Masi e Palagi su Alia: "Come sempre si scopre tutto a cose fatte"

01-08-2026 10:56 -

Il 29 luglio 2026, nei locali di via Torre degli Agli, il Gruppo Plures e le Confederazioni toscane di CGIL, CISL e UIL, insieme alle strutture regionali di categoria e a FIADEL, hanno sottoscritto due documenti: l'«Accordo Concessioni del Gruppo Plures» e il «Protocollo Appalti». Abbiamo avuto modo di leggerli. Non ci risulta che siano stati trasmessi ai Consigli comunali, né che ai soci pubblici sia mai stato permesso di discutere il progetto industriale, nonostante lo prevedesse la delibera del 2022 del Comune di Firenze.

Il primo atto scioglie un dubbio che ponevamo da settimane. All'articolo 3 si legge che «le parti prendono atto che la concessione inerente i servizi di igiene ambientale sarà trasferita al veicolo societario individuato per la Business Unit dei Servizi Ambientali». Prendono atto: la decisione è già stata assunta altrove. Le premesse aggiungono che il piano è stato illustrato alle organizzazioni sindacali il 26 maggio «previo confronto con le Autorità di Ambito», e che il veicolo sarà creato «nel corso del 2026». Il trasferimento di una concessione di servizio pubblico da una società a un'altra non è una faccenda interna a un gruppo industriale: è una modifica del concessionario, e presuppone una determinazione di chi la concessione l'ha affidata. Di quel confronto con le Autorità di Ambito stiamo chiedendo tutti gli atti.

C'è poi un articolo che impegna la capogruppo a informare preventivamente le organizzazioni sindacali in caso di «cessione totale o parziale di quote societarie della Business Unit», «modifiche nell'assetto della compagine sociale», fusioni, incorporazioni, scissioni, «joint venture o partnership industriali», «operazioni di aggregazione con altri gruppi industriali» e «modifiche degli assetti di controllo societario». Lo scorporo crea una realtà vendibile, cioè una società che contiene la concessione, il personale, i mezzi e gli impianti, cedibile in blocco senza toccare il resto.

Va detto quel che di buono i due testi contengono, prima di dire perché non basta. Il perimetro occupazionale della concessione comprende anche il personale che resta nella capogruppo ma lavora in via esclusiva o prevalente per il servizio, ed è una tutela seria. Il Protocollo Appalti vieta il subappalto a cascata, indica i contratti nazionali applicabili attività per attività, prevede il pagamento diretto delle retribuzioni alle lavoratrici e ai lavoratori quando l'appaltatore non paga, e scorpora i costi della manodopera dall'importo soggetto a ribasso. Sono impegni che chiediamo da anni. Il punto è che restano un atto volontario tra un'azienda e i sindacati, che le parti stesse prevedono di rivedere entro sei mesi: non sono scritti nel contratto di servizio né negli atti di concessione, e quindi oggi nessun ente pubblico può pretenderne il rispetto.

Sulle garanzie occupazionali il testo dice esattamente ciò che molte lavoratrici e molti lavoratori hanno capito leggendolo. L'accordo si applica ai dipendenti «già assunti alla data di sottoscrizione»; per chi verrà assunto nella capogruppo il contratto dei servizi ambientali è garantito «per il termine di 24 mesi dalla cessione»; i livelli occupazionali sono mantenuti «di gruppo al momento del passaggio», che è una fotografia a un istante e non un impegno nel tempo; e le tutele valgono «fino alla loro eventuale sostituzione mediante accordo sindacale». Un altro articolo definisce l'intero testo destinato a regolare «in via preliminare alcune questioni contingenti», con revisione entro dodici mesi.

