Sicurezza, meno slogan e più tecnologia: “Servono sale operative interforze e radio moderne per salvare vite”
14-08-2026 21:25 -
di Franco Pescali
Con l’approssimarsi delle prossime elezioni, è facile prevedere che il tema della sicurezza tornerà prepotentemente al centro del dibattito politico. Ci saranno proposte, annunci, promesse di maggiori controlli, più uomini in strada, più telecamere, più presidi. Tutto legittimo. Ma c’è una parte della sicurezza pubblica che raramente entra nei programmi elettorali e che, invece, riguarda direttamente la qualità del servizio che lo Stato riesce a offrire ai cittadini e, soprattutto, la sicurezza degli stessi operatori: le comunicazioni, le sale operative e gli strumenti radio utilizzati dalle forze di polizia e dagli altri soggetti del soccorso. Sono temi apparentemente tecnici, poco spendibili sul piano elettorale. Eppure, possono fare la differenza tra un intervento coordinato e uno frammentato, tra una pattuglia che riceve tempestivamente un'informazione e una che la riceve in ritardo, tra una decisione presa in pochi secondi e una presa dopo una serie di telefonate. In altre parole: possono fare la differenza tra arrivare in tempo oppure no. Il 112: un sistema utile, ma che può essere migliorato . Partiamo dal Numero unico europeo per le emergenze, il NUE 112. Il modello italiano prevede una Centrale unica di risposta, di primo livello, che riceve la chiamata, acquisisce le prime informazioni, identifica la tipologia dell'emergenza e trasferisce la richiesta alla centrale operativa competente: Polizia di Stato, Carabinieri, Vigili del fuoco o soccorso sanitario. È un modello formalmente strutturato su due livelli. L'obiettivo è comprensibile: avere un numero unico, facilitare l'accesso al soccorso, localizzare il chiamante e filtrare le chiamate improprie. Ma proprio la struttura a due livelli pone una domanda che meriterebbe di essere affrontata senza pregiudizi: quanto può essere efficiente un sistema nel quale chi riceve la prima richiesta di aiuto non è necessariamente colui che gestirà operativamente l'emergenza? Chiunque abbia chiamato il 112 sa che, dopo le prime domande, può essere necessario ripetere le informazioni all'operatore della centrale competente. Per un cittadino che telefona perché sente rumori sul terrazzo e teme che qualcuno stia tentando di entrare in casa può essere semplicemente una seccatura. In una situazione di forte paura, tuttavia, anche ripetere per la seconda volta dove ci si trova, cosa sta accadendo e cosa si è visto può rappresentare un'esperienza frustrante. Ma proviamo a trasportare lo stesso meccanismo dentro un'emergenza complessa. Un incidente ferroviario. Un incendio industriale. Un'esplosione. Un incidente aereo. Una situazione con molte persone coinvolte e più corpi impegnati contemporaneamente. In questi casi il problema non è soltanto ricevere la telefonata. Il problema è trasformare quelle informazioni in una rappresentazione comune dell'emergenza, mettere rapidamente in relazione uomini e mezzi disponibili e consentire a chi deve decidere di avere davanti, nello stesso momento, tutte le informazioni necessarie. Ed è qui che il modello italiano può essere ripensato. Non basta che le centrali siano collegate: devono "pensare" insieme. Polizia, Carabinieri, Vigili del fuoco e sistema sanitario hanno esigenze, competenze e responsabilità differenti. È giusto che continuino ad avere le proprie catene di comando e le proprie centrali operative. Ma questo non significa necessariamente che debbano lavorare fisicamente e tecnologicamente separati quando si verifica una grande emergenza. Una cosa è avere quattro strutture diverse che si scambiano informazioni. Un'altra è avere una sala operativa interforze, nella quale gli operatori dei diversi enti siedano fianco a fianco, condividano lo stesso quadro operativo e possano parlarsi direttamente. Non si tratta di abolire qualche forza dell’ordine. Si tratta di creare un livello superiore di coordinamento, permanente o attivabile immediatamente in caso di emergenza, nel quale siano presenti tutti i soggetti necessari. È una differenza enorme. Perché nelle emergenze la distanza non è soltanto fisica. È anche organizzativa. Se un operatore di polizia deve parlare con il proprio responsabile, il responsabile con un'altra centrale, la centrale con i Vigili del fuoco e questi ultimi con il sanitario, ogni passaggio aggiunge tempo e soprattutto aumenta il rischio che un'informazione venga modificata, interpretata