Strage di via dei Gazzani, 36 anni dopo. Marco Cordone: «Per non dimenticare e per chiedere giustizia»
30-05-2026 14:43 -
Il 1° giugno ricorre il 36° anniversario della Strage di Via dei Gazzani, uno degli episodi più drammatici che hanno segnato la storia recente della città di Siena e dell'Arma dei Carabinieri. In quella tragica giornata del 1990 persero la vita i giovani carabinieri del Nucleo Radiomobile di Siena, Mario Forziero e Nicola Campanile, uccisi mentre stavano effettuando un controllo nei confronti di un soggetto ritenuto pericoloso.
A ricordare quella tragedia è Marco Cordone, fondatore e portavoce del Comitato "Dalla Parte di Abele", che attraverso una riflessione pubblica rinnova il dovere della memoria verso le vittime e richiama l'attenzione su questioni ancora aperte.
«Non potendo essere presente alla cerimonia commemorativa di Siena – afferma Cordone – sento il dovere di intervenire per ricordare un episodio che non deve essere dimenticato».
L'autore materiale del duplice omicidio fu Sergio Cosimini. La sua vicenda si intreccia profondamente con la storia personale dello stesso Cordone. Alcuni mesi prima della strage di Siena, infatti, il 26 dicembre 1989, Cosimini aveva ucciso a Firenze, in via di Barbacane, Antonio Cordone, padre di Marco e figura molto conosciuta nel mondo sportivo fiorentino come calciatore, podista e allenatore.
L'omicidio, avvenuto senza apparente motivo mentre Antonio Cordone passeggiava con il proprio cane, sconvolse l'opinione pubblica e venne ricordato dalle cronache come il "Giallo di Santo Stefano". All'epoca, tuttavia, le indagini non riuscirono a identificare il responsabile, che rimase in libertà fino ai fatti di Siena.
Dopo la cattura, Cosimini venne sottoposto a perizia psichiatrica e dichiarato totalmente infermo di mente. In applicazione dell'articolo 88 del Codice Penale, fu quindi ritenuto non imputabile per vizio totale di mente. Una decisione che gli evitò il processo e la condanna penale, pur comportando il riconoscimento della sua pericolosità sociale e il conseguente internamento in strutture psichiatriche giudiziarie.
Secondo quanto ricorda Cordone, Cosimini trascorse diversi anni negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, tra cui quello di Montelupo Fiorentino e successivamente quello di Castiglione delle Stiviere. Nel 1998 riuscì anche a evadere dalla struttura di Montelupo. Con la successiva chiusura degli OPG, sarebbe stato trasferito presso la REMS di Volterra.
Proprio su questo punto si concentra oggi una delle principali richieste avanzate dai familiari delle vittime. «Mentre noi continuiamo ogni anno a ricordare i nostri cari attraverso cerimonie pubbliche – sottolinea Cordone – non sappiamo dove si trovi oggi l'assassino dei nostri familiari. Le autorità competenti dovrebbero fornire una risposta».
Le parole di Cordone riportano al centro del dibattito il delicato equilibrio tra tutela dei diritti delle persone affette da gravi patologie psichiatriche e il diritto delle vittime e dei loro familiari a conoscere il destino di chi si è reso responsabile di crimini così gravi.
Nel corso degli anni, il fondatore del Comitato "Dalla Parte di Abele" ha anche avanzato una proposta di riforma dell'articolo 88 del Codice Penale, evidenziando quelle che ritiene criticità nell'utilizzo delle perizie psichiatriche all'interno dei procedimenti giudiziari. Una riflessione che continua ad alimentare il confronto pubblico sul tema dell'imputabilità e delle misure di sicurezza.
A trentasei anni dalla strage, il ricordo di Mario Forziero, Nicola Campanile e Antonio Cordone resta vivo nella memoria dei loro familiari e delle comunità che li hanno conosciuti. Un ricordo che si rinnova nel segno della giustizia, della verità e del rispetto dovuto alle vittime.
Perché, come sottolinea Marco Cordone, «non dimenticare» significa non solo onorare chi non c'è più, ma anche continuare a interrogarsi sulle risposte che ancora oggi attendono di essere date.