Nel 2025 più 25% di produzione solare per l'Italia, ma la sfida resta sistemica
01-05-2026 11:09 -
di Gordon Baldacci
Bentornati a questo secondo episodio sulle energie del presente e del futuro (a questo link il primo).
Dopo aver analizzato le grandi potenze e il Sudamerica, spostiamo il focus sulla vecchia Europa e, nello specifico, sull'Italia. Quali strategie stanno mettendo in atto per raggiungere l'indipendenza energetica? Ecco i pilastri su cui il continente e il nostro Paese stanno puntando:
Dalla periferia al centro: la Spagna si prende lo scettro di nuova batteria verde d'Europa Sulla scia del Brasile, la Spagna si è imposta come il cuore verde d'Europa: all'inizio del 2026, le rinnovabili coprono già il 56% del mix elettrico. Grazie a oltre 80 GW di potenza installata tra sole e vento, il Paese offre oggi i prezzi energetici più bassi del continente, rendendo il traguardo del 74% di energia pulita entro il 2030 una meta ormai a portata di mano. Il futuro corre lungo la Valle dell'Idrogeno Verde in Andalusia, un progetto strategico destinato a rifornire il centro Europa attraverso un nuovo corridoio energetico. Parallelamente, Madrid ha stanziato 1,2 miliardi di euro per rivoluzionare la mobilità elettrica, puntando su incentivi immediati e sul potenziamento della rete di ricarica nelle aree rurali. Paradossalmente, questo successo ha generato il problema della sovrapproduzione: l'offerta supera così spesso la domanda da costringere la rete a distacchi forzati. La nuova sfida spagnola non è più generare energia, ma imparare a conservare questa enorme abbondanza verde.
Il bozzolo d'acciaio: la Germania e la faticosa nascita di un nuovo ecosistema energetico
Mentre Brasile e Spagna corrono sulla spinta di una crescita naturale, la Germania affronta una transizione "a cuore aperto", cercando di convertire il suo enorme apparato industriale entro il 2045. Sebbene le rinnovabili coprono ormai il 56% del mix elettrico e il solare abbia finalmente superato carbone e gas, il percorso tedesco è frenato da una burocrazia asfissiante e da costi di sistema che pesano sulle bollette industriali. Per salvare settori chiave come l'acciaio e la chimica, Berlino punta tutto sull'idrogeno verde, completando i primi segmenti della sua dorsale nazionale e pianificando 12 GW di centrali a gas "hydrogen-ready" per garantire stabilità alla rete. Tuttavia, la transizione arranca nel quotidiano: il settore del riscaldamento sconta il ritorno alle caldaie a gas, mentre il mercato dell'auto elettrica ha subito una brusca frenata dopo il taglio dei sussidi. Il paradosso della Germania nel 2026 è che il calo delle emissioni riflette più la crisi del manifatturiero che un'efficienza strutturale. Con la recente riapertura di alcune centrali a carbone per sopperire all'addio al nucleare, il modello tedesco appare oggi più costoso e politicamente fragile rispetto a quello iberico, rischiando di diventare un monito pericoloso per chi vede nella decarbonizzazione un ostacolo alla competitività.
L'eccezione nucleare: perché la Francia ha scelto di restare l'isola radioattiva (e sicura) d'Europa. La Francia percorre una strada solitaria e ambiziosa, fondata sulla sovranità nucleare come pilastro della decarbonizzazione. Con oltre il 95% della produzione già a basse emissioni, Parigi ha scelto di raddoppiare la scommessa sull'atomo: mentre il nuovo reattore EPR è finalmente operativo, il governo si prepara ad autorizzare altri otto impianti, puntando a un rinnovo totale della flotta entro il 2040. A differenza dei vicini europei, la Francia sta rimodulando lo sviluppo di sole e vento, privilegiando il potenziamento degli impianti esistenti per evitare tensioni sociali e garantire la stabilità della rete. L'obiettivo è un sistema integrato dove l'energia nucleare non solo garantisce il carico di base, ma alimenta anche la produzione di idrogeno "rosa". Tuttavia, il 2026 impone una nuova sfida tecnica: l'integrazione delle rinnovabili costringe i reattori a una flessibilità inedita. La strategia francese non è dunque una corsa all'installazione di massa, ma un delicato esercizio di equilibrio per mantenere i reattori accesi il più a lungo possibile, investendo in stoccaggio e modulazione per difendere il proprio primato energetico.
Prigioniera di veti e decreti, l'Italia guarda l'orizzonte energetico restando ferma al palo di ieri
L’Italia sta vivendo una fase di transizione complessa, cercando di superare storiche paludi burocratiche per centrare gli obiettivi del PNRR. Il 2025 ha segnato un progresso importante, con una produzione solare cresciuta del 25% e una semplificazione normativa che punta a favorire l’autoconsumo industriale. Tuttavia, la sfida rimane sistemica: gestire l'intermittenza delle rinnovabili richiede un potenziamento massiccio di batterie e pompaggi idroelettrici, che a tutt'oggi, È la tecnologia di accumulo più matura e diffusa al mondo. Funziona come una "batteria meccanica" gigante. Durante le ore di bassa domanda (o alta produzione rinnovabile), l'elettricità in eccesso viene usata per pompare acqua da un bacino inferiore a uno superiore. Quando la richiesta sale, l'acqua viene rilasciata per azionare le turbine. Tutto questo comporta un sistema collegato ad longevità estrema (decenni), capacità di stoccaggio su larga scala (GWh) e costi operativi bassi. Fra i limiti importati e dirimenti, c’è la forte dipendenza dalla morfologia del territorio e tempi di realizzazione lunghi per via dell'impatto ambientale e burocratico, tradotto, si cementificano le montagne.
Mentre il dibattito sul ritorno al nucleare di nuova generazione resta per ora confinato a una prospettiva di lungo periodo (2035-2040). Ogni scelta energetica porta con sé un compromesso: il solare sconta il limite dell'intermittenza e la dipendenza dalle terre rare; l'elettrico solleva interrogativi critici sulla disponibilità mineraria e il rischio geopolitico; l'idrogeno verde, sebbene essenziale per i settori "hard-to-abate", coprirà solo una frazione del fabbisogno futuro. Non esiste, insomma, una soluzione univoca. Siamo di fronte a un cambio di paradigma inevitabile: le fonti fossili, oltre a essere dannose, sono una risorsa finita e sempre meno conveniente. Il vero punto non è raggiungere un'utopica emissione "zero", ma ridurre drasticamente il nostro contributo antropico a un cambiamento climatico che, per velocità, non ha eguali nella storia recente. La storia ci insegna che il clima è sempre mutato, ma mai con la rapidità vertiginosa di questi ultimi venticinque anni. Il futuro non sarà dominato da un'unica fonte, ma da un mix diversificato dove conviveranno tecnologie differenti, dal solare all'idrogeno, fino a forme di energia più stabili. La sfida che lasciamo alle prossime generazioni non è quella di fermare le dinamiche naturali, ma di gestire una transizione ordinata che riduca l'impatto umano, evitando l'illusione di soluzioni miracolose e accettando la necessità di un adattamento costante. In questa corsa contro il tempo, la diversificazione energetica non è una scelta politica, ma una necessità di sopravvivenza.