Se il Comune affida gli eventi, non può affidare anche la propria identità
30-08-2026 08:48 -
di Emilio Chiorazzo
C'è una domanda che, al di là delle polemiche contingenti, sarebbe utile che l'amministrazione comunale si ponesse: quando il Comune affida a un soggetto terzo l'organizzazione di un evento, dove finisce l'autonomia dell'organizzatore e dove comincia la responsabilità dell'amministrazione?
È una domanda tutt'altro che teorica. Le vicende che hanno accompagnato il Beat Festival, con la presenza annunciata di Tony Boy e il successivo annullamento del concerto all'ultimo momento alla luce delle vicende giudiziarie che hanno coinvolto il trapper, così come le discussioni dello scorso anno attorno alla presenza di Fabri Fibra, dovrebbero essere l'occasione per aprire una riflessione che vada oltre il singolo artista, il singolo concerto o la singola polemica.
Perché il problema, a ben vedere, non è Fabri Fibra. Non è Tony Boy. E non è nemmeno il Beat Festival. Il problema è capire se una città, quando costruisce il proprio calendario di eventi, abbia il diritto – e soprattutto il dovere – di riconoscersi in ciò che propone ai propri cittadini.
Affidare a un soggetto esterno la realizzazione di un evento è una scelta assolutamente legittima. Anzi, in molti casi è una scelta necessaria: chi organizza concerti, festival, rassegne culturali o manifestazioni ha competenze, professionalità e conoscenze del settore che un'amministrazione pubblica difficilmente può possedere internamente. Ma affidare l'organizzazione non significa delegare l'identità.
Un'amministrazione comunale dovrebbe stabilire, prima ancora del nome degli artisti o del programma delle iniziative, quale idea di città vuole raccontare. Quali valori vuole rappresentare. Quale immagine del proprio territorio intende costruire. E dovrebbe poi chiedere a chi organizza gli eventi di muoversi dentro quella cornice.
Vale per tutto. Vale per il Natale, quando le iniziative nelle strade e nelle piazze dovrebbero avere un rapporto con il carattere commerciale, sociale e culturale della città. Vale per Battiti, se l'obiettivo è costruire occasioni di aggregazione e partecipazione. Vale per Contesto, il festival di storia contemporanea, dove sarebbe piuttosto curioso pensare che l'impostazione culturale possa essere completamente scollegata dalla sensibilità e dagli indirizzi di chi governa la città.
E vale, naturalmente, anche per il Beat Festival. Perché dovrebbe essere diverso?
Si potrebbe fare un esempio volutamente paradossale. La filosofia di Contesto è demandata esclusivamente al suo direttore scientifico oppure è, in qualche misura, condivisa con l'amministrazione comunale che sostiene e promuove quella manifestazione? Se la risposta è che l'amministrazione deve condividere – e dunque conoscere, indirizzare e in qualche modo fare propria – la filosofia di un festival culturale, allora è difficile sostenere che lo stesso principio non debba valere per un evento che, per sua natura, si rivolge in larga parte a un pubblico giovane.
Non significa che il sindaco o un assessore debbano scegliere la scaletta di un concerto. Non significa trasformare il Comune nel direttore artistico del Beat. E non significa nemmeno pretendere che ogni artista rappresenti perfettamente il pensiero politico di chi amministra.
Significa una cosa molto più semplice: prima di concedere il proprio patrocinio, utilizzare spazi pubblici, mettere in campo risorse, strutture e visibilità istituzionale, un'amministrazione dovrebbe sapere che cosa sta contribuendo a costruire.
E, soprattutto, dovrebbe avere la possibilità di dire: questo sì, questo no, questo non è coerente con l'idea di città che vogliamo proporre.
Perché altrimenti si rischia una curiosa schizofrenia istituzionale: il Comune è responsabile degli eventi quando si tratta di presentarli, finanziarli e rivendicarne il successo; diventa invece un semplice spettatore quando emergono problemi, scelte discutibili o contenuti che generano polemiche.
Non può funzionare così.
La questione non è introdurre una censura preventiva sugli artisti, né costruire una sorta di tribunale morale della cultura e dell'intrattenimento. Una città democratica deve essere aperta, plurale e capace di ospitare anche espressioni artistiche che possono dividere o suscitare discussioni. Ma proprio per questo, anche sugli eventi affidati a terzi, serve una politica culturale. Serve un indirizzo. Serve una visione. Altrimenti l'amministrazione rischia di limitarsi a una funzione notarile: mette a disposizione le piazze, concede il patrocinio, contribuisce economicamente, comunica l'evento e poi lascia che siano altri a decidere quale racconto della città emergerà.
Ma una città non è soltanto le sue infrastrutture, i suoi spazi e il suo calendario. È anche ciò che sceglie di mettere al centro. E questo vale ancora di più quando si parla di giovani. Se si considera importante educare, formare, offrire occasioni culturali, costruire comunità e trasmettere valori attraverso le iniziative rivolte alle nuove generazioni, allora non si può pensare che la cultura e l'intrattenimento siano due mondi completamente separati.
Un incontro di storia contemporanea comunica qualcosa. Un concerto comunica qualcosa. Una rassegna teatrale comunica qualcosa. Un evento sportivo comunica qualcosa. Anche ciò che apparentemente è soltanto intrattenimento contribuisce a definire il modo in cui una comunità si racconta e viene raccontata. È proprio qui che dovrebbe stare la responsabilità di chi amministra. Non nel decidere quale cantante debba salire sul palco, ma nel pretendere che ogni evento pubblico inserito nella programmazione cittadina abbia una coerenza con l'identità e con la visione della città.
E allora forse le polemiche di questi giorni dovrebbero servire proprio a questo: non a stabilire se Tony Boy potesse o non potesse cantare a Empoli, né a riscrivere a posteriori le scelte del Beat Festival. Ma a chiedersi se esista, da parte dell'amministrazione, un vero e proprio indirizzo sugli eventi che la città ospita e sostiene. È una questione di responsabilità politica: deve assumersi la responsabilità di ciò che quell'evento racconta.