“Pvonto, sono Francesco”: Guccini, Pavana e la cronaca fatta canzone
06-08-2026 17:26 -
E' scomparso oggi Francesco Guccini. Per ricordarlo Clebs.it ha chiesto un contributo al collega ed amico Daniele Dei che lo ha incontrato nel 2005 per la sua tesi di laurea in Storia del Giornalismo che vedeva lo stesso cantautore tra i protagonisti, assieme a Fabrizio De André e Francesco De Gregori
di Daniele Dei
Un numero di telefono con il prefisso 0573, quello di Pistoia, all'altro capo dopo gli squilli un inequivocabile “Pvonto” (con la r arrotondata quasi a sembrare una v) che ti faceva capire che era davvero lui: Francesco Guccini. Fu il suo management, in accordo con lui, a fornirmi il numero di telefono di casa. Sì, perché nel 2005, quando tutti avevano ormai un cellulare, mi dissero che lui non lo usava e che per parlarci bisognava fare alla vecchia maniera: chiamarlo a casa, a Pavana di Sambuca Pistoiese, sotto un curvone vicino alla chiesa, a poche manciate di metri dal confine tosco-emiliano.
Quando si palesò quel “Pvonto”, quasi non ci credevo: un mostro sacro della musica italiana, di quelli che hanno milioni di fan e le cui canzoni tutti conoscono, risponde al telefono di casa senza filtro alcuno. Ammetto, l'emozione fu forte: gli chiesi un appuntamento per aiutarmi nel completare la mia tesi di laurea in Storia del Giornalismo che lo vedeva tra i protagonisti, assieme a Fabrizio De André e Francesco De Gregori, e con la stessa semplicità di quel “Pvonto”, acconsentì. Il primo agosto 2005 quindi prendemmo via della Statale Porrettana io e Nico Raffi, collega giornalista con il quale ai tempi condividevamo una collaborazione con la redazione sportiva de “La Nazione” di Empoli, per andare a incontrarlo a casa. E come il primo impatto al telefono fu con lui, anche al portone avvenne lo stesso: nessuna anticamera, solo un uomo molto grande, ampio come il portone dell'antica casa di montagna dove viveva. Ci fece accomodare e mi stupì come in fiaschi solitamente utilizzati per il vino servisse agli ospiti fresca acqua di montagna. Abituato ai racconti da osteria di alcune sue opere, mi sorprese: ricordo ricambiai la visita con vino e vinsanto di una cantina di Capraia e Limite, che comunque immagino abbia successivamente consumato.
Al di là di piccoli dettagli che ovviamente rimangono impressi come quando incontri il tuo eroe, questa piccola e breve storia personale vuole solo far emergere come, in un mondo di star, c'è anche chi con semplicità ha saputo vivere la propria celebrità, senza un attico a Milano ma a due passi dal lago di Suviana, in una Pavana in cui circolavano volantini di eventi paesani in cui si citava anche la presenza di Guccini come ospite, senza temere (ai tempi i social erano solo agli albori) ingestibili ondate di fan. Dopo tutto sono passati 21 anni, ma non credo che nel tempo questa indole sia poi cambiata.
Nell'occasione arrivai a Casa Guccini più che preparato. Fu un incontro di circa un'ora e mezzo, che in accordo con lui, e per utilizzo scientifico personale, registrai: una testimonianza che ho riascoltato in queste ore con grande emozione. La tesi analizzava dieci canzoni, di cui quattro dello stesso Francesco Guccini, ispirate a fatti realmente accaduti: il mio compito fu quello di recuperare in emeroteca gli articoli di almeno tre differenti testate, confrontarli tra loro, e infine rapportarli al testo della canzone. Beppe Carletti, storico tastierista dei Nomadi, atteso fuori da un concerto e altrettanto gentiluomo di altri tempi, mi dette alcune dritte su alcune di queste composizioni, in particolar modo “Canzone per un'amica”: fu solo grazie a lui che riuscii a individuare l'incidente, la vittima e con essi gli articoli di cronaca. Guccini, sorpreso dalle informazioni in mio possesso fornite dal suo amico Carletti, confermò tutte le circostanze e mi fornì ulteriori dettagli, portando alla mia tesi un vero e proprio valore aggiunto. Fu così che l'amica della canzone ebbe un nome e cognome, Silvana Fontana, e una residenza a Castellarano, nel comprensorio ceramico reggiano.
