Tre, due, uno.... Zero: ricordi di una notte indimenticabile
10-07-2026 11:15 -
di Gordon Baldacci
Ci sono momenti nell’infanzia di ogni bambino che scolpiscono il destino. Passioni travolgenti che divampano da un singolo gesto, da una scintilla di pura curiosità, da uno sguardo attento che non preannuncia un rimprovero, ma si fa preludio di una mano tesa da stringere. Quella stessa mano che, da quel giorno in poi, ti accompagnerà guidandoti attraverso le sue immense partiture. Sono sette note. Sette note universali, capaci di dare voce a ogni singolo stato d’animo dell’anima umana. E fu proprio Empoli, con il suo stadio, esattamente quarantasei anni fa, a farsi incubatore naturale e custode di un fuoco sacro: una passione nata quasi per gioco, ma destinata a crescere a dismisura, fino a diventare il tratto distintivo di una vita intera.
Era il luglio del 1980, indicativamente il giorno 17, lo ipotizziamo con una certa sicurezza, nel constatare, l’elenco delle date che si rintraccia ancora oggi sul web in tante pagine dedicate al Re dei Sorcini. Renato Zero, con il suo spettacolo “Senza Tregua” arriva in una cittadina di provincia, dopo essersi esibito a Firenze e prima di giungere in un’altra grande città, Napoli. Un tour quello, costretto anche ad essere sospeso nella data di Pesaro in seguito al gravissimo lutto della Strage di Bologna che avverrà poco dopo due settimane. Un concerto sold-out anzi come si sarebbe detto allora “tutto esaurito”, in cui l’artista per la prima volta si esibisce e colma allo stadio Castellani.
Tempi complicati, un’Italia così diversa ma se vogliamo anche speculare rispetto ad oggi. Due facce della stessa medaglia. Le tensioni sociali, la musica impegnata, gli anni del terrore, ma anche gli anni delle estati ancora apprezzabili climaticamente, con il caldo confinato al massimo alla terza settimana di luglio e alla prima di agosto. La stagione dei concerti all’aria aperta, che si apriva a giugno e si chiudeva a inizio settembre, quasi sempre negli stadi. Una popolazione in maggioranza giovane anzi giovanissima, che soprattutto in Toscana, aveva già da metà degli anni settanta iniziato ad inseguire questo pifferaio magico, ricoperto di piume, costumi luminescenti, trucchi e parrucca variopinti. Gira voce che abbia questa dote di raccontare sempre con un giro avanti, la vita e le sue mille sfaccettature.
Il “fenomeno Zero” nel 1980 era già ben radicato nelle nostre zone. Lui stesso anni fà raccontava i suoi esordi al PG 93. Ci sono preziosi video in super otto che lo immortalano persino a Montespertoli. In quella Toscana sempre divisa in mille campanili, eternamente Guelfi e Ghibellini, Renato Zero supera le categorie di pensiero. Ai suoi concerti si trova la suora e il prostituto, l’idraulico e l’avvocato, e con la maschera adatta ad ogni situazione; racconta le contraddizioni del costume e della società di allora, ma per chi ancora oggi lo continua ad ascoltare, di un mondo ancora diviso in fazioni a compartimento stagno. E lui non si fa pregare, va dritto al punto; canta di madri che deludono le aspettative dei figli NO, mamma no!, di quelle che non accettano di farli nascere Sogni nel buio, la pedofilia Qualcuno mi renda l’anima, lo stigma del diverso Una sedia a ruote, l’ambiente da rispettare Sogni di latta, la paura dei robot Arrendermi mai! (ante litteram della nostra IA) fino ad arrivare a temi solo in apparenza più frivoli, come la sessualità aperta (oggi diremmo fluida) Triangolo, Mi vendo, Onda gay. Sempre senza mai superare un limite, quello della volgarità. Ho sempre tenuto conto che di fronte a me c’erano i nonni, che ai miei concerti portavano i loro nipoti, dirà sempre in una biografia personale agli inizi degli anni duemila.
