«Una società civile è quella in cui una donna può dire no»: Empoli rimette le donne al centro
21-10-2026 10:11 -
Ci sono parole che non dovrebbero aver bisogno di essere pronunciate, perché dovrebbero essere già diventate realtà. La libertà di scegliere, la possibilità di dire no, il diritto di costruire la propria vita senza paura. Eppure, ancora oggi, per troppe donne questi diritti restano fragili, condizionati, talvolta lontani. È da questa distanza tra ciò che dovrebbe essere e ciò che ancora accade che prende forma la quinta edizione di Donne al Centro, la rassegna promossa dal Comune di Empoli e dalla Commissione Pari Opportunità, in programma dal 20 ottobre al 26 novembre 2026. Ventidue appuntamenti, una rete che quest'anno si allarga alle aziende, alle associazioni, alle realtà del Terzo Settore, alle librerie e agli spazi della città. Un festival che esce dai luoghi istituzionali per raggiungere la comunità, portando il confronto dove si costruiscono relazioni, si formano le idee e si immagina il futuro. Il filo conduttore è l'autonomia femminile, intesa non come una conquista individuale da affidare alla forza delle singole, ma come una condizione da rendere concretamente possibile. Perché la libertà passa dalla sicurezza, ma anche dall'indipendenza economica, dall'accesso al lavoro, dalla possibilità di scegliere un percorso professionale, dal riconoscimento del lavoro di cura e dal superamento degli stereotipi che continuano a limitare le opportunità delle donne.
Il programma si apre con la violenza di genere e attraversa temi diversi, ma profondamente legati tra loro: la memoria dei diritti, l'arte come occasione di riscatto, le donne nelle discipline scientifiche e tecnologiche, la rappresentazione femminile nel cinema, il ruolo dei caregiver e il dialogo con i giovani. Tra gli appuntamenti, anche l'incontro con la giornalista Donata Columbro, dedicato al significato politico dei dati sui femminicidi, e quello con Natascha Lusenti sul rapporto tra donne e finanza.
Ne abbiamo parlato con l'avvocata Maria Cira D'Antuono, presidente della Commissione Pari Opportunità del Comune di Empoli, per capire quale idea di società accompagni questa nuova edizione e quale cambiamento possa nascere da un festival che, prima ancora di offrire risposte, vuole suscitare domande.
Siamo alla quinta edizione di “Donne al Centro”. Che cosa rappresenta questo traguardo e che cosa distingue il programma del 2026? È un'edizione particolarmente ricca, nella quale abbiamo coinvolto non soltanto le associazioni del territorio, ma per la prima volta anche alcune aziende. Abbiamo pubblicato una manifestazione di interesse e hanno risposto realtà imprenditoriali che dimostrano attenzione alla parità di genere e hanno scelto di aprire le proprie porte alla cittadinanza. Volevamo costruire un'edizione itinerante, diffusa sul territorio, capace di raggiungere luoghi e pubblici diversi. Abbiamo lasciato alle aziende e alle associazioni la possibilità di proporre liberamente le proprie idee: sono arrivate tante proposte, che abbiamo poi organizzato e accorpato quando affrontavano temi simili.Il risultato è un programma plurale, nato da una collaborazione autentica, nel quale è emerso con particolare evidenza un tema: l'autonomia femminile.
Perché avete scelto proprio l'autonomia come filo conduttore? Perché attraversa tutti gli aspetti della vita delle donne. Non riguarda soltanto la possibilità di sottrarsi a una situazione di violenza, ma anche quella di lavorare, scegliere, realizzarsi, accedere a nuove professioni e non essere costrette a rinunciare ai propri progetti. L'autonomia è una condizione che si costruisce attraverso opportunità concrete e una cultura capace di riconoscere alle donne piena libertà di scelta. Per questo nel programma convivono argomenti diversi: la violenza di genere, il lavoro, le discipline STEM, la tecnologia, la cura e la rappresentazione delle donne nella società.
