Per comprendere la tragedia di Bologna le domande da porsi sono di sistema

23-07-2026 10:05 -

di Franco Pescali

Ogni volta che un fatto di cronaca coinvolge le forze dell'ordine, il dibattito pubblico italiano segue un copione ormai prevedibile. È accaduto di nuovo con la morte di un uomo durante un intervento della polizia a Bologna. Nel giro di poche ore i social si sono riempiti di filmati, ricostruzioni parziali, sentenze pronunciate prima ancora che i magistrati iniziassero il loro lavoro. La politica, come spesso accade, ha scelto di schierarsi anziché comprendere. Da una parte il fronte che difende sempre e comunque le forze dell'ordine. Dall'altra chi vede in ogni intervento un abuso di potere. Nel mezzo, il vuoto. È il trionfo del dito che nasconde la luna.

A Bologna, mentre il corpo della vittima era ancora a terra e sarebbe stato doveroso rivolgere anzitutto un pensiero alla famiglia, il confronto pubblico si è trasformato nell'ennesimo ring ideologico. La domanda non è stata: "Come è potuto accadere?". La domanda è diventata immediatamente: "Di chi è la colpa?". È una differenza sostanziale. La prima apre alla ricerca delle cause. La seconda produce soltanto tifoserie. Eppure, la storia della Repubblica racconta un'altra politica. Tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Ottanta l'Italia visse probabilmente la stagione più drammatica dal dopoguerra. Terrorismo, stragi, violenza politica, criminalità organizzata. Venivano assassinati magistrati, poliziotti, carabinieri, agenti di custodia, giornalisti, medici, amministratori pubblici. Le piazze erano attraversate dagli scontri armati. Lo Stato era sotto attacco.


La risposta non fu soltanto l'inasprimento delle pene
La politica comprese che sicurezza e democrazia non erano concetti contrapposti, ma complementari. Rispose, per usare una felice espressione, indossando gli "occhiali della Costituzione". Mentre combatteva il terrorismo, costruiva riforme destinate a cambiare il Paese. Nascevano lo Statuto dei lavoratori, la riforma del diritto di famiglia, la riforma sanitaria, la legge Basaglia, i decreti delegati sulla scuola. Il sistema penitenziario veniva ripensato con la legge Gozzini. Si riorganizzavano i servizi di informazione. Si istituiva il Servizio sanitario nazionale. Anche il sistema della sicurezza veniva profondamente riformato. La legge 121 del 1981 rappresentò una delle più importanti innovazioni istituzionali della Repubblica. Smilitarizzò la Polizia di Stato, rafforzò il coordinamento tra Prefetto e Questore, delineò un modello di sicurezza civile e democratica fondato sulla prossimità ai cittadini e sulla collaborazione tra istituzioni.

Era la dimostrazione che la sicurezza non si costruisce soltanto con più repressione, ma con organizzazioni efficienti, personale formato, responsabilità chiare e una visione politica di lungo periodo. Oggi quella visione sembra essersi smarrita. Negli ultimi vent'anni si sono alternati governi di centrodestra e centrosinistra. Sono cambiati i ministri dell'Interno, ma raramente si è aperta una discussione seria sul funzionamento del sistema sicurezza. Ogni episodio viene affrontato come un'emergenza isolata, mai come il sintomo di un problema strutturale. La destra continua a pensare che sicurezza significhi soprattutto aumento delle pene, nuovi reati, più carcere. La sinistra, al contrario, fatica ancora a elaborare una proposta organica sul tema. Il dibattito si concentra quasi esclusivamente sui codici identificativi degli operatori di polizia, misura certamente condivisibile sul piano della trasparenza, ma insufficiente se presentata come la risposta ai problemi del sistema.

La domanda che il centrosinistra dovrebbe tornare a porsi è un'altra
Qual è oggi la sua idea di sicurezza democratica? Considera ancora attuale l'impianto della legge 121 del 1981? Ritiene ancora centrale il ruolo di Prefetti e Questori? Come immagina il rapporto tra sicurezza, welfare, servizi sociali e sanità territoriale? Senza una risposta a queste domande il dibattito continuerà a oscillare tra garantismo di principio e giustizialismo emotivo, lasciando campo libero a chi costruisce consenso alimentando la paura. Perché la paura produce sempre domanda di sicurezza. E quando la politica democratica rinuncia a governarla, qualcuno è sempre pronto a sfruttarla. Dopo Salvini è arrivata Meloni. Dopo Meloni potrebbe arrivare qualcuno ancora più radicale. È una dinamica già vista in molti Paesi occidentali. Il vero nodo, tuttavia, è un altro. Se davvero vogliamo comprendere quanto accaduto a Bologna, dovremmo smettere di discutere soltanto del singolo intervento e iniziare a porci alcune domande di sistema. I corsi di formazione iniziale degli operatori di polizia sono ancora adeguati rispetto agli scenari contemporanei? Le dodici giornate annuali di aggiornamento previste per gli operatori di polizia vengono realmente effettuate? I dati sono pubblici? Chi verifica la qualità dell'addestramento? Quando intervengono contemporaneamente polizia, vigili del fuoco e personale sanitario, chi esercita concretamente il comando operativo? Esistono procedure condivise o tutto dipende dall'esperienza del singolo? Il Numero Unico di Emergenza 112 funziona davvero come centrale integrata? Nei casi che coinvolgono persone affette da disturbi psichici o in forte stato di agitazione vengono condivise in tempo reale le informazioni disponibili tra personale sanitario e forze di polizia? Perché negli ultimi anni sono state progressivamente ridimensionate o chiuse numerose scuole di formazione delle forze dell'ordine proprio mentre aumentavano la complessità degli interventi?