Il suo arrivo in città per un concerto allo stadio in pompa magna, ovviamente aprì un forte dibattito fra gli empolesi. Da un lato chi non potendolo incastonare in una specifica categoria soprattutto politica, lo paragonava ad una specie di “santone laico”, da cui tenere i ragazzi lontani. C’era chi diceva che lanciasse messaggi pericolosi, anche perchè lui lo Zero, è imprevedibilità, follia assoluta, una ne fa, cento ne pensa; davvero non si può mai sapere cosa davvero possa portare in scena. I cultori della musica poi più maturi, cresciuti con Domenico Modugno o Luciano Tajoli, lo definivano sgraziato e stonato, i cantanti erano altri, non questa specie di saltimbanco da fiera, vestito di stracci, che racconta la vita… io mendicante disteso al sole sacco di stracci senza più valore…
Ed è qui che arrivava il cortocircuito definitivo, il suo rapporto con Dio. Proprio in quella tourneè Renato Zero, che aveva già scritto e messo in musica “il Cielo” inserisce un brano che è una dichiarazione assoluta di Fede. Si intitola Potrebbe essere Dio. Per la prima e forse unica volta, al Castellani, quando in scaletta l’orchestra inizia le note del brano parte una vera e propria preghiera laica, verso un qualcosa più grande e misterioso. Renato canta… Dio non sarà aritmetica, nè parapsicologia, non sta nei falsi tuoi simboli, e rilancia, Ti giochi Dio al Totocalcio, lo vendi per una dose, lo butti via in una frase, lo cercherai in farmacia. Lo stadio si illumina e all’unisono intona questo inno verso l’infinito, Renato Zero, chiude in lacrime commosso con l’ultima strofa: nel tuo delirio nel tuo cielo Dio!
Ma sono tanti i ricordi che affollano la mente di chi ha vissuto quella sera; come al suo arrivo sul palco, un lungo vestito bianco, un cappello iconico che ricordava quello di capitano di vascello, e l’introduzione del concerto: una semplice frase…con le regine con i suoi re, il carrozzone, va avanti da sé. Ed è lì in quel gesto, la mano che porge verso il suo pubblico, che il ragazzino che ero ieri, dimostra ancora la sua età, ne resta affascinato, ed ascolta, ascolta… Lui scompare nel buio e torna vestito come un uccello: guardami, volteggiare, prima di sparare, vecchio cacciatore, hai volato mai , l’hai fatto mai… Ed è in quel miscuglio dissacrante fra sacro e profano, che persino un brano oggi considerato forte per un minore come Profumi, Balocchi e Maritozzi, tra lo scherno e la burla, si comprendono le crisi dei genitori, la diversità… Trovami un marito mamma, trovami un marito tu…lui non ha appetito lui è così avvilito mamma…
Le ore scorrono veloci, ed è in quel magico cerchio perfetto che si va a chiudere il concerto, ma non prima di un altro momento corale che resta nella storia di chi quella sera c’era al Castellani. Il sole muore già, e di noi questa notte avrà pietà, Amico è bello, amico è tutto è l’eternità, è quello che non passa mentre tutto va. Una città in delirio, ragazze scappate di nascosto dai genitori a seguire il loro beniamino, le becere chiacchiere degli anziani ai circoli, a chiedersi cosa mai ci troveranno in questo pagliaccio che urla, salta, e si trucca come un pervertito.
Di quell’evento oggi a quarantasei anni di distanza, resiste la forza di un fenomeno collettivo, uno dei tanti che ad Empoli hanno avuto modo di verificarsi. Era un tempo scandito nella socialità, in cui la politica e lo spettacolo vivevano di eventi e riti collettivi; oggi restano i ricordi, in alcuni la passione ancora viva e presente, in altri la consapevolezza che Empoli i suoi locali, il suo stesso stadio, erano incubatori prima, conferme del successo poi, per tanti artisti famosi. Non solo Renato Fiacchini in arte Zero.
Certo oggi non mancano contenitori più piccoli ed eventi, sia estivi che invernali, ma tante normative di sicurezza, impediscono di realizzare allo stato attuale dello stadio, concerti di una certa rilevanza e capienza. Ed in parte questo è un piccolo rammarico, soprattutto riavvolgendo il nastro dei ricordi. Passando davanti ai cancelli dello stadio in questi giorni sul far della sera, chiudendo gli occhi, sembra di sentirli ancora quei ragazzi ormai genitori, alcuni addirittura nonni, scandire quel conto alla rovescia che è solo dei concerti di Renato.