“Difendiamo il diritto alla salute”: davanti al San Giuseppe il grido dei lavoratori della sanità

22-05-2026 11:58 -

Davanti all’ingresso dell’ospedale Ospedale San Giuseppe si sono ritrovati infermieri, operatori socio-sanitari, tecnici, amministrativi e rappresentanti sindacali della Funzione Pubblica CGIL. Un presidio partecipato, sentito ma anche carico preoccupazione autentica, nato per denunciare quella che i lavoratori definiscono ormai “una crisi strutturale” della sanità pubblica sul territorio dell’Empolese Valdelsa e dell’area della usl toscanacentro.
Al centro della protesta c’è il nuovo Piano Fabbisogni 2026, che secondo il sindacato confermerebbe una perdita di circa 200 lavoratori nel corso del 2025 all’interno della USL Toscana Centro. Un dato che, tradotto nella vita quotidiana degli ospedali e dei servizi territoriali, significa turni scoperti, reparti sotto pressione, ferie saltate e un crescente senso di affaticamento tra gli operatori.

“Ormai da anni si vive in emergenza permanente”, ha spiegato Sabrina Leto della FP CGIL con delega alla sanità. “La carenza di personale riguarda tutti i profili: infermieri, OSS, tecnici di laboratorio, collaboratori, personale amministrativo. E questa situazione si ripercuote sia sui cittadini sia sulla salute stessa dei lavoratori”.

Le testimonianze raccolte durante il presidio raccontano una realtà fatta di rientri continui, straordinari quasi obbligati e rinuncia sistematica ai giorni di riposo.
Negli ultimi due anni, secondo quanto denunciato dalla CGIL, molti servizi sono rimasti operativi solo grazie al massiccio ricorso alla produttività aggiuntiva: ore extra, spesso effettuate da personale già stremato, richiamato in servizio per coprire le carenze croniche di organico.

“Ci sono lavoratori che fanno rientri ogni dodici ore”, ha sottolineato Leto. “Il burnout è evidente. E quando si lavora in condizioni di stress continuo, anche la qualità dell’assistenza rischia di peggiorare”.

Il problema non riguarda soltanto il benessere degli operatori. La protesta mette infatti al centro anche il tema della sicurezza delle cure. Un personale esausto, costretto a ritmi sempre più serrati, fatica a mantenere quei livelli di lucidità e concentrazione indispensabili in ambito sanitario.

“Il lavoro di cura richiede competenza ma anche attenzione costante”, ha spiegato la rappresentante sindacale. “Quando le persone sono stanche, aumenta inevitabilmente il rischio di errore”.
Tra i temi emersi durante il presidio c’è anche quello delle aggressioni al personale sanitario, fenomeno che negli ultimi anni ha assunto dimensioni preoccupanti in tutta Italia.
Secondo il sindacato, i ritardi nelle prestazioni, le lunghe liste d’attesa e l’affollamento dei pronto soccorso stanno alimentando tensioni sempre più frequenti.

“Non giustifichiamo mai certi comportamenti”, ha detto Leto, “ma è evidente che quando un cittadino aspetta mesi per una visita o resta ore in pronto soccorso, la tensione cresce. E chi si trova in prima linea sono sempre gli operatori”.

Una situazione che, secondo i lavoratori, rischia di peggiorare ulteriormente nei mesi estivi. Negli ultimi anni, infatti, la chiusura temporanea di alcuni reparti per garantire le ferie al personale è diventata una pratica sempre più frequente.
Ma proprio l’estate è il periodo in cui, soprattutto nei territori a forte presenza anziana, aumenta il ricorso ai pronto soccorso.
Tra le maggiori preoccupazioni espresse durante il presidio c’è anche il futuro delle Case di Comunità, uno dei pilastri della riorganizzazione sanitaria prevista dal PNRR.
La CGIL teme che le nuove strutture territoriali possano partire con organici insufficienti, trasformandosi in contenitori vuoti incapaci di alleggerire davvero gli ospedali.
“Le Case di Comunità dovrebbero servire a stare più vicini ai cittadini e a decongestionare i pronto soccorso”, ha spiegato Leto. “Ma se non assumiamo personale, rischiamo di aprire servizi al minimo, senza la capacità reale di rispondere ai bisogni del territorio”.

Secondo il sindacato, la situazione è resa ancora più critica dal nuovo contratto nazionale 2022-2024, non firmato dalla FP CGIL, che introduce limiti alla spesa per le prestazioni aggiuntive senza prevedere un parallelo aumento delle assunzioni.
Tradotto: meno possibilità di coprire i buchi attraverso gli straordinari e nessun rafforzamento strutturale degli organici.
Il presidio è stato un modo per rilanciare la raccolta firme a sostegno delle proposte promosse dalla CGIL sulla tutela del lavoro pubblico e dei lavoratori degli appalti. Ma il messaggio lanciato davanti al San Giuseppe è andato oltre la rivendicazione sindacale.
“La sanità pubblica si salva difendendo chi ci lavora”, hanno ripetuto più volte i manifestanti.
Perché dietro i numeri — le 200 o 300 unità mancanti stimate dal sindacato — ci sono volti, professioni e servizi essenziali. Ci sono infermieri che rinunciano ai riposi, operatori socio-sanitari che coprono doppi turni, tecnici insufficienti per sostenere il carico diagnostico, amministrativi sempre meno numerosi in una macchina burocratica sempre più complessa.
E soprattutto ci sono cittadini che vedono allungarsi le liste d’attesa, ridursi i servizi e crescere la sensazione di una sanità pubblica sempre più fragile.
Davanti all’ospedale empolese il presidio si è chiuso senza clamori, ma con una richiesta chiara rivolta alle istituzioni regionali e aziendali: fermare l’emorragia di personale e investire davvero sulla sanità territoriale, prima che l’emergenza diventi irreversibile.