diversamente o semplicemente non arrivi. La tecnologia dovrebbe servire a eliminare questi passaggi, non a moltiplicarli. Le esperienze ci sono già state Non stiamo parlando di un'utopia. Durante Expo 2015 a Milano, la macchina della sicurezza sperimentò forme di coordinamento particolarmente avanzate. L'allora questore Luigi Savina spiegò che uno degli insegnamenti fondamentali dell'esperienza era stato proprio quello di mettere da parte la centralità dei singoli soggetti a favore della squadra. Anche a Roma, durante il Giubileo, sono state sperimentate strutture di coordinamento interforze. In occasione del test day dell'8 dicembre, il Centro per la gestione della sicurezza dell'evento, attivato presso la Sala operativa della Questura, coordinava attività che coinvolgevano Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di finanza, Polizia Roma Capitale, Ares 118, Vigili del fuoco, Esercito, Protezione civile e altri soggetti. Il punto, allora, è semplice: se questi modelli funzionano quando arriva un grande evento, perché non trasformare ciò che si è imparato in un patrimonio stabile del sistema di sicurezza nazionale? È questa la vera domanda politica. Perché troppo spesso in Italia le sperimentazioni nascono in occasione di eventi eccezionali, funzionano, vengono celebrate e poi, una volta terminata l'emergenza, tornano a essere esperienze isolate. La sicurezza moderna dovrebbe invece trasformare le buone pratiche in procedure ordinarie. Il problema delle comunicazioni radio C'è poi un secondo tema, ancora più vicino alla quotidianità degli operatori: le comunicazioni radio delle pattuglie. Per chi non lavora nelle forze di polizia può sembrare un dettaglio. Non lo è. Un operatore impegnato in un controllo del territorio deve poter ricevere e trasmettere informazioni senza dover interrompere ciò che sta facendo. Deve poter comunicare mentre si muove, mentre controlla una persona, mentre insegue qualcuno, mentre entra in un edificio. E qui emerge una questione molto concreta: l'apparato radio portatile. In determinate situazioni, un apparato tradizionale può diventare un ingombro. Se l'operatore deve utilizzarlo tenendolo in mano, quella mano non è più libera. E in un mestiere nel quale entrambe le mani possono servire per muoversi, controllare, proteggersi o intervenire, non è un dettaglio ergonomico. La soluzione non può essere semplicemente affidarsi al telefono cellulare. Lo smartphone è uno strumento straordinario, ma non è una radio operativa. La comunicazione cellulare è generalmente punto-punto. La radio di servizio deve invece consentire, quando necessario, la comunicazione contemporanea tra più operatori, con priorità, gruppi, canali e modalità pensate per l'emergenza. La differenza si comprende immediatamente immaginando una pattuglia che sta affrontando una situazione pericolosa e deve sapere se gli altri equipaggi stanno arrivando, quale sia la posizione del soggetto, se vi siano altre persone coinvolte e quali indicazioni stia impartendo la sala operativa. In quel momento non serve una telefonata privata. Serve una rete operativa. Una radio personale, integrata e realmente interoperabile. Uno degli obiettivi dovrebbe essere quello di arrivare a sistemi nei quali l'apparato radio sia assegnato personalmente all'operatore, associato alla sua identità operativa e immediatamente riconoscibile dalla sala. Non soltanto una radio che "parla", dunque, ma un dispositivo che diventi parte integrante del sistema informativo. Chi trasmette deve essere identificabile. La sala deve sapere quale operatore sta parlando. Le comunicazioni devono poter essere organizzate per gruppi. E, soprattutto, le diverse componenti della sicurezza devono poter comunicare tra loro quando una situazione lo richiede. Interoperabilità dovrebbe essere una delle parole chiave della futura sicurezza italiana. Polizia, Carabinieri, Vigili del fuoco, soccorso sanitario e, nelle situazioni necessarie, altre strutture pubbliche devono poter disporre di canali comuni o di sistemi capaci di mettere in comunicazione reti diverse senza costringere gli operatori a usare strumenti improvvisati. Non significa necessariamente che tutti debbano ascoltare tutto. Al contrario: una rete moderna deve garantire livelli di accesso, sicurezza e riservatezza differenti, mantenendo però la possibilità di creare rapidamente un gruppo operativo comune quando l'emergenza lo richiede. È esattamente ciò che serve sul campo: parlare con chi serve, quando serve, senza perdere