E ancora. Nel maggio scorso il Dipartimento della Pubblica Sicurezza ha diffuso una circolare relativa alla gestione delle persone non collaborative. Prima della sua applicazione il personale è stato adeguatamente formato? È una domanda tutt'altro che secondaria. Perché se gli operatori ricevono un protocollo senza il necessario addestramento, il rischio è evidente: quando qualcosa andrà storto saranno loro, e soltanto loro, a risponderne davanti al magistrato. In medicina, nell'aviazione civile e nelle organizzazioni ad alta affidabilità questo fenomeno è noto da tempo. Si chiama incidente organizzativo. L'errore visibile dell'ultimo operatore è spesso soltanto l'effetto finale di una lunga catena di decisioni, omissioni, carenze formative e responsabilità gestionali. James Reason, uno dei maggiori studiosi della sicurezza organizzativa, lo spiegava con il celebre modello del "formaggio svizzero": gli incidenti si verificano quando più falle del sistema finiscono per allinearsi. Anche nelle forze di polizia gli errori individuali non possono essere analizzati senza interrogarsi sull'organizzazione che li ha prodotti. Questa riflessione conduce a un'altra questione quasi completamente assente dal dibattito pubblico.

Il benessere psicologico degli operatori
Le statistiche sui suicidi nelle forze di polizia rappresentano da anni un segnale allarmante. Così come l'elevato numero di separazioni familiari, di sindromi da stress cronico e di situazioni di disagio psicologico. Chi indossa una divisa vive quotidianamente situazioni che pochi altri lavoratori sperimentano: violenza, morte, incidenti, conflitti, turni irregolari, responsabilità enormi, esposizione mediatica e giudiziaria. Eppure, la politica continua a occuparsi quasi esclusivamente dell'ordine pubblico, dimenticando chi quell'ordine pubblico lo garantisce ogni giorno. Quante risorse vengono destinate al supporto psicologico? Quanti programmi di prevenzione dello stress operativo esistono realmente? Quanto viene investito nella leadership dei dirigenti, nella gestione delle squadre, nella cultura della sicurezza e dell'apprendimento dagli errori? Sono domande che raramente trovano spazio nelle campagne elettorali. Eppure, riguardano direttamente la sicurezza dei cittadini. Perché un operatore formato, aggiornato, seguito psicologicamente e inserito in un'organizzazione efficiente commette meno errori. E quando gli errori diminuiscono, diminuiscono anche le vittime, i processi, i conflitti e la sfiducia nelle istituzioni. La politica dovrebbe tornare a fare questo: individuare i problemi strutturali e affrontarli con riforme, non con slogan. Discutere nei talk show se stare con la polizia o contro la polizia è semplice. Molto più difficile è chiedersi se il sistema che abbiamo costruito mette davvero gli operatori nelle condizioni di lavorare bene e i cittadini nelle condizioni di sentirsi sicuri.

La luna è questa. Il resto è soltanto il dito
E finché continueremo a guardare il dito, ogni tragedia sarà destinata a ripetersi identica alla precedente: qualche giorno di indignazione, una valanga di dichiarazioni, processi mediatici anticipati e nessuna riforma. Nel frattempo, il Paese diventerà sempre più impaurito, più arrabbiato e più diviso e poliziotti, carabinieri, finanzieri si sentiranno sempre più soli. La politica ha il dovere di interrompere questo ciclo. Non sui social, ma in Parlamento. Non con slogan, ma con idee. Non inseguendo l'emozione del momento, ma ricostruendo una cultura della sicurezza fondata sulla Costituzione, sulla competenza e sulla responsabilità. Perché la vera differenza tra una classe dirigente e una tifoseria è tutta qui: la prima guarda la luna, la seconda continua a indicare il dito.