Quindicimila in piazza, la sconfitta e nessuna rabbia: il calcio in Norvegia

14-07-2026 12:04 -

di Damiano Vezzosi

Quindicimila in piazza, e nessuna rabbia: una serata di mondiali a Trondheim. Sabato sera sono andato con mio figlio a vedere Norvegia-Inghilterra davanti al maxischermo della piazza centrale di Trondheim, dove vivo. Centosessanta metri quadrati di schermo (dicevano che sia il più grande disponibile in Europa in questo momento) montati nel cuore della città per l'occasione. Prima non c'era, non credevano di arrivare così lontano. Quindicimila persone, almeno diecimila già lì due ore prima del fischio d'inizio.

Il pubblico era quello che ti aspetteresti in una serata così: tantissimi tra i diciotto e i trent'anni, ma anche famiglie, coppie, gruppi di amici, uomini e donne in egual misura. Maglie, sciarpe, qualche bandiera; il solito campionario da grande evento sportivo. Ragazze di una bellezza stellare, anche perché rilassata. Donne in quel modo, in Italia, camminerebbero e due metri da terra, ma questo è un altro discorso. Nell'attesa, concerti; prima per i bambini, poi per gli adulti, poi alcune personalità locali a scaldare l'atmosfera. Il coro collettivo di “Alt for Norge” inno scritto a suo tempo per la nazionale dei mondiali 1994 ma ancora in uso, anche perché bello. Poi l’ormai celeberrimo “Ro” (si pronuncia Ru) e io e mio figlio ci siamo prestati volentieri. Ho letto qualche giornalista italiano che prova a fare il fenomeno e lo scrive Rø. Vabbè…
Quello che mi ha colpito, però è stato quello che non è successo.

La partita è stata vissuta con intensità: entusiasmo, attesa, desiderio, e alla fine delusione. Ma in nessun momento ho percepito rabbia. Nemmeno un accenno. Io, italiano, guardando certe decisioni arbitrali, sentivo salire un moto di stizza, pur non essendo io il tifoso coinvolto, che però si smorzava da solo, semplicemente perché l'aria intorno a me non lo alimentava. In quella piazza nessuno stava scaricando sul calcio le frustrazioni di qualcos'altro. Il calcio restava calcio: un gioco, un pretesto per stare insieme, non un contenitore per rancori accumulati altrove. È una differenza che da italiano fatico a non notare. Da noi le sconfitte sportive diventano spesso l'occasione per tirare fuori tutto il resto — la polemica politica, il rancore sociale, la voglia di litigare con qualcuno. Qui la sconfitta è rimasta una sconfitta, niente di più. Le persone erano lì, tutte insieme, per lo stesso motivo, e questo bastava a renderle felici, o almeno serene. Era sufficiente pensare al fatto di esserci.

Alla fine della partita parlavo con un ragazzo sulla trentina, per capire cosa pensasse dell'esito e dell'arbitraggio. Mi ha risposto con un sorriso, gli occhi tranquilli: «Potevamo vincere, ma il calcio è corrotto, lo sappiamo.» L'ha detto così, come si constata il tempo che cambia. Una battuta, quasi un'alzata di spalle a nome della piazza, non un'accusa gridata. Ed è proprio in quella leggerezza che ho trovato la sintesi di tutta la serata: la capacità di vivere intensamente la partita, alla fine c’era chi piangeva. Allo stesso tempo però, nessuno la prendeva troppo sul serio.
Tornando a casa con mio figlio ho pensato che forse la vera differenza tra noi e loro è quello che ci portiamo a casa dopo. Loro si sono portati a casa solo una piazza.