Medici di famiglia: quarant’anni dopo, la riforma è ancora ferma
03-06-2026 11:30 -
di Mauro Valiani
Sfogliando vecchi volumi di Giorgio Cosmacini (Storia della medicina e della sanità nell’Italia contemporanea-Laterza) mi sono imbattuto in questo passaggio: «Bisogna aiutare il medico a entrare nella logica di un sistema; egli non deve sentirsi un libero professionista, ma parte integrante di un'organizzazione complessa. Se non aiuta il sistema a funzionare, il sistema gli impedisce di lavorare bene». (Elio Borgonovi, nella mitica rivista «TempoMedico» n. 203, giugno 1982, p. 62).
La discussione sul rapporto di lavoro dei mmg ha ripreso di intensità negli ultimi tempi e si ripropone il punto di Borgonovi, dopo quarantaquattro anni. Conviene accostare a ciò l’assunto ‘filosofico’ fondamentale di Atul Gawande (prof alla Harvard Medical School di Boston): “La medicina d'emergenza e quella specialistica sono fondamentali, ma è il rapporto prolungato tra medici di base e pazienti che fa davvero la differenza”.
Recentemente abbiamo visto un abbraccio tra l’assessora Monni (Regione Toscana) ed il capo del principale sindacato dei mmg, FIMMG. La stessa ha stigmatizzato la (obiettivamente vaga) apertura del ministro Schillaci sulla possibilità del ‘doppio canale’ del rapporto di lavoro dei mmg con il servizio sanitario nazionale (dipendenza e a partita IVA) ed enfatizzato il pieno accordo con lo stesso sindacato realizzato nei mesi scorsi con un Accordo Integrativo Regionale.
Si sostiene che ciò che conta è che i medici si organizzino in Aft (Aggregazioni funzionali territoriali), cioè gruppi di medici che operano in squadra, e che questi diano volontariamente delle ore di attività nelle Case della Comunità. Ma è dal 2010 che tali aggregazioni sono state proposte in accordi nazionali! Che cosa hanno sortito in questi lunghi anni?
D’altra parte, il sistema politico da decenni discute di medicina territoriale senza riuscire a cambiarla. Guardando la situazione dal punto di vista del cittadino ci sono molti dati che dipingono un quadro critico del sistema sanitario. In particolare, dal questionario EUROPEP (European Task Force on Patient Evaluations of General Practice) emerge che gli aspetti organizzativi sono quelli più critici. l’Italia presenta una contraddizione caratteristica: alta fiducia nel medico come persona e professionista, ma bassa soddisfazione per l’accessibilità al servizio, anche riflesso della carenza strutturale di medici di medicina generale rispetto agli altri grandi paesi europei.
«A questo punto sorge spontanea la domanda», avrebbe detto il giornalista Antonio Lubrano: perché gli ospedalieri debbono essere dipendenti ed i medici di famiglia solo liberi professionisti? È, quindi, interessante la proposta sostenuta da molti giovani medici della possibilità, su base volontaria e programmata, di esercitare la medicina generale anche in regime di dipendenza del servizio sanitario nazionale all’interno delle Case della Comunità e degli Ospedali di Comunità (vedi su saluteinternazionale.it).. La proposta (che non è in contraddizione con il principio della libera scelta del medico di famiglia) presenta, infatti, una coerenza con le principali necessità di cambiamento e di maggiore efficacia.
Tra queste la prima è senz’altro la presa in carico di pazienti con patologie croniche da parte di gruppi multidisciplinari, con l’utilizzo di PDTA (percorsi diagnostici terapeutici assistenziali standardizzati) condivisi. È oggi scarsamente praticata e su questo punto si giocherà l’efficacia delle Case della Comunità, non semplicemente ‘sui muri’ (per inciso: anch’io continuo a domandarmi perché non abbiano mantenuto la dizione storica di Case della Salute).
Inoltre, non sono ancora adeguatamente sviluppate le pratiche di prevenzione e di educazione alla salute. E ciò nonostante siano decenni che è stato proposto il Chronic Care Model, modello organizzativo di sanità d'iniziativa, con il suo scopo di passare da un'assistenza "di attesa" a una proattiva.
Le Cure Primarie trasformate dovranno anche, insieme ad una diretta conoscenza ‘del corpo e della storia’ delle persone, sfruttare molto di più il potere della tecnologia.
Tuttavia, la prima azione di cambiamento cui deve attendere la rappresentanza politica è quella della formazione del medico di famiglia. L’imprinting formativo dei mmg non può più essere quello dei corsi regionali gestiti dal sindacato, è necessario un vero e proprio corso universitario al pari di tutte le altre specialistiche. Inoltre, dirigenti politici e cultori della sanità pubblica devono sforzarsi di andare a parlare nelle Università dove si formano le professioni sanitarie e i medici e discutere con essi, impegnandosi su concreti cambiamenti ed anche per rilancio degli aspetti sociali e ‘spirituali’ della professione! (affinché le prospettive emergenti non siano più quelle… dell’emigrazione!).
Due nodi, quello della carenza di risorse (fermare l’economia di guerra e provvedere alla primaria necessità di infermieri, con adeguati stipendi!) e quello della debolezza della sanità pubblica territoriale dovrebbero essere i punti di repere per lo sviluppo di una proposta di cambiamento del prossimo nuovo governo (sull’attuale - compagine di conservatori e corporativi - non c’è da riporre speranza).
Se tutto ciò salterà o rimarrà sospeso in gran parte del territorio nazionale, il sistema sanitario italiano collasserà e non sarà più il caso di parlare di universalismo ed equità. E non servono elucubrazioni sul ‘terzo servizio’ come quelle del presidente Giani (joint venture Coop-terzo settore-Regione).
Di contro, al netto di alcune timidezze e compiacenze corporative, il costruendo ‘campo progressista’ che ne pensa?
Mauro Valiani (medico in pensione, già direttore dipartimento prevenzione Empoli)