Imprese, energia e formazione: cosa si muove nell'Empolese-Valdelsa

24-09-2026 14:36 -

Un incontro aperto «alle imprese del territorio e alle associazioni di categoria», ospitato in un luogo che ha un valore simbolico preciso: la sede di SeSa, l'azienda informatica che dall'Empolese opera su scala internazionale, scelta non a caso — come ha ricordato la stessa Brenda Barnini — perché i prossimi anni saranno condizionati dalla rivoluzione dell'intelligenza artificiale, e quella rivoluzione, per una regione di piccole e piccolissime imprese, o passa attraverso chi sa parlare la lingua delle imprese, oppure si trasforma in un rischio.

Giovedì 24 settembre 2026, dalle 11 alle 13, l'appuntamento ha messo a confronto il quadro locale con quello regionale: un'ora e mezza fitta di dati, annunci e proposte, con quattro protagonisti — il sindaco di Empoli Alessio Mantellassi, la consigliera regionale e presidente della Commissione Sviluppo Economico e Rurale Brenda Barnini, il direttore di Irpet Nicola Sciclone e l'assessore regionale ad Attività Produttive, Turismo e Agricoltura Leonardo Marras.Oltre a diversi rappresentanti delle associazioni di categoria e ad amministratori locali.

Il punto di partenza: dove sta l'Empolese-Valdelsa
Il ritratto del territorio lo dà il sindaco di Empoli, Alessio Mantellassi, dati Irpet alla mano. Empoli «è un territorio che si conferma un luogo di impresa e di produzione: il numero delle imprese è cresciuto, intorno alle 7.000 realtà di categorie e tipologie diverse». La cifra distintiva non è un settore, ma la varietà: «Non essere un distretto focalizzato solo su un tipo di produzione, ma avere una pluralità che ci renda un polo produttivo — è la definizione più corretta — che tiene dentro il mondo dell'informatica, l'alimentare, il commercio, il settore del vetro e il settore più importante in termini occupazionali, quello della manifattura». Su questa base poggiano «circa 21.000 posti di lavoro», che rendono l'Empolese «una delle zone della Toscana con il tasso di disoccupazione più basso, intorno al 2,5%».

Non è un caso isolato nella geografia regionale: come ha osservato Sciclone, proprio l'area empolese «è caratterizzata da una plurispecializzazione in vari settori, certamente la moda, ma naturalmente non solo la moda». È la stessa natura del sistema produttivo toscano, che Marras ha descritto così: «Reagisce, ha una grande capacità di saper fare, ha la missione della qualità».

Le novità annunciate per l'Empolese-Valdelsa

Durante i vari interventi sono emersi anche diversi progetti, nuovi - ma alcuni annunciati - che coinvolgono l'Empolese-Valdelsa. Eccoli così come sono stati raccontati dal palco dell'Auditorium Sesa.
Il quadro economico: una tenuta con costi interni
Nicola Sciclone ha consegnato alla sala la fotografia regionale, senza addolcirla. La formula scelta è volutamente ambigua: «Non siamo in recessione, ma cresciamo poco; oppure, rovesciando, cresciamo poco ma non siamo in recessione: ognuno scelga dove mettere l'accento». Di fronte a «una serie di eventi avversi numerosi nel corso di questi ultimi anni abbiamo comunque retto senza grandi fratture, però ci sono costi interni», che riguardano l'apparato produttivo — «alcuni settori più di altri, in particolare la moda» — e «alcune fasce di popolazione», tra mercato in recupero e potere d'acquisto dei salari.

Tre le sfide individuate per la manifattura, «in particolare nell'A3, quindi anche questo territorio empolese»:
  • La dipendenza a monte. «Tutte le volte che dobbiamo produrre dobbiamo importare — pensiamo alla tecnologia, alle materie prime — e questo significa una dispersione di valore a vantaggio dei territori esterni.»
  • La scala delle relazioni. «Abbiamo un sistema manifatturiero con una scala di rapporti che si posiziona nelle fasi produttive a non più alta redditività», quindi serve «una convergenza funzionale, una progettazione, un'aggregazione nella logistica, nella ricerca e sviluppo, per scalare la catena del valore».
  • Il rischio geopolitico. «Il 45% del valore attivato dalla domanda estera di prodotti toscani proviene da Cina, Russia, Paesi in via di sviluppo e Stati Uniti», mercati volatili: da qui la necessità di «una politica di rilancio della domanda interna».
L'assessore regionale Marras ha ripreso il filo stringendolo sul punto decisivo: «La Toscana mantiene il suo carattere manifatturiero, eppure manca in questo periodo storico, nel trascinamento che c'è stato nell'evoluzione dei distretti, la capacità di stare nelle funzioni alte dell'impresa. Non vediamo direttamente il mercato e siamo fragili rispetto alla tenuta dei mercati internazionali; il lavoro ancora cresce, seppure diminuisca la produzione industriale nell'ultimo periodo». Tre le leve per la Regione: «Innovazione, perché la produttività è ancora bassa e la propensione verso l'innovazione e la digitalizzazione non è quella che ci si deve aspettare in questo tempo; una capacità di restituire; e una capacità forte di cooperare e di crescere dal punto di vista dimensionale».

