"Fu un crimine di guerra": il libro di Biscarini fa luce (e nomi) sui fatti del 23 e 24 luglio 1944
12-09-2026 18:06 -
«Il 24 luglio 1944 a Empoli fu commesso un crimine di guerra». È da questa affermazione netta che Claudio Biscarini ha preso le mosse per presentare il suo nuovo libro, Pratovecchio. Bei Empoli 1944, luglio 23. Dalla formazione Rigoletto Martini a Pratovecchio, uomini, donne e fatti della Resistenza empolese, pubblicato dalle Edizioni dell’Erba.
La presentazione si è svolta nella sala soci Coop di Centro Empoli, gremita di pubblico. All'incontro sono intervenuti l'assessore alla Cultura del Comune di Empoli Matteo Bensi e il senatore Dario Parrini, mentre il sindaco Alessio Mantellassi è intervenuto per i saluti istituzionali. A presentare il volume è stato Mauro Guerrini, che ne ha curato anche la prefazione.
Al centro del lavoro di Biscarini ci sono i fatti del 23 e 24 luglio 1944, ma anche una più ampia ricostruzione di uomini, donne, formazioni e vicende della Resistenza empolese, nata da una ricerca che, come ha spiegato lo stesso autore, non pretende di essere esaustiva. Al contrario, la ricerca storica continua a riservare sorprese e a riportare alla luce protagonisti e documenti rimasti per decenni ai margini della memoria pubblica.
La strage del 24 luglio: «Un vero e proprio crimine di guerra» È però sui fatti del 24 luglio che Biscarini ha concentrato una parte fondamentale del suo intervento. Secondo la sua ricostruzione, la fucilazione avvenuta in piazza Francesco Ferrucci deve essere definita senza esitazioni un crimine di guerra. Le motivazioni, ha spiegato, sono diverse. Innanzitutto il concetto stesso di rappresaglia, che secondo Biscarini non può essere utilizzato in senso generico per giustificare quanto accadde. Le norme internazionali ammettevano forme di repressione collettiva in determinate circostanze, ma prevedevano anche precise condizioni e limiti, tra cui la ricerca dei responsabili dell'azione che aveva provocato la reazione. Nel caso empolese, nei documenti tedeschi si parla di un rastrellamento effettuato il 23 luglio alla ricerca dei responsabili dello scontro. Biscarini ritiene però che quella ricerca dei colpevoli non sia stata realmente condotta in maniera efficace. C'è poi un secondo elemento: l'età delle persone fucilate. Non si trattava esclusivamente di uomini in età militare. Tra le vittime vi erano persone anziane, alcune delle quali avevano più di sessant'anni e settant'anni, oltre a persone appartenenti a generazioni diverse. Infine, Biscarini ha sottolineato la modalità stessa dell'esecuzione, che a suo giudizio contraddiceva i limiti imposti dalle norme internazionali anche nei casi di repressione collettiva. «Le vittime vennero uccise a gruppi di tre, costringendo gli altri a vivere l'attesa dell'esecuzione e ad assistere alla morte dei compagni. Un elemento di crudeltà che contribuisce a configurare la vicenda come un crimine di guerra».
«Nessuna legge internazionale – ha ricordato Biscarini – riporta uno a dieci», richiamando altri episodi di rappresaglia avvenuti nei territori occupati dai tedeschi, nei quali erano stati stabiliti rapporti numerici fra vittime tedesche e persone da fucilare.
Uno scontro fortuito all'origine della strage La vicenda, nella ricostruzione proposta nel libro, nasce da uno scontro fortuito. Quello del 23 luglio 1944 a Pratovecchio, tra un gruppo di partigiani e un gruppo di soldati tedeschi che erano diretti verso la villa del Terrafino, sede del comando tedesco. Per la prima volta - dopo 80 anni - il libro di Biscarini ha il merito di fare i nomi dei partigiani che presero parte a quella sparatoria. Biscarini ha incrociato documenti, testimonianze e ricostruzioni precedenti, soffermandosi in particolare su una testimonianza raccolta da Nino Bini e pubblicata nel suo libro Empoli 1940. È una testimonianza particolarmente significativa anche per un dettaglio apparentemente marginale: il testimone racconta di essere fuggito accorgendosi soltanto dopo di essere rimasto in mutande. Per Biscarini proprio questo particolare restituisce autenticità al racconto e permette di comprendere la sorpresa con cui i partigiani si trovarono di fronte ai tedeschi. L'ipotesi è dunque quella di un incontro non programmato, che sfociò in uno scontro a fuoco. A confermare che ci fu effettivamente uno scontro sarebbe anche il ferimento di Annunziata Viti, elemento difficilmente compatibile con l'ipotesi di un'azione priva di combattimento. Alla sparatoria era presente anche un'altra donna (una staffetta) e probabilmente la figlia, adolescente. Biscarini ha inoltre voluto precisare un altro aspetto della vicenda: non è possibile dare per certa l'ipotesi secondo cui i partigiani tedeschi sarebbero stati uccisi tutti con un colpo alla nuca. Lo storico ha ricordato di aver sottoposto la questione anche a Carlo Gentile, che aveva affrontato l'episodio in precedenza. I documenti tedeschi dell'epoca, secondo Gentile, non consentono di affermare con certezza questa circostanza.
