Sofia Sostegni: "I Giovani democratici siano un alveare politico attivo e vivo"
30-05-2026 10:41 -
di Sofia Sostegni*
Oggi, mentre mi assumo la responsabilità di candidarmi a essere eletta segretaria unitaria dei Giovani Democratici di Empoli, non voglio partire da me. Voglio partire da noi. Perché se c'è una cosa in cui credo profondamente è che nessun cambiamento reale nasce da una persona sola, ma nasce da una comunità che sceglie di muoversi insieme. E per spiegare cosa intendo, voglio usare un'immagine semplice, ma potentissima: quella delle api.
Le api non costruiscono qualcosa di straordinario perché qualcuna domina sulle altre ma perché tutte lavorano in sinergia. Ognuna con il proprio ruolo, ognuna con la propria funzione, ma tutte orientate verso un unico obiettivo. Nell'alveare non esiste individualismo: esiste cooperazione, organizzazione, comunità.
Ecco, io voglio che noi diventiamo un po' questo. Voglio che i Giovani Democratici siano un alveare politico vivo, attivo, presente e instancabile. Un luogo in cui nessuno resta ai margini, in cui ogni energia trova spazio, in cui ogni idea può trasformarsi in azione concreta. Un luogo in cui la politica non è un palcoscenico o una passerella individuale, ma un lavoro collettivo, quotidiano e radicale. Perché noi siamo una generazione che non può permettersi di aspettare. Siamo la generazione della precarietà, dei salari bassi, delle disuguaglianze, della crisi climatica e delle paure che spesso ci vengono scaricate addosso come se fossero inevitabili, ma non lo sono. E di fronte a tutto questo, non basta esserci: dobbiamo schierarci e organizzarci.
Dobbiamo essere presenti nei territori, nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro. Dobbiamo costruire legami reali, non solo reti virtuali. Perché non serve una politica che osserva ma serve una politica che entra nei conflitti sociali. Io non voglio essere una segretaria che guida dall'alto. Voglio essere parte di questo movimento, dentro questo alveare, insieme a tutte e tutti voi. Perché la forza dei Giovani Democratici non sarà mai in una sola voce, ma nel coro che sapremo costruire. E proprio per questo, oggi, le "linee programmatiche" di questo mandato non sarò io ad esporle da sola.
Forse è una scelta anticonvenzionale. Ma è una scelta politica. Perché l'organizzazione che vogliamo costruire non sarà verticale, fondata su gerarchie rigide o leadership calate dall'alto. Sarà un'organizzazione orizzontale, in cui tutte e tutti avranno responsabilità, voce, spazio e dignità politica. Un'organizzazione in cui le deleghe non saranno strumenti di potere, ma strumenti di partecipazione.
Per questo ogni componente di questa squadra presenterà una parte del programma di mandato. Perché nessuno qui è spettatore, nessuno qui è contorno. Tutti siamo parte attiva dello stesso progetto collettivo. Siamo tutti compagne e compagni che scelgono di camminare insieme.
Perché o la politica è collettiva, oppure riproduce le stesse logiche di potere che diciamo di voler combattere. E se oggi mi candido a essere segretaria, lo faccio con l'idea di custodire e rafforzare proprio questo metodo: una gestione condivisa, plurale, realmente democratica. Senza personalismi. Senza qualcuno che prevalga sugli altri. Perché la politica che vogliamo praticare non riproduce dinamiche di potere bensì costruisce comunità.
Ma questo non basta, se restiamo chiusi in noi stessi. Perché una politica davvero collettiva non si costruisce soltanto attraverso i meccanismi interni, ma anche nel rapporto con la realtà. E una giovanile che vuole davvero cambiare il mondo deve avere il coraggio di "sporcarsi le mani" con quella realtà. Ed è anche per questo che voglio introdurre con forza un altro elemento dentro la nostra organizzazione: il volontariato e l'attività sul campo.
Perché non si può capire davvero ciò che non si vive. Non possiamo limitarci a studiare i problemi in astratto, non basta discuterne nelle assemblee o sui social. Per comprendere fino in fondo le ingiustizie, le disuguaglianze, le fragilità di questa società, bisogna attraversarle, viverle, stare nei luoghi in cui si manifestano ogni giorno.
La politica, per essere credibile, deve avere contatto diretto e umano con la realtà, perché o è presenza reale o diventa autoreferenzialità. E il volontariato, l'attività sociale, la presenza concreta nei territori sono strumenti fondamentali per formare non solo militanti migliori, ma persone migliori.
Perché essere compagne e compagni significa anche questo, significa stare dalla parte di chi subisce maggiormente le conseguenze di questo sistema.(capitalistico) La nostra giovanile deve continuare a parlare di grandi idee, di visione, di trasformazione sociale. Perché siamo giovani, e guai a smettere di credere che un mondo di verso non sia possibile. Ma insieme alla visione serve anche la pratica. Serve costruire esperienze concrete di solidarietà, mutualismo, organizzazione collettiva. Serve formare una generazione che non abbia paura del conflitto, della partecipazione, della lotta politica. Perché il cambiamento non nasce dall'individualismo. Nasce dalla coscienza collettiva. Nasce quando si diventa comunità. E oggi, in un mondo costruito sull'idea che tutto sia inevitabile, che il profitto venga prima delle persone e che le disuguaglianze siano normali, il nostro compito non può essere quello di adattarci. Il nostro compito è rompere gli equilibri di questo presente.
Perché mentre ci parlano di merito, noi vediamo precarietà. Mentre ci parlano di sicurezza, vediamo un sistema patriarcale che continua a produrre violenza, disuguaglianza e controllo sui corpi delle donne. Mentre ci parlano di progresso, vediamo un pianeta che viene consumato. Mentre ci parlano di diritti e democrazia, vediamo il popolo palestinese continuare a vivere sotto occupazione, guerra e negazione della dignità e della sua esistenza.
E davanti a tutto questo non esiste neutralità, dobbiamo scegliere da che parte stare.
NOI stiamo :
Dalla parte di chi lotta.
Dalla parte di chi resiste.
Dalla parte di chi non accetta che l'ingiustizia diventi normalità.
Perché essere di sinistra non significa limitarsi ad amministrare l'esistente. Vuol dire entrare in conflitto con le ingiustizie, scegliere la trasformazione invece della semplice gestione e praticare la solidarietà come forma concreta di cambiamento. E allora basta con il linguaggio neutro, con le parole addomesticate, con la politica che ha paura di disturbare. Perché il problema non è dire meno. Il problema è dire la verità. E oggi la verità è che questo sistema va cambiato. Radicalmente. E per farlo servono nuove parole. allo studio, al lavoro e alla lotta compagne e compagni"