«Fu un'emozione». Il ricordo di Brunetta, quando le donne conquistarono il diritto di scegliere

02-06-2026 11:28 -

di Emilio Chiorazzo

«Fu un'emozione». Bastano queste tre parole per riportare indietro il tempo di ottant'anni. Le pronuncia con semplicità Brunetta Giacomelli, nata il 15 gennaio 1924 a Spicchio, oggi ospite del centro diurno della Rsa Vincenzo Chiarugi dove trascorre, insieme agli altri anziani, tre giorni ogni settimana.
La memoria di tanti avvenimenti si è affievolita, ma non quella sensazione provata davanti all'urna, quando per la prima volta le donne italiane poterono esercitare il proprio diritto di voto.
Brunetta aveva ventidue anni. L'Italia usciva dalla guerra, dalle macerie e da vent'anni di dittatura. Per milioni di donne si apriva una porta rimasta chiusa per generazioni. A Empoli, in realtà, quel passo era già stato compiuto il 31 marzo 1946 (il decreto che permise alle donne di recarsi alle urne è del 10 marzo del 1946), durante le elezioni amministrative che portarono all'elezione del nuovo Consiglio comunale. Ma il referendum del 2 giugno avrebbe avuto un significato ancora più profondo: decidere il futuro dello Stato italiano,

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scegliere tra Monarchia e Repubblica. Fu allora che votarono le donne empolesi. Ed erano, numericamente, più degli uomini: gli abitanti empolesi, allora, erano 26.212; gli aventi diritto al voto 19.192, di questi 10172 erano donne. Votò il 91,2% degli eletttori:vale a dire 9 persone su dieci.
«Era domenica mattina», racconta. Ricorda il sole, una giornata che definisce ancora oggi «meravigliosa». Non ricorda i dettagli del seggio,
né i discorsi fatti in casa nei giorni precedenti.
Ricorda invece la felicità. «Sì, ero felice», dice con convinzione quando le viene chiesto quale fosse il suo stato d'animo.Figlia di una famiglia contadina, abituata al lavoro della terra, Brunetta arrivò al seggio da sola. «Il seggio era a Spicchio- racconta – mi misi anche il vestito buono, per andare a votare».

Era una ragazza giovane, quel gesto semplice, tracciare una croce sulla scheda, aveva il sapore di una conquista.

La cosa che più l'ha colpita e che ancora oggi riaffiora nei suoi ricordi è il valore del segreto del voto. «Era segreto», ripete più volte. Nessuno raccontava la propria scelta. Non ai vicini, non agli amici, talvolta neppure ai familiari. «A nessuno», risponde quando le chiedono se avesse confidato il suo voto.«Né ai miei genitori, né a mio fratello maggiore e neppure a mia sorella, che era più piccola e non aveva avuto potuto esercitare questo diritto». Il segreto era una regola sentita come sacra, quasi una novità da custodire con rispetto dopo anni in cui la libertà politica era stata negata. Ma che a distanza di anni può essere trasgredita: «Ho votato Repubblica». Brunetta sorride ancora quando pronuncia quella parola: «Repubblica, votai Repubblica». E subito aggiunge: «Che meraviglia». È un ricordo che conserva con gioia, il ricordo di una festa composta, cresciuta lentamente. «Dal principio c'era il silenzio», racconta. Poi, a poco a poco, la notizia si diffuse e l'esultanza prese il posto dell'attesa.

La sua storia è quella di tante donne empolesi di quegli anni. Donne che lavoravano nei campi, nelle fabbriche, nelle case. “Da ragazza lavoravo nei campi – racconta – avevamo la terra. Poi, da giovinetta, andai a lavorare in una confezione che faceva impermeabili. Poi, quando mi sono sposata ho accudito la famiglia, ho curato la crescita di mio figlio Paolo.

Donne che per la prima volta entrarono nella vita democratica del Paese non come spettatrici, ma come protagoniste.
A Empoli il debutto del voto femminile avvenne già il 31 marzo 1946. In quelle elezioni comunali, le prime dopo la Liberazione, la partecipazione superò il 91 per cento degli aventi diritto. La città, ancora segnata dalle distruzioni della guerra, chiedeva case, scuole, strade, acquedotti, servizi sanitari. Si votava per ricostruire. Due mesi dopo, il 2 giugno, si votò invece per rifondare l'Italia.
Per Brunetta quel giorno non è rimasto nella memoria per i programmi politici o per le campagne elettorali. È rimasto per un'emozione. L'emozione di una giovane donna che, per la prima volta, si trovò davanti a una scheda elettorale e capì di poter scegliere.
«Sì, ero felice.»
Ottant'anni dopo, quella felicità è ancora lì, intatta, nelle sue parole.


Un grazie particolare alla Direzione della Vincenzo Chiarugi e alla Fondazione Vincenzo Chiarugi della Misericordia per la collaborazione e la disponibilità.