Il Piano economico-finanziario «Alia OpCo» dell'agosto 2022 — l'unico documento di questa operazione rimasto pubblico, sul sito del Comune di Figline e Incisa Valdarno — indicava del resto tra gli obiettivi quello di «segregare il rischio operativo», e il veicolo era già stato costituito nel 2023 trasformando Valcofert in Ambiente Toscana OpCo, anche allora senza passaggi nei Consigli. Segregare il rischio significa segregare anche la garanzia: se la società operativa entra in difficoltà, dietro non c'è più il patrimonio della capogruppo, mentre il servizio resta essenziale e la responsabilità politica resta dei Comuni. E quel piano non prevedeva soltanto il trasferimento del servizio, del personale e degli impianti: al ramo rifiuti doveva seguire anche la quota di debito a esso riferibile. È il punto su cui chiediamo chiarezza da mesi, perché il debito del gruppo non è più quello del 2022: l'esposizione è passata in un anno da 323 a 869 milioni di euro, con un prestito obbligazionario da 200 milioni e una linea di finanziamento fino a 765 milioni. Non ci risulta che sia mai stato reso noto quale parte di quel debito accompagnerà la nuova società, né con quale patrimonio essa nascerà. Lo chiedevamo già nell'interrogazione depositata il 23 giugno 2026, dove domandavamo quando il quadro dell'esposizione debitoria sarebbe stato portato all'esame del Consiglio comunale.

Il cuore della vicenda, per le famiglie che pagano la TARI, sta nell'organigramma allegato all'accordo. Nella società operativa restano i servizi e gli impianti in concessione. Nella capogruppo restano finanza e controllo, acquisti, legale e regolatorio, personale, progettazione dei servizi, rapporto con l'utenza e, scritta in tutte lettere, la «fatturazione e credito (TARI)». Chi esegue il servizio dovrà comprare dalla capogruppo tutto il resto, e quel corrispettivo è un costo del gestore che entra nel Piano economico-finanziario e quindi nella bolletta. Il piano del 2022 lo quantificava con un ricarico del 10 per cento. È lo stesso capitolo che ATO Toscana Centro ha ridotto in sede di validazione, escludendo dalla tariffa costi corporate per 6,44 milioni di euro nel 2024 e 6,42 milioni nel 2025: costi che una riorganizzazione societaria può far rientrare dalla finestra sotto forma di addebito infragruppo. La stessa Autorità ha dichiarato di non aver mai ricevuto dal gestore la valutazione di congruità delle transazioni con le parti correlate.

Messi uno accanto all'altro, i due elementi disegnano la posizione in cui nasce la nuova società: si carica il debito del ramo che le viene conferito e paga alla capogruppo un ricarico su tutto ciò che non le è consentito fare da sé, in utile o in perdita, perché quel corrispettivo non dipende dall'andamento del servizio. Il debito scende nella società operativa, il margine sale alla capogruppo. È qui che le garanzie sottoscritte il 29 luglio mostrano il proprio limite: un accordo sindacale, per quanto avanzato, vincola un'impresa finché quell'impresa esiste e resta in mano a chi lo ha firmato. Se la società operativa entra in crisi, o se le quote vengono cedute (ipotesi che l'accordo stesso mette nero su bianco all'articolo sulle informazioni preventive) non ci risulta che una sola clausola di quel testo dica che cosa accade ai livelli occupazionali e ai contratti applicati. Le tutele restano scritte, ma appese a un soggetto costruito perché possa andare a fondo senza travolgere il resto del gruppo. Non stiamo denunciando un'irregolarità: stiamo denunciando un vuoto, e la scelta politica di lasciarlo aperto.

Come consiglieri di opposizione di due Comuni soci chiederemo che l'accordo e il progetto societario siano trattati nelle Commissioni competenti prima che il veicolo sia costituito, e non dopo, e che siano resi pubblici il perimetro finanziario della nuova società e gli atti sul subentro nella concessione. Continueremo a chiedere alla Sindaca e alla Giunta di comportarsi per quello che il Comune è: il primo azionista di Plures, una controparte e non uno spettatore. Un servizio pubblico essenziale non può essere messo in una società che si può vendere, indebitare o lasciare fallire mentre chi lo paga e chi lo fa scoprono tutto a cose fatte.

Dmitrij Palagi — Sinistra Progetto Comune
Leonardo Masi — Buongiorno Empoli



Fonte: Ufficio stampa