Una ricerca ancora piena di documenti da scoprire Una delle sorprese della ricerca è stata proprio la scoperta di una realtà resistenziale empolese molto più articolata di quanto spesso raccontato. Biscarini ha ricostruito le vicende di uomini e donne che avevano alle spalle una lunga storia antifascista e resistenziale. Alcuni dei protagonisti erano transitati dalla formazione Rigoletto Martini, altri dalla formazione Gramsci di Castelfiorentino e da altri gruppi, fino ad arrivare alla costituzione di gruppi gappisti nella zona empolese. Una realtà necessariamente diversa dalle grandi formazioni operanti in montagna. Il territorio empolese, prevalentemente pianeggiante, attraversato da strade e privo di grandi aree boschive, non era infatti adatto alla costituzione di grandi reparti partigiani. Per questo assunsero particolare importanza i piccoli gruppi clandestini, nei quali operarono anche numerose donne impegnate come staffette e nei rifornimenti di armi e viveri. Proprio la presenza femminile rappresenta, secondo Biscarini, uno degli aspetti più trascurati dalla storiografia locale. Nel suo intervento ha ricordato come diverse donne siano rimaste sostanzialmente senza nome nella memoria della Resistenza empolese, nonostante il ruolo svolto.
L'Archivio centrale dello Stato e una ricerca ancora incompleta La ricerca si è dovuta confrontare anche con una difficoltà che Biscarini considera particolarmente grave: l'impossibilità, da anni, di consultare integralmente una parte della documentazione conservata all'Archivio centrale dello Stato relativa alle qualifiche dei partigiani. Nel dopoguerra, infatti, furono istituite commissioni regionali incaricate di riconoscere la qualifica di partigiano combattente o di patriota. Le richieste erano accompagnate da documenti personali e testimonianze. Le schede individuali sono oggi consultabili online, ma, secondo quanto riferito da Biscarini, la documentazione allegata alle domande non sarebbe accessibile da circa quattro anni a causa della riorganizzazione dell'archivio. Una limitazione che lo storico considera particolarmente penalizzante per chi studia la Resistenza. Tra i documenti che vorrebbe ancora consultare ci sono anche quelli relativi ad alcuni dei protagonisti della vicenda del luglio 1944. «Questo lo lascio in eredità a chi vorrà venire dopo di me», ha detto Biscarini, auspicando che in futuro sia possibile tornare a consultare integralmente quelle carte.
Dai fatti del 23 luglio a una storia più ampiaIl libro, ha raccontato l'autore, era nato inizialmente come uno studio concentrato sul 23 luglio 1944. Poi la ricerca si è ampliata fino a comprendere diverse storie individuali e una documentazione più vasta. Tra queste c'è la vicenda di Leonello Marmugi, ricostruita anche attraverso le fotografie scattate dagli inquirenti dopo la sua uccisione, e quella di Antonello Marucci, figura di rilievo del fascismo repubblicano empolese. Anche la liberazione di Empoli è una questione di date Un altro punto affrontato durante la presentazione riguarda la data della liberazione di Empoli. Biscarini sostiene che la città fu liberata il 14 agosto 1944, quando i battaglioni della Quinta Brigata della Seconda Divisione neozelandese entrarono a Empoli e la liberarono dalla presenza tedesca. «Una data è un fatto, non è un'opinione», ha afferrmato a sostegno della sua ricostruzione che poggia su un diario di guerra neozelandese, nel quale alle 20.30 del 14 agosto viene registrato che Empoli era ormai libera. «Nello stesso giorno anche il comando tedesco del XIV Panzerkorps annotava il ritiro delle proprie truppe dal centro di Empoli sotto la pressione nemica e lo spostamento sulla linea principale di combattimento, individuata nell'Arno». La vita istituzionale e democratica della città sarebbe poi ripresa nei giorni successivi, con il ritorno del CLN, del sindaco e dei partigiani e con la presenza del governatore alleato.
La memoria attraverso i documenti È questo, in definitiva, il filo conduttore del lavoro di Claudio Biscarini: tornare ai documenti, confrontarli con le testimonianze e verificare ciò che è stato tramandato. Il libro non pretende di chiudere definitivamente la ricerca. Al contrario, nasce dalla consapevolezza che ogni documento può aprire una nuova domanda e che molte vicende della Resistenza empolese devono ancora essere approfondite. A ottant'anni di distanza, i fatti del 23 e 24 luglio 1944 restano così al centro di una memoria che, secondo Biscarini, deve essere continuamente verificata attraverso le fonti. E la definizione di crimine di guerra attribuita alla strage del 24 luglio rappresenta, per lo storico, non soltanto una valutazione morale, ma una conclusione da discutere e sostenere sulla base dei documenti e del diritto internazionale dell'epoca.