tempo. E poi ci sono le informazioni al pubblico C'è un altro aspetto che spesso dimentichiamo. Una sala operativa moderna non deve soltanto mandare una volante, un'ambulanza o una squadra dei Vigili del fuoco. Deve anche essere in grado di produrre informazioni affidabili. Durante una grande emergenza, il pubblico ha bisogno di sapere cosa sta accadendo. Ma la velocità non può essere ottenuta sacrificando la correttezza. Una falsa informazione diffusa durante un'emergenza può provocare panico, congestionare le strade, generare nuove chiamate al 112 e persino ostacolare i soccorsi. Per questo il sistema dovrebbe essere progettato come una vera piattaforma di comando, comunicazione e informazione, capace di mettere in relazione ciò che arriva dal territorio, ciò che sanno le diverse forze e ciò che deve essere comunicato alla popolazione. Oggi abbiamo strumenti tecnologici enormemente più potenti di quelli di vent'anni fa. Il problema è capire se siamo riusciti a costruire un'organizzazione all'altezza di quegli strumenti. La sicurezza non è soltanto avere più uomini. Quando arriverà la campagna elettorale ascolteremo certamente proposte per aumentare gli organici, acquistare nuove auto, installare nuove telecamere e rafforzare la presenza delle forze dell'ordine. Tutto può essere utile. Ma c'è un punto che dovrebbe entrare nei programmi politici: prima ancora di chiedersi quanti uomini abbiamo, bisogna domandarsi quanto efficacemente riusciamo a farli lavorare insieme. Dieci pattuglie che comunicano male possono essere meno efficaci di dieci pattuglie coordinate perfettamente. Un operatore altamente addestrato, dotato di uno strumento radio inadeguato e inserito in una rete comunicativa frammentata, continuerà ad avere un limite che non dipende dalla sua professionalità. La tecnologia non sostituisce l'uomo. Lo mette nelle condizioni di lavorare meglio. Ed è proprio per questo che il tema delle sale operative e delle comunicazioni dovrebbe essere considerato una questione di sicurezza nazionale, non un capitolo tecnico riservato agli addetti ai lavori. Una proposta concreta per la prossima legislatura. Forse sarebbe utile che, prima delle prossime elezioni, le forze politiche rispondessero a poche domande molto semplici. Vogliamo una rete nazionale realmente interoperabile per le emergenze? Vogliamo che Polizia, Carabinieri, Vigili del fuoco e soccorso sanitario possano operare attraverso sistemi di comunicazione compatibili e condividere rapidamente un quadro operativo? Vogliamo dotare le pattuglie di apparati radio personali, ergonomici e realmente utilizzabili anche durante gli interventi a piedi? Vogliamo creare sale operative interforze permanenti o attivabili immediatamente nelle emergenze di particolare gravità? Vogliamo che le esperienze maturate con Expo, Giubileo e altri grandi eventi diventino procedure strutturali? E soprattutto: quanto siamo disposti a investire per farlo? Nel loro recente Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica, Carlo Bonini e Franco Gabrielli riportano il tema della sicurezza dentro una dimensione di responsabilità pubblica, sottraendolo alla sola retorica della paura e della risposta muscolare. È una prospettiva dalla quale partire anche per affrontare questi problemi. Perché la sicurezza non è soltanto repressione. È organizzazione. È prevenzione. È tecnologia. È capacità di decidere. Ed è, soprattutto, capacità di far arrivare nel posto giusto, nel minor tempo possibile, l'uomo giusto con le informazioni giuste. Piccole cose? No. Sono quelle che possono salvare una vita Una radio che l'operatore può utilizzare senza occupare una mano. Un pulsante che permette di entrare immediatamente in un gruppo operativo. Una sala nella quale il poliziotto possa parlare direttamente con il vigile del fuoco e con il sanitario. Una mappa condivisa. Una posizione trasmessa in tempo reale. Un'informazione che non deve essere ripetuta quattro volte. Un sistema che permette al decisore di vedere contemporaneamente quello che sta succedendo. Sembrano dettagli. Ma è proprio dai dettagli che nasce una macchina della sicurezza efficiente. E quando dall'altra parte della radio c'è un uomo che sta correndo verso una situazione di pericolo, o quando dall'altra parte del telefono c'è un cittadino che chiede aiuto, quei dettagli possono diventare decisivi. Alle prossime elezioni sarebbe bello che qualcuno promettesse anche questo. Ma, soprattutto, sarebbe bello che dopo le elezioni qualcuno mantenesse la promessa.