Quando anche un libro faceva paura. I testi proibiti, la lettura clandestina e quella piccola resistenza che passava dalle pagine
03-09-2026 10:48 -
di Emilio Chiorazzo
Ci sono fotografie che, più di molte pagine di un manuale, riescono a restituire il senso concreto di un'epoca. Questa è una di quelle. È un foglio ingiallito e consumato dal tempo, con una lunga lista dattiloscritta di libri sequestrati e, in calce, una nota manoscritta che ne spiega il contesto. Accanto ai titoli compaiono nomi oggi familiari a ogni lettore — Massimo Gorkij, Émile Zola, Aleksandr Kuprin, Anton Čechov, Lev Tolstoj, Fëdor Dostoevskij, Jack London, Victor Hugo, Anatole France — ma che, nella particolare circostanza documentata da quel foglio, assumono un significato diverso: sono libri finiti sotto il controllo della polizia fascista.
Il documento appartiene alla documentazione raccolta da Libertario Guerrini, importante figura della memoria del movimento operaio e antifascista empolese, e conservata nel patrimonio documentario relativo all'antifascismo e alla Resistenza dell'area empolese all'Archivio storico della Resistenza e dell'età contemporanea di Firenze. La sua forza sta anche nella semplicità dell'oggetto: non un manifesto, non una fotografia di una manifestazione, non il resoconto di uno scontro, ma un elenco di libri. Eppure proprio quell'elenco racconta con particolare efficacia quanto profondo fosse il controllo esercitato dal regime sulla circolazione delle idee.
Scorrendo i titoli si incontrano L'Assommoir di Zola, La fossa di Kuprin, Il duello di Čechov, I cosacchi di Tolstoj, Martin Eden di Jack London, Delitto e castigo e Umiliati ed offesi di Dostoevskij, L'uomo che ride di Victor Hugo e numerose altre opere. Non si tratta di libri riconducibili a una sola corrente letteraria o politica, né di un insieme omogeneo. La loro possibile pericolosità, agli occhi della dittatura, stava anche nella capacità della lettura di aprire una finestra su un mondo diverso da quello rappresentato dalla propaganda ufficiale: altre società, altri conflitti, altre concezioni dell'uomo, della giustizia, della libertà.
Il fascismo non esercitava il proprio controllo soltanto sulla politica. Il sistema repressivo riguardava la stampa, l'editoria, la scuola e, più in generale, la circolazione delle informazioni e delle idee. In un simile contesto un libro poteva cessare di essere soltanto un libro. Poteva diventare un'occasione di confronto, uno strumento per mettere in discussione la rappresentazione della realtà proposta dal regime, un modo per mantenere aperto uno spazio di autonomia intellettuale.
È proprio la nota manoscritta in calce al documento a suggerire una prospettiva ancora più interessante. Il testo accompagna l'elenco della polizia ricordando l'esistenza di distributori di libri e di «numerose piccole biblioteche clandestine» istituite nell'ambiente comunista. Il foglio, dunque, non testimonia soltanto l'esistenza di una repressione, ma lascia intravedere anche la rete attraverso la quale quei libri continuavano a circolare. Dietro l'elenco dei volumi sequestrati si possono immaginare persone che li conservavano, li prestavano, li distribuivano e li leggevano, trasformando la circolazione della cultura in una pratica di opposizione.
È qui che un documento del 1937 torna a parlare con particolare forza al presente e si collega alla riflessione sulla Resistenza proposta dal sindaco di Empoli Alessio Mantellassi in occasione della Liberazione della città e dell'inaugurazione della nuova Piazza 2 Settembre. Nel ricordare la testimonianza di Vieri Tani, uno degli ultimi testimoni della Resistenza empolese, Mantellassi ha richiamato un'immagine apparentemente semplice: quella di persone che, durante la dittatura, si incontravano la sera per leggere insieme giornali e informazioni riuscite a sfuggire al controllo della propaganda fascista.
È un'immagine che acquista un significato particolare se accostata al documento conservato nel fondo Guerrini. Leggere, parlare, condividere informazioni: gesti quotidiani, quasi banali quando possono essere compiuti liberamente, ma tutt'altro che banali quando un regime pretende di controllare ciò che i cittadini possono sapere e persino le parole con cui possono interpretare la realtà.
La lettura diventava allora uno strumento per confrontare ciò che veniva raccontato ufficialmente con ciò che arrivava da altre fonti. Una notizia poteva essere discussa, verificata, messa in relazione con un'altra. Un giornale passava di mano in mano, un libro entrava in una casa e da quella casa raggiungeva quella di qualcun altro. In questo senso la resistenza culturale non aveva necessariamente bisogno di grandi gesti: poteva consistere anche nel preservare la possibilità di pensare autonomamente.