Barnini: «Senza la crescita non c'è redistribuzione»

L'intervento della consigliera ha tenuto insieme l'analisi e la proposta. Sul metodo, ha spiegato di essersi imposta tempi stretti «per una ragione precisa: mi piacerebbe che ci fosse lo spazio per chiunque voglia intervenire. Mi dà molto fastidio quando si dice che ci si vuol confrontare e poi non c'è lo spazio per confrontare».

Sul contesto: «Stiamo attraversando una fase diversa da tutte quelle che avevamo vissuto prima», ma non è la prima volta che questo territorio affronta uno shock — «le trasformazioni le abbiamo già affrontate, plurime crisi le abbiamo già affrontate». Le ragioni dell'incertezza, ha spiegato, sono due: «Il mondo nel quale ci siamo mossi negli ultimi trent'anni, che scommetteva sulla globalizzazione come strumento di ampliamento e liberazione dei mercati, oggi si sta incasinando, per dirla in maniera semplice», con la chiusura di scenari e mercati «che per questo territorio, più che per altri, erano e sono fondamentali»; e i conflitti in corso, che non sono solo quelli «più vecchio stampo» — «il conflitto tecnologico, la corsa per controllare quella che chiamiamo intelligenza artificiale, e la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina». La conseguenza politica: «Non si può pensare di stare con gli stessi strumenti che abbiamo utilizzato fino ad oggi, perché fare le stesse cose e aspettarsi che succeda qualcosa di diverso è folle».

Da qui il passaggio sull'alibi: «La scala su cui bisognerebbe parlare è quella regionale, probabilmente non basta neanche quella nazionale. Ma penso sia sbagliato per le istituzioni nascondersi dietro l'alibi del i problemi sono troppo grossi, le dinamiche sono internazionali e non ci si può far niente senza provare fino in fondo a fare la nostra parte». La Regione, ha ricordato, «ha un ruolo fondamentale nella programmazione degli investimenti, nelle scelte di allocazione delle risorse, a cominciare da quelle che sostengono il mondo delle imprese, nell'impostazione delle scelte sulla formazione».

Sull'intelligenza artificiale l'avvertimento è quello che lega il tema al luogo che ha ospitato il convegno: «Se il trasferimento lo fa qualcuno che è bravo a dialogare con quel sistema di imprese, perché lo ha sempre fatto e sa parlare la lingua delle imprese, allora è un'opportunità; altrimenti a rimetterci non sarà solo chi fa ricerca, ma esattamente quel sistema manifatturiero che investe poco in innovazione. Dobbiamo investire nella rivoluzione dell'IA a ogni livello, disseminandola su tutti i settori. Questo problema ce lo dobbiamo porre oggi, perché tra due o tre anni è già tardi».

Fra le priorità, anche il gap infrastrutturale — «non si può oggi parlare di infrastrutture senza dire che gli investimenti a difesa del rischio idraulico sono infrastrutture preziosissime: lo abbiamo imparato a nostre spese», ha detto salutando la sindaca di Castel Fiorentino presente in sala — e l'ambizione: «Pur dentro una stagione di tenuta e di resilienza, non si deve ancora rinunciare a pensare alla crescita, perché senza la crescita non c'è redistribuzione, non c'è Stato sociale nel quale continuare a garantire diritti. Si può difendere una democrazia — visto che negli ultimi anni la democrazia è passata un po' di moda».

Il congedo è un impegno di rappresentanza e un appuntamento: «Sento la responsabilità di tenere dritta la barra della riflessione della Toscana sulla centralità della manifattura e dell'industria. Quando questa dimensione si indebolisce, a rimetterci non sono solo quelle imprese, ma un sistema territoriale intero». E nel 2027, quando ricorrono i cento anni dalla nascita di Giacomo Becattini e i dieci dalla morte, «sarà l'occasione per un momento serio di riflessione su una dimensione aggiornata dell'idea di distretto, senza buttarla via. Se questa regione non rimette al centro della sua capacità di programmazione la dimensione territoriale — non solo quella verticale della filiera — non ce la facciamo a tenere i posti di lavoro che ancora esistono in manifattura e industria, e possibilmente a farli crescere».

Cosa resta sul tavolo
Dalla mattinata empolese escono almeno quattro cantieri aperti, due dei quali con scadenze ravvicinate: il testo sulle aree idonee entro fine ottobre, il piano del Terrafino e l'apertura di MITA all'Ecopark sul fronte comunale, e l'ipotesi dei patti territoriali da calare nel nuovo Piano Regionale di Sviluppo. Il filo che li tiene insieme è quello indicato da tutti i relatori, ciascuno con parole diverse: un sistema produttivo che tiene — per numero di imprese, occupazione e capacità di export — ma che ha bisogno di scalare la catena del valore, cooperare di più e investire in innovazione, energia e formazione per non restare nelle fasi produttive a redditività più bassa. Come ha sintetizzato Barnini, «un tempo si era inventata la crasi del glocal: dobbiamo aggiornare quella lettura, rimettendo il focus sui fattori che rendono potenzialmente competitivi i nostri territori».