Dal Pianale all'Arno: cronaca, tragedia e memoria della strage di Artimino

06-08-2026 09:00 -

di: Gordon Baldacci

Nella geografia del dolore della Resistenza sul Montalbano, ci sono date impresse nella roccia e altre che scorrono come fiumi carsici, nascoste sotto il peso di verità mai del tutto svelate. Se l'11 giugno 1944 – giorno del tragico sabotaggio del treno di esplosivi a Poggio alla Malva per mano dei partigiani di Bogardo Buricchi – occupa il posto d'onore nella memoria collettiva locale, esiste un'altra pagina, scritta meno di due mesi dopo, rimasta a lungo confinata in un silenzio doloroso: l'eccidio di Artimino del 6 agosto 1944. A distanza di oltre ottant'anni, quel tragico pomeriggio in cui i soldati tedeschi in ritirata trucidarono cinque civili inermi conserva ancora molti interrogativi storici, ma brilla per l'assoluto e lacerante valore umano del sacrificio delle sue vittime.

La miccia e l'assurda rappresaglia nazista

Tutto ebbe inizio nei pressi di una casa colonica al Pianale. Secondo le ricostruzioni dell'epoca, mai del tutto confermate da una lettura storiografica ufficiale, un mugnaio di Comeana sparò un colpo di fucile contro due soldati tedeschi che transitavano lungo la strada a bordo di una moto. Gelosia? Un tentativo di difendere la moglie da un'insidia? O il gesto disperato di chi voleva recidere i ponti con un passato da fedelissimo del regime fascista? Le ipotesi restano tali. Nel 2000 la Procura militare si è mossa per cercare ulteriori indizi senza però arrivare ad un vero e proprio movente.
Uno dei due soldati tedeschi riuscì a dare l'allarme; la reazione nazista, però, fu immediata e spietata. Mentre il mugnaio, dopo aver sparato ai due tedeschi che erano un po' di casa nella colonica, se ne scappò via con la famiglia, i tedeschi appiccarono il fuoco alla colonica. I soldati poi risalirono verso il borgo di Artimino; non cercavano i colpevoli, ormai fuggiti: cercavano il sangue degli italiani. In un paese svuotato dagli uomini al fronte, popolato solo da anziani, donne e bambini stremati dalla fame, i militari rastrellarono cinque innocenti usciti in cerca di qualcosa da mangiare, fuori dai rifugi antiaerei.

Il muro, la fuga e il sangue degli innocenti


Nella Nepi (40 anni), Vincenzo Del Conte (56 anni), Olinto Fontani (64 anni) e Zelinda Vangi (44 anni) vennero ammassati contro un muro, sotto le canne spianate dei fucili. In quel momento drammatico, la giovanissima Annita Del Conte, figlia di Vincenzo, riuscì a sfuggire allo sguardo dei carnefici. Una corsa disperata nei campi la portò fino alla chiesa del paese, dove si rifugiavano i compaesani sfollati: "Non chiudete la porta, c'è la Nella e il babbo!", urlò tra le lacrime, convinta che anche loro fossero riusciti a scappare. La porta rimase aperta, ma il padre e la Nella non arriveranno mai. Per colmare il vuoto lasciato dalla fuga di Annita e pareggiare il conto della decimazione, i tedeschi catturarono il primo civile trovato sulla loro strada: Samuele Nepi, di 66 anni. Le raffiche di mitra spezzarono le loro vite in pochi istanti. I corpi vennero abbandonati sulla strada mentre i soldati si dileguavano.

Oltre la beffa: le bombe alleate e il martirio di Azelio Luzzi

La tragedia di Artimino, tuttavia, non si esaurì con la ritirata tedesca. Nel tentativo di dare una degna sepoltura ai cadaveri straziati, alcuni residenti decisero di andare a cercare gli americani “di là dall'Arno” all'altezza di Camaioni per chiedere aiuto. Gli alleati accettarono di intervenire, ma prima di muoversi a terra, bombardarono il paese con ordigni incendiari per coprirsi la strada. Fu la beffa che si sommò all'orrore. Il fuoco dal cielo colpì due uomini: uno morì sul colpo, mentre il cinquantenne Azelio Luzzi si spense dieci giorni dopo in ospedale, consumato dalle ustioni. Un legame con quel tragico periodo a perenne memoria, riemerso persino di recente, il 24 luglio scorso, quando un ordigno bellico inesploso della Seconda Guerra Mondiale è stato rinvenuto proprio nell'Arno a Camaioni, poi fatto brillare. Una delle tante, troppe bombe che quel giorno, in quei giorni colpirono il territorio.

Una memoria difficile: il teatro e il risveglio della coscienza

Nel 1945 la contessa Maraini, storica nobile del borgo, fece erigere un tabernacolo con una lapide per non dimenticare l'eccidio, senza incidere sulla prece, la data di posa. Una scelta di rispetto per quelle vite innocenti, ed un monito alle generazioni che sarebbero giunte dopo. La data da ricordare non doveva essere quella del tabernacolo, ma il 6 agosto 1944. Il monumento oggi illuminato dal sole cocente dell'estate è ancora lì, testimonianza viva, posto sulla sinistra lungo le mura storiche del borgo, nella via che cinge come un abbraccio tutto l'abitato, e che porta il loro nome; via Cinque Martiri. Per decenni, il ricordo dell'eccidio è rimasto una cerimonia istituzionale e silenziosa, complice la data che cade in pieno periodo estivo. Ma la vera scossa alla coscienza collettiva è arrivata nel settembre 2006, durante la tradizionale festa di San Michele. Il Rione Celeste, scelse di portare in scena quella giornata con una toccante rappresentazione del teatro di strada; cruda, intensa, fatta di gesti, sguardi. Una sceneggiatura toccante, con un titolo che era storia nella storia: “ 6 Agosto '44 “. Quel gesto coraggioso ormai vent'anni fa, ha riaperto un libro che rischiava di impolverarsi. Negli ultimi anni, la via intitolata ai Cinque Martiri la sera del 6 agosto, puntualmente si illumina e quelle pietre raccontano. Giungono risalendo dalla piana, dalle colline attorno, donne e uomini di ogni età, per commemorare questo eccidio. Testimoni silenziosi che il sangue versato ad Artimino non è stato dimenticato.
Ricordare per non dimenticare, con sempre meno superstiti ancora in vita di quel periodo è un compito arduo ma indispensabile, per onorare chi ha pagato con la vita, il prezzo altissimo, della nostra libertà dal nazifascismo.