Poi tanti altri aneddoti che recupero dagli appunti di allora. Su “La Locomotiva” disse: «Il libretto anarchico da cui ho tratto la canzone era quello del Bianconi, credevo si chiamasse Romano ma poi non era questo il suo nome. Non riesco a trovarlo, ma forse su Internet è reperibile. La canzone è sullo stile delle canzoni anarchiche di quegli anni. Allora frequentavo l’ambiente del circolo anarchico di Carpi, e il testo viene fuori proprio da quell’ambito. Diciamo che vuole essere più un tributo a esso che non un richiamo agli scioperi del 1972». E ancora, su “Primavera di Praga”: «Volevo ricordare la storia dello studente Jan Palach che si era bruciato vivo. Sono stato là quando c’era ancora il regime comunista e pensavo che fosse una città sottratta all’Occidente. Gli ideali di libertà degli studenti furono traditi dai fatti del 1968, che furono una delusione per tutti. La canzone la scrissi poco dopo, tra gennaio e febbraio del 1969, per sottolineare la situazione negativa che si stava creando. Quando arrivò a Pavana questa notizia dell’invasione dei carri armati, rimanemmo tutti molto perplessi».
Infine “Piazza Alimonda”: «Ho pensato alla canzone subito dopo. Nel pericolo di cadere nella retorica, alla fine ho voluto parlare di Genova. Nel testo però parlo di “opliti”, critico la polizia descrivendola come antichi guerrieri, oltre al potere e al nuovo governo. Genova 2001 è stata una tragedia morale che ho voluto criticare personalmente. Una canzone del genere rischia di rimanere retorica, ed è per questo che ho messo Genova in primo piano, il pensionato e il vecchio cane, dato che la gente ha veramente sofferto. Ora in Piazza Alimonda non c’è più niente di allora, ma il bar e l’aiuola restano ancora. È stata una forte emozione quando l’ho cantata a Genova, con il pubblico che si è alzato in silenzio, in un momento quasi di raccolta». Una foto davanti a quel portone con l'amico Nico Raffi, e poi via di nuovo verso Empoli. La tesi fu discussa il 21 novembre seguente, giorno del mio 22esimo compleanno: tanti amici mi chiesero il testo, piacque a molti ma non alla commissione d'esame, dove non ebbe grandissimo successo. Mi resta la soddisfazione di aver utilizzato questa opportunità di fare ricerca per conoscere e approfondire grandi carriere come quella dello stesso Guccini, ma anche quella, una decina di anni dopo, di aver portato personalmente al cantautore una copia della tesi: c'era una festa a Porretta Terme e sapendo della sua presenza, riesumai la tesi dal cassetto per portarne una copia con me in una escursione con il treno a vapore sulla linea ferroviaria Porrettana. Almeno ricordo che un servizio che il TGR Emilia-Romagna in cui si raccontava la giornata, Guccini fu inquadrato proprio con la tesi sotto al braccio: chissà se l'avrà mai letta.
Chioso con un segno del destino: da alcuni anni la vita mi ha portato da Empoli a Modena, dalla Toscana all'Emilia, in un viaggio al contrario rispetto a quello di Francesco Guccini. Ironia della sorte, adesso abito in una prosecuzione di via Domenico Cucchiari, a una manciata di centinaia di metri dalla casa, al civico 22, dove è cresciuto e si è fatto uomo, prima di spostarsi su Bologna. Un vicino di casa ideale tanto che, quando passo di là, una parte sognatrice di me avrebbe voluto che magari, suonando il campanello, mi sarei trovato di nuovo di fronte a quel grande uomo, grande come la porta d'ingresso, come in quell'assolato agosto del 2005.