Remo Scappini, l'operaio empolese che firmò la libertà
15-06-2026 09:22 -
Trentadue anni fa si spegneva Remo Scappini, l'operaio empolese che ha guidato il Comitato di Liberazione della Liguria e che fu artefice della resa dei tedeschi. Clebs.it, nel giorno dell'anniversario della morte ha voluto dedicargli un ritratto.
Il 15 giugno 1994 si spegneva a Empoli Remo Scappini. Aveva ottantasei anni e alle spalle una vita che coincideva, in larga parte, con la storia dell'antifascismo italiano, della Resistenza e della costruzione della democrazia repubblicana. A 32 anni dalla sua scomparsa, il suo nome continua a rappresentare una delle espressioni più alte dell'impegno civile nato nelle case operaie e cresciuto nella lotta contro la dittatura.
Remo Scappini era nato a Empoli il 1° febbraio 1908, in una famiglia povera ma profondamente segnata dai valori della giustizia sociale e dell'antifascismo. Il padre era stato arrestato dopo gli scontri seguiti allo sciopero generale del marzo 1921 contro le violenze delle squadre fasciste fiorentine. In quel clima difficile, il giovane Remo imparò presto il significato della solidarietà: partecipò alla raccolta di aiuti per i detenuti politici e comprese che la libertà non era un bene acquisito, ma una conquista da difendere.
La sua infanzia non conobbe privilegi. A dieci anni lavorava già come garzone in una bottega di biciclette; poco dopo passò in altre botteghe e, compiuti quattordici anni, entrò come operaio in fabbrica. Fu proprio nel mondo del lavoro che maturò la sua coscienza politica. Nel 1923 aderì alla Federazione Giovanile Comunista e nel 1926, insieme alla fidanzata Rina Chiarini, entrò nel Partito Comunista d'Italia, ormai costretto alla clandestinità dalle leggi eccezionali del regime.
Dotato di capacità organizzative e di grande determinazione, divenne ben presto dirigente dei giovani comunisti toscani e vice responsabile regionale del partito. Ricercato dalla polizia fascista, nel 1930 riuscì a sottrarsi all'arresto e a riparare a Parigi grazie all'organizzazione clandestina. Da lì fu inviato a Mosca, alla Scuola Leninista, dove approfondì la propria formazione politica.
Rientrato in Francia alla fine del 1932, riprese immediatamente l'attività clandestina e tornò più volte in Italia per organizzare le lotte operaie e antifasciste. Il 3 ottobre 1933 venne arrestato a Faenza. Il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato lo condannò a ventidue anni di reclusione. Trascorse oltre nove anni nelle carceri fasciste, soprattutto a Fossano e Civitavecchia. Anni durissimi, durante i quali non venne meno alle proprie convinzioni e conobbe molti dei principali dirigenti dell'antifascismo italiano.
Nell'ottobre del 1942 uscì dal carcere grazie all'amnistia concessa nel ventennale del regime. Richiamato alle armi, disertò pochi mesi dopo e riprese immediatamente il lavoro clandestino. Fu inviato a Torino per dirigere l'organizzazione comunista piemontese, contribuendo alla nascita dei primi Gruppi di Azione Patriottica e delle formazioni partigiane. Dopo l'8 settembre passò a Milano e quindi a Genova, città nella quale avrebbe lasciato il segno più profondo della propria vicenda resistenziale.
In Liguria, insieme alla moglie Rina Chiarini, che lo aveva atteso per tredici lunghi anni di carcere e persecuzioni, organizzò la lotta contro il nazifascismo. Nel giugno del 1944 fu nominato responsabile del Triumvirato insurrezionale del Partito Comunista per la Liguria ed entrò nel Comitato di Liberazione Nazionale regionale, del quale divenne presidente nei primi mesi del 1945.
Fu proprio in questa veste che il 25 aprile 1945 scrisse una delle pagine più straordinarie della storia della Resistenza italiana. A Villa Migone, sede della Curia arcivescovile di Genova, ricevette la resa del generale tedesco Günther Meinhold, comandante delle truppe germaniche presenti in Liguria. Trentamila soldati si arresero ai partigiani del Corpo Volontari della Libertà. Un fatto unico nella storia europea: una grande formazione militare nazista che deponeva le armi davanti alle forze della Resistenza prima dell'arrivo degli eserciti alleati.
La firma di Remo Scappini in calce a quell'atto non rappresentò soltanto la conclusione vittoriosa di una battaglia militare. Fu il simbolo della riscossa di un popolo che aveva saputo liberarsi dalla dittatura grazie al sacrificio di donne e uomini comuni: operai, contadini, studenti, sacerdoti, militari e cittadini che avevano scelto di non piegarsi.
Nel dopoguerra Scappini continuò a servire le istituzioni democratiche. Fu membro del Comitato centrale del Partito Comunista Italiano, deputato per tre legislature e senatore della Repubblica. Ricoprì incarichi politici in Toscana, in Puglia e a Roma. Per quindici anni sedette nel Consiglio comunale di Empoli e, dal 1985, fu consigliere comunale a Genova, la città che aveva contribuito a liberare.
Accanto all'impegno istituzionale non venne mai meno il lavoro per custodire la memoria dell'antifascismo. Fu dirigente dell'ANPI e dell'ANPPIA, collaborò con l'ANED e con altre associazioni combattentistiche e pubblicò, insieme alla moglie, importanti testimonianze come Ricordi della Resistenza e Da Empoli a Genova. La sua biblioteca personale, i documenti, gli atti parlamentari e il patrimonio di studi raccolto in una vita sono oggi conservati nel Centro di documentazione sull'antifascismo e la Resistenza intitolato a Remo e Rina Scappini.
Empoli non ha dimenticato i suoi figli migliori. Alle loro figure sono dedicate vie cittadine; nel 2021 un murale dell'artista Ligama, nei pressi della stazione ferroviaria, ha restituito i loro volti alla memoria collettiva; nel 2024 è stato inaugurato un monumento nel quartiere di Santa Maria. Ogni anno, inoltre, i familiari partecipano alle celebrazioni del 25 aprile a Genova, nel luogo in cui quella firma cambiò il corso della storia.
Ricordare oggi Remo Scappini non significa soltanto rendere omaggio a un protagonista della Resistenza. Significa riconoscere il valore dell'impegno, della coerenza e del coraggio civile. Significa ricordare che la democrazia italiana è nata anche dal sacrificio di un ragazzo empolese che aveva iniziato a lavorare a dieci anni e che, attraversando carcere, esilio e clandestinità, non rinunciò mai all'idea di un Paese più libero e più giusto.