Primo Maggio partecipato per chiedere lavoro sicuro e dignitoso, ma...
01-05-2026 14:02 -
«Ma dove son le aziende?». La domanda, presa in prestito dalle parole del segretario regionale della Cgil, Rossano Rossi, resta sospesa nell'aria del Primo Maggio come una provocazione gentile ma inevitabile, di quelle che non cercano una risposta immediata ma pretendono almeno una riflessione onesta. Perché sì, il corteo c'è stato, ed è stato anche partecipato, forse più degli ultimi cinque o sei anni. Tanta gente, tante bandiere, molte persone lungo il percorso, una piazza viva. Eppure, dentro quella vitalità, si avvertiva una mancanza che non è solo simbolica, ma sostanziale: i gruppi di lavoratori delle realtà empolesi (una volta le confezioni, le vetrerie, le cooperative). Non ci sono più. O quasi. Un solo striscione, quello della Sammontana, dei lavoratori della Sammontana, a ricordare che il lavoro non è solo parola, rivendicazione, diritto astratto, ma anche comunità produttiva, impresa, relazione tra chi lavora e chi organizza il lavoro. Rossi parla di quei gruppi di lavoratori che, negli anni addietro, sfilavano, orgogliosi, dietro stendardi e striscioni delle loro aziende. Rappresentanza di luoghi di lavoro organizzati sindacalmente, uniti, nelle rivendicazioni, nelle richieste di diritti.
Ed è proprio qui che il Primo Maggio, festa dei lavoratori, si trova davanti a uno specchio che riflette un cambiamento profondo del tessuto economico e sociale. Un tempo, a sfilare, erano anche le fabbriche, le vetrerie, le aziende dell'abbigliamento, le cooperative: mondi riconoscibili, identità collettive, pezzi di territorio che si rappresentavano. Oggi quel mondo si è in gran parte trasformato, quando non dissolto. Al suo posto sono cresciuti il terziario, i servizi, la tecnologia, forme di lavoro più frammentate, meno visibili, spesso più precarie. Lavori senza corteo, si potrebbe dire, o almeno senza striscione. E allora la domanda torna, insistente: se il lavoro cambia volto, come cambia la sua rappresentazione? E soprattutto, come cambia la sua tutela?
La risposta, almeno nelle intenzioni, è arrivata dal palco di piazza della Vittoria, dove la Camera del Lavoro dell'Empolese-Valdelsa ha provato a tenere insieme i fili del discorso: lavoro dignitoso, sistema degli appalti, sicurezza. Non parole casuali, ma nodi veri. Il segretario territoriale Gianluca Lacoppola lo ha detto con chiarezza, chiedendo un minuto di silenzio per ricordare le vittime del lavoro, l'ultima appena due giorni fa a Castelfiorentino. Un gesto semplice, quasi rituale, ma che ogni anno rischia di diventare una tragica abitudine. E invece no, non può esserlo. «Le stragi sul lavoro non sono più tollerabili», ha detto Lacoppola, e qui l'ironia si ferma, perché non c'è niente da sorridere quando il lavoro uccide. Quando il profitto, per aumentare i propri vantaggi, calpesta il diritto delle persone, la festa diventa denuncia, e la denuncia diventa urgenza.
Il punto è tutto lì: la sicurezza non può essere un costo da limare, una variabile da negoziare, una voce di bilancio da comprimere. Deve essere, come è stato ricordato, un diritto inalienabile. Ma se le aziende non sono in piazza, se il legame tra impresa e rappresentazione pubblica del lavoro si affievolisce, chi si assume fino in fondo questa responsabilità? Chi porta, visibilmente, il peso e l'onore di garantire dignità e sicurezza? La politica? Le istituzioni, pure presenti con i gonfaloni dei Comuni e i sindaci in prima fila? I sindacati, che continuano a presidiare lo spazio pubblico con coerenza? O un sistema produttivo che però sembra sempre più defilato, quasi timido, quando si tratta di mostrarsi dentro una giornata che pure lo riguarda direttamente?
Intendiamoci: il corteo ufficiale c'era ed era vivo, accanto ad esso altre manifestazioni, da quella del csa Intifada fino al presidio degli anarchici al Largo della Resistenza, luogo non casuale, segnato dalla memoria di Pietro Gori e di una tradizione di lotta che affonda le radici lontano nel tempo. C'era anche uno sguardo rivolto oltre i confini locali, alle guerre, a quanto accaduto alla Flotilla, a ricordare che il lavoro e i diritti non vivono in una bolla isolata. Ma il cuore della giornata resta qui, nelle nostre città, nei nostri territori, nei nostri cantieri, negli uffici, nei magazzini, nei laboratori che magari non si vedono più sfilare, ma esistono eccome.
E allora forse il vero tema di questo Primo Maggio è proprio questo scarto tra presenza e rappresentazione. I lavoratori ci sono, e lo hanno dimostrato con la partecipazione. Il lavoro c'è, anche se cambia forma. Ma manca una parte del racconto: quella delle aziende, delle comunità produttive, di un tessuto economico che si è trasformato più in fretta della capacità di raccontarlo e, forse, di governarlo. E in questo vuoto si infilano i rischi maggiori: precarietà, appalti opachi, sicurezza sacrificata, dignità compressa.
Perché alla fine, al di là delle bandiere e degli slogan, il Primo Maggio dovrebbe essere una cosa molto concreta: un giorno in cui si misura la qualità del lavoro. E la qualità del lavoro si vede da come si vive e da come, purtroppo ancora troppo spesso, si muore lavorando. Finché ci sarà bisogno di un minuto di silenzio per ricordare l'ennesima vittima, finché qualcuno dovrà ribadire che la sicurezza non è negoziabile, vorrà dire che la strada è ancora lunga. E forse, la prossima volta, oltre a chiedersi «dove sono le aziende», bisognerà chiedersi anche dove sta andando il lavoro. E se davvero, in questo cambiamento, stiamo portando con noi ciò che conta di più: la dignità delle persone.