La rassegna si apre parlando di violenza di genere. Una scelta che ha anche un significato simbolico? Sì. Dopo quello che abbiamo visto e ascoltato durante l'estate, ci sembrava importante iniziare proprio da qui. Non potevamo ignorare quanto fosse urgente tornare a parlare di violenza maschile contro le donne. La rassegna si aprirà con il confronto sui femminicidi e sui dati, grazie all'incontro con Donata Columbro, e affronterà il tema della violenza anche attraverso gli altri appuntamenti del programma. Il percorso si concluderà con un'iniziativa dedicata alle donne che escono da situazioni di violenza e alle possibilità di inserimento lavorativo. Ci interessava dare continuità a questo filo: partire dal riconoscimento del problema e arrivare a parlare degli strumenti che possono aiutare le donne a ricostruire la propria vita. Quindi non soltanto denuncia, ma anche possibilità concrete di ricominciare. Esattamente. L'ultimo appuntamento che abbiamo immaginato su questo percorso riguarda l'inserimento lavorativo delle donne che hanno subito violenza. Sarà curato dal Centro per l'Impiego, nell'ambito del progetto ATI, e racconterà i percorsi che possono accompagnarle verso una nuova autonomia, anche attraverso l'ingresso nelle aziende. È un aspetto fondamentale: uscire dalla violenza non significa soltanto allontanarsi da chi la esercita. Significa poter contare su una rete di sostegno, su opportunità professionali e su condizioni che consentano di non dipendere più da chi ha esercitato il controllo. Per questo è importante che anche le aziende partecipino. Possono contribuire a costruire percorsi di inserimento e possono accedere a strumenti di sostegno previsti per queste iniziative. La collaborazione tra istituzioni, servizi e mondo del lavoro è essenziale.
Tra gli appuntamenti c'è anche una mostra realizzata a partire dallo sguardo delle ragazze e dei ragazzi sui diritti. Perché avete voluto darle spazio? La mostra I diritti prendono forma, realizzata da FIDAPA BPW Italy e dal Conservatorio Santissima Annunziata, raccoglie fotografie degli studenti e delle studentesse nate dalla riflessione sulla Carta dei Diritti della Bambina. È un tema a cui tengo molto. Quando ero consigliera comunale, la Carta è stata una delle iniziative a cui ho lavorato. Mi è stata chiesta e ripresa da diversi Comuni del territorio, fino ad arrivare all'attenzione della Regione. E spesso mi veniva domandato perché fosse necessario adottare un documento specifico per le bambine.La risposta è semplice: perché le bambine non hanno ancora gli stessi diritti e le stesse opportunità in ogni parte del mondo. Da quel lavoro sono nati percorsi educativi che hanno seminato, nelle scuole, i valori del rispetto, dell'uguaglianza e della generosità. Attraverso attività come il Giardino del Rispetto, le bambine e i bambini hanno potuto confrontarsi con questi principi, per arrivare poi, crescendo, a uno sguardo più consapevole sulla realtà. Ci piaceva l'idea di dare spazio a questo percorso e mostrare come l'educazione possa contribuire a costruire una cultura diversa.
Il festival affronta anche il tema della cura, spesso affidata alle donne e poco riconosciuta. Sì, ed è un aspetto a cui teniamo molto. Tra gli appuntamenti ci sarà un incontro dedicato ai caregiver, cioè a quelle persone che assistono familiari che hanno bisogno di aiuto. Sono molto spesso donne, che si ritrovano a ricoprire ruoli impegnativi senza che il loro lavoro venga davvero riconosciuto. Parliamo di figlie che assistono i genitori, ma anche di donne che sono contemporaneamente madri, lavoratrici e caregiver. Persone che devono tenere insieme tante responsabilità e che rischiano di essere lasciate sole. Vogliamo interrogarci su che cosa possiamo fare per sostenerle, su quali servizi e quali reti siano necessari. Non possiamo considerare naturale che il lavoro di cura ricada sempre sulle donne, né dare per scontato che riescano a sostenere tutto senza conseguenze sulla propria vita. Anche questo significa parlare di pari opportunità: riconoscere un lavoro spesso invisibile e chiedersi come redistribuire le responsabilità.
Un'altra novità è la scelta di portare alcuni appuntamenti direttamente nelle aziende, anche fuori Empoli. Perché è importante? Perché vogliamo far conoscere le realtà che esistono sul territorio e le opportunità che possono offrire. Il programma prevede incontri aperti alla cittadinanza, non soltanto agli addetti ai lavori. Penso, per esempio, all'appuntamento nelle aziende che lavorano nel settore digitale e tecnologico. Ci sono percorsi formativi e professionali che forse molte persone non conoscono, come quelli legati a Prodigi, la scuola digitale ITS Academy. Far conoscere queste realtà significa offrire ai giovani, e soprattutto alle ragazze, la possibilità di immaginare strade diverse per il proprio futuro. Allo stesso tempo, è importante dare visibilità alle aziende e alle associazioni che da anni lavorano su questi temi. Spesso il loro impegno è conosciuto soltanto da chi le frequenta direttamente. Donne al Centro può diventare un'occasione per mettere in relazione esperienze che già esistono, ma che hanno bisogno di incontrarsi e farsi conoscere.