La stessa vicenda della stampa clandestina mostra quanto fosse concreta questa esigenza. Anche l'Unità, il quotidiano comunista fondato nel 1924, dovette diventare clandestina dopo la soppressione della libertà di stampa da parte del regime. La memoria della Resistenza empolese conserva il ricordo di copie riprodotte con mezzi di fortuna, di ciclostili nascosti e, secondo le testimonianze locali, persino sepolti in campagna e recuperati quando se ne presentava la necessità. Altre copie sarebbero state realizzate nel laboratorio di tipografia della scuola degli Scolopi di via Carrucci, a Empoli, prima di essere distribuite ai compagni e portate nelle fabbriche.
È importante soffermarsi sulla materialità di questa storia. Oggi un'informazione può essere condivisa in pochi secondi, ma allora per far circolare una notizia occorrevano carta, inchiostro, una macchina tipografica o un ciclostile, un luogo relativamente sicuro e, soprattutto, persone disposte a correre dei rischi. Ogni copia doveva essere prodotta fisicamente, trasportata e consegnata. Ogni passaggio della catena poteva esporre qualcuno alla sorveglianza, alla delazione, all'arresto.
Il documento dei libri sequestrati e la storia della stampa clandestina raccontano così la stessa battaglia attraverso due immagini opposte: da una parte il potere che controlla e sequestra, dall'altra una rete di lettori, distributori, tipografi, operai e militanti che cerca di mantenere aperti canali alternativi di informazione. È una sorta di guerra silenziosa combattuta con la carta.
Non è una guerra fatta necessariamente di grandi gesti. Può svolgersi in una casa, in una cantina, in una tipografia, in una campagna, oppure attorno a un tavolo dove qualcuno legge ad alta voce. Ed è proprio questo a rendere preziosa la memoria di quelle esperienze: la Resistenza non cominciava sempre con un'azione spettacolare. In alcuni casi poteva cominciare semplicemente da una pagina.
A distanza di quasi novant'anni, la cosa che colpisce maggiormente nell'elenco conservato da Guerrini è la distanza fra la normalità di quei titoli e la loro condizione di allora. Oggi Martin Eden, Delitto e castigo, I cosacchi o L'Assommoir appartengono alla biblioteca comune della cultura mondiale; quel foglio, invece, li inserisce nel linguaggio burocratico del sequestro. È proprio questo contrasto a restituire la misura della repressione: un romanzo, una raccolta di racconti, un libro di letteratura potevano diventare oggetto dell'attenzione della polizia non soltanto per ciò che sostenevano esplicitamente, ma per la possibilità che offrissero al lettore di guardare oltre la realtà imposta dal regime.
Un potere che arriva a preoccuparsi di ciò che le persone leggono rivela, nello stesso tempo, la propria paura del lettore. Perché il vero problema non è soltanto quello che è scritto in una pagina, ma quello che può accadere dopo che qualcuno l'ha letta. Può nascere una domanda, un dubbio, una discussione; una storia può essere raccontata a qualcun altro, un'idea può passare da una persona all'altra. Ed è proprio questo passaggio, apparentemente invisibile, che rende difficile il controllo assoluto delle coscienze.
Per questo il legame fra quel vecchio elenco di libri e la nuova Piazza 2 Settembre non è soltanto una suggestione. Il luogo dedicato alla Liberazione di Empoli si colloca infatti in un'area particolarmente significativa della città, vicino alla biblioteca comunale Renato Fucini e al Cenacolo degli Agostiniani, in dialogo con Largo della Resistenza. La memoria della Liberazione e quella della cultura si incontrano così nello stesso spazio urbano: una piazza che ricorda il ritorno alla libertà e una biblioteca che rappresenta, nella vita quotidiana, la possibilità di accedere liberamente ai libri e alle idee.
Il 2 settembre 1944 non segnò soltanto la fine dell'occupazione nazifascista e il ritorno della città alla libertà. Significò anche la possibilità di tornare a compiere senza paura quei gesti che la dittatura aveva cercato di controllare: leggere, informarsi, discutere, confrontare opinioni, dissentire, mettere in dubbio una verità imposta, condividere ciò che si era scoperto.
È forse questo il significato più attuale che si può ricavare da quel foglio ingiallito. La storia dei libri proibiti non è soltanto una curiosità bibliografica e l'elenco dei volumi sequestrati non è soltanto una pagina della burocrazia repressiva fascista. È la traccia di una battaglia combattuta anche attraverso la cultura, nella quale il gesto apparentemente più semplice — aprire un libro e leggerlo — poteva diventare un modo per conservare uno spazio di libertà.
Quei libri furono sequestrati, ma le idee non furono altrettanto facili da sequestrare. Continuarono a passare di mano in mano, da una casa all'altra, attraverso giornali clandestini, biblioteche nascoste, tipografie improvvisate e incontri serali. E arrivarono fino a noi anche grazie a chi, in un tempo in cui leggere poteva significare esporsi al pericolo, decise semplicemente di continuare a farlo.