. La riforma, nella loro lettura, non toglie garanzie a nessuno, ma distingue funzioni diverse dentro una sola giustizia al servizio dei cittadini. È un punto fondamentale, perché in una democrazia liberale la chiarezza istituzionale non indebolisce: rafforza. Quanto più i ruoli sono definiti, tanto più aumenta la trasparenza del sistema. Le Camere Penali pongono anche una questione che la politica non dovrebbe eludere: la credibilità della giustizia. Una giustizia percepita come chiusa, autoreferenziale o segnata da logiche correntizie allontana i cittadini. Nei materiali ufficiali della campagna per il Sì, l’UCPI collega la riforma anche all’esigenza di ridurre il peso delle correnti nel Consiglio Superiore della Magistratura, di aumentare la trasparenza e di restituire centralità al merito e alla funzione di garanzia delle istituzioni. In questo quadro si collocano sia il richiamo al sorteggio dei componenti dei due CSM, sia l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare autonoma e indipendente. Questo non significa inseguire una logica punitiva verso i magistrati. Significa, al contrario, prendere sul serio la giurisdizione. Chi esercita una funzione tanto delicata deve essere posto nelle condizioni migliori di autonomia e indipendenza, ma proprio per questo deve anche operare dentro un sistema limpido, leggibile, responsabile. Le Camere Penali sostengono che separare i ruoli serva a difendere meglio l’autonomia del giudice rispetto a ogni condizionamento politico, ideologico o corporativo. È una tesi che condivido: l’indipendenza si tutela meglio quando le funzioni non si confondono. C’è infine un aspetto politico e culturale che considero essenziale. Il Sì non è la bandiera di una parte contro un’altra. È la scelta di chi ritiene che lo Stato debba essere forte proprio perché sa limitare sé stesso, ordinare i propri poteri, garantire il cittadino anche quando il cittadino è nella posizione più difficile: quella di chi è indagato, imputato, giudicato. Le stesse Camere Penali parlano di una “battaglia di libertà, non di potere”, e questa definizione coglie bene il senso della riforma. Perché il punto non è dare più forza all’accusa o alla difesa, ma dare più forza all’equilibrio. Per tutte queste ragioni, da avvocato e coordinatrice di Fratelli d’Italia a Cerreto Guidi, considero il Sì una scelta seria, coerente e utile al Paese. Una scelta che non divide la giustizia, ma chiarisce le funzioni. Una scelta che non indebolisce la magistratura, ma la rende più credibile. Una scelta che non sottrae garanzie, ma le redistribuisce in modo più netto e più trasparente. E soprattutto una scelta che rimette al centro il cittadino, i suoi diritti e la necessità di un giudice realmente terzo. Il 22 e 23 marzo votare Sì significa questo: dire che in uno Stato libero chi accusa e chi giudica devono stare su piani distinti, perché solo così la giustizia può essere davvero giusta.

(*) Avvocato e Consigliera Comunale Fratelli d’Italia Cerreto Guidi