Il programma guarda dunque anche alle professioni del futuro e alle discipline STEM, ancora condizionate da stereotipi di genere. Sì, perché non possiamo parlare di autonomia senza parlare delle possibilità che le ragazze hanno di scegliere il proprio percorso. Le discipline scientifiche e tecnologiche, come altri ambiti professionali, sono ancora attraversate da pregiudizi che possono condizionare le scelte fin da giovani. Portare questi temi nel festival significa mostrare che esistono opportunità, esperienze e modelli diversi da quelli tradizionali. Vogliamo contribuire a far conoscere le competenze presenti sul territorio e a rendere più accessibili percorsi che magari, fino a oggi, una ragazza non aveva nemmeno preso in considerazione. Quest'anno avete scelto di dare spazio anche a linguaggi diversi da quelli dei convegni tradizionali. Penso al cinema e all'incontro con le Eterobasiche. Il cinema torna anche quest'anno, con un percorso che mette a confronto due registe appartenenti a momenti storici e generazioni differenti: Lina Wertmüller e Alice Rohrwacher. Attraverso due film vogliamo riflettere su come sia cambiato il modo di raccontare le donne e su quali questioni continuino a essere attuali. La novità è anche l'attenzione ai giovani. Sabato 24 ottobre avremo un momento dedicato alle scuole, alla conoscenza dei consultori e ad alcune problematiche legate alla salute e al benessere, tra cui i disturbi alimentari.Nel pomeriggio ci sposteremo invece a Scomodo, uno spazio ritrovato della cittadinanza, per incontrare le Eterobasiche. Il loro è un linguaggio completamente diverso da quello che utilizziamo nei talk tradizionali: ironico, diretto, vicino alla comunicazione che circola sui social. Ci sembrava importante parlare della condizione femminile anche attraverso questo linguaggio, raggiungendo un pubblico giovane e mostrando come gli stereotipi possano essere riconosciuti e messi in discussione anche attraverso l'ironia.
Se dovesse spiegare in poche parole qual è il ruolo di “Donne al Centro”, che cosa direbbe? Il festival può davvero contribuire a risolvere i problemi che affronta? Non credo che un festival possa, da solo, risolvere problemi così complessi. Il suo compito è un altro: creare occasioni di confronto, divulgare, far conoscere esperienze e aiutare le persone a sviluppare una maggiore consapevolezza. Vogliamo mettere sotto i riflettori le condizioni femminili a 360 gradi, offrendo alla cittadinanza la possibilità di ascoltare, conoscere e riflettere. Parlare di violenza, per esempio, significa ribadire che non è un fatto privato, ma una questione che riguarda tutta la società. Lo stesso vale per le disuguaglianze nel lavoro, per gli stereotipi e per la distribuzione delle responsabilità familiari. Una società civile non dovrebbe essere una società nella quale una donna, per salvarsi dalla violenza, è costretta a scappare di casa e a cercare rifugio altrove. Dovrebbe essere una società nella quale una donna possa dire no e vedere rispettata la propria decisione. È questa la consapevolezza che vorremmo contribuire a far crescere. Ecco perché abbiamo scelto di partire anche dai ragazzi e dalle scuole: il cambiamento culturale richiede tempo, ma deve cominciare il prima possibile.
In fondo, mettere le donne al centro significa anche cambiare il modo in cui una comunità guarda a se stessa. Sì. Significa riconoscere che la parità non è una questione che riguarda soltanto le donne, ma un obiettivo che riguarda tutti. Per raggiungerla abbiamo bisogno delle istituzioni, delle associazioni, delle scuole, delle imprese e dei cittadini. La quinta edizione nasce proprio da questa convinzione: mettere insieme competenze, esperienze e sensibilità diverse, creare occasioni di incontro e fare in modo che ciò che già esiste sul territorio diventi patrimonio condiviso. Non abbiamo la pretesa di dare tutte le risposte. Vogliamo però contribuire a porre le domande giuste, a rendere visibili le disuguaglianze e a costruire una comunità più consapevole. Perché la parità non si realizza soltanto affermando dei diritti: bisogna creare le condizioni perché ogni donna possa esercitarli davvero.