Quelli che invocano pieni poteri per la polizia e quei briganti con la divisa…
23-10-2026 15:43 -
di Stefano Tamburini
Occhio, perché lo abbiamo già visto tante volte. Quando la polizia ha pieni poteri o, peggio ancora, se li prende… finisce sempre male. Troppo male. Ho scritto un libro su una storia (quasi) dimenticata, una storia che sembra un romanzo ma che invece è tragicamente vera, avvenuta in Abruzzo a cavallo fra gli anni Novanta e il cambio di millennio. Con un innocente all’ergastolo e morto di crepacuore in cella una volta persa ogni speranza di un processo bis che – nuove prove alla mano – avrebbe spazzato via le nefandezze fabbricate ad arte in un commissariato di polizia (quello di Avezzano) dove, sempre quegli agenti infedeli, arrestarono un giornalista un po’ troppo giornalista che aveva messo all’indice il loro gioco sporco. Quel collega si fece 57 giorni di galera e riuscì non tanto facilmente a dimostrare la sua innocenza e a far incastrare il suo aguzzino, un vice ispettore che poi si è fatto cinque anni e mezzo di galera, pagando da solo quello che non poteva aver fatto da solo, almeno senza coperture o complicità nella polizia e anche nella magistratura inquirente. Attenzione, non è un libro contro la polizia. Anzi, quelli che riuscirono a far risolvere almeno il caso del giornalista incastrato portavano la stessa divisa dei briganti.
Però, però… in quella e in tante altre storie ci sono episodi collaterali che fanno pensare quanto sia radicata la malapianta del “noi siamo noi”, della Polizia di Stato che si trasforma in Stato di Polizia. Ci sono centinaia di altre storie tragiche, come quella della banda della Uno Bianca, quelle degli omicidi di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi, quella del poliziotto assassino a Rogoredo, quella di carabinieri che trafugavano oggetti dagli appartamenti che andavano a perquisire, quelli di vigili urbani che riscuotevano tangenti dai commercianti. Questo ovviamente non vuol dire che le istituzioni non siano sane. Ma per essere certi che lo siano anche da qui in avanti, i loro componenti non dovranno mai diventare cittadini più uguali degli altri, con trattamenti e leggi speciali. O, peggio ancora, avere le “mani libere”.
La memoria delle macellerie del G8 di Genova (luglio 2001) sta purtroppo svanendo. In quei giorni la democrazia fu sospesa e il destino di tante persone rimase in mano a un manipolo di delinquenti con la divisa. Andò in scena una brutta storia nella quale lo Stato divenne Antistato, nella quale torture e violenze degli uomini in uniforme randellarono la democrazia ancor prima delle teste e dei corpi dei manifestanti. Furono rastrellati mentre dormivano pacificamente nella scuola Diaz dopo che la stessa polizia aveva fabbricato false prove della presenza di molotov. Una macelleria messicana piombata in un Occidente incredulo.
In quel governo molto di destra si concentrarono tentativi autoritari e un pessimo ministro dell’Interno, Claudio Scajola. Ma anche un clima che poteva tranquillamente permettere di teorizzare gli «arresti preventivi» dei potenziali manifestanti più pericolosi. E non dal primo che passava al bar di piazza Colonna ma dal vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, un ex fascista capace di ridare al vecchio Movimento sociale una veste di destra moderna (Alleanza nazionale) ma ancora ostaggio di una mentalità da ventennio.
Ci mise del suo un potente servizio di disinformatija da parte dei servizi segreti con il megafono di una parte di giornalismo distratto o complice. Ed è più o meno quello che sta accadendo oggi di fronte a pochi disordini e tantissime manifestazioni di persone che non ce la fanno più ad andare avanti per via di costi devastanti di bollette e carburanti, con la conseguenza di far diventare quasi impossibile riempire decentemente un carrello della spesa. Vengono fabbricate menzogne per ridurre il tutto a una melassa indistinguibile, la solita logica del “noi” e “loro”, con quel “loro” che mette dentro tutti, che unifica i disperati ai delinquenti, che molto spesso sono anche poliziotti infiltrati per creare disordini a bella posta. Ovviamente la risposta esclusivamente repressiva è la cosa più cretina che si possa immaginare, peggio ancora se poi si invoca un indiscriminato ricorso al “metodo Diaz”. Sui social si è letto anche questo, scritto da uno che a Piombino era fra i manifestanti contro il fetido rigassificatore nel piccolo porto di Piombino imposto con una legge speciale dal governo di Mario Draghi e confermato con altrettanta “illegalità legalizzata” da quello di Giorgia Meloni. Uno che non si rende conto che avrebbero potuto farlo a lui ma che è fascista dentro e non riesce a concepire il dissenso. Che non capisce – lui e, purtroppo, tantissimi come lui – che chi viene eletto è lì per “governare” e non per “comandare”.
Stiamo scivolando verso il peggio ma la testa nel cappio ce la stiamo mettendo da soli impedendo che le regole valgano indistintamente per chiunque. Anzi, per chi ha più potere le regole dovrebbero essere più stringenti invece che allentate ogni volta. E soprattutto dovremmo renderci conto che alla fine se non ci salviamo tutti non si salverà nessuno. Perché quelli che non ce la faranno più a fare la spesa giocoforza andranno a rubare. E allora i soldi li vogliamo spendere per blindarci? Pagheremmo di più per vivere peggio. Una cosa da imbecilli totali. Temo però che sia una condizione dilagante, indotta da motivazioni poco perspicaci. Perché alla fine anche quelli che hanno studiato poi in qualche modo sono finiti anche loro ad abbeverarsi alle fonti tossiche dei social o della propaganda interessata. Così i più finiscono per ingrossare le fila del popolo bue senza rendersi conto che il popolo bue conviene solo a quelli che hanno da farsi gli affari loro. Non i nostri. O meglio, quelli di tutti.
Riflettete gente, riflettete.
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In coda, un editoriale che ho scritto il 18 luglio 2021, alla vigilia della ricorrenza del “ventennio” di distanza dalla democrazia sospesa del G8 di Genova. Molte cose scritte allora, quando ero direttore del quotidiano “Il Tirreno” e direttore editoriale del Gruppo Sae (“Il Tirreno”, “la nuova Ferrara”, “Gazzetta di Reggio”, “Gazzetta di Modena”) valgono purtroppo ancora oggi.
Vent’anni dopo in tanti, troppi, hanno dimenticato o, peggio ancora, evitato di ricordare, rimosso. Vent’anni fa, dal 19 al 22 luglio, a Genova andò in scena la pagina più nera della storia della democrazia italiana, quella che ruotava intorno a un G8 che non era solo un vertice di Grandi Potenze ma soprattutto uno scontro fra la dilagante logica della globalizzazione e un fiero movimento pacifista ed ecologista, peraltro oggi ancor più attuale. Era un “no” alla concentrazione delle risorse in mano a un ristretto gruppo di potenti che si facevano scudo dietro a una ventata di neoliberismo come preludio a un allargamento della forbice delle risorse fra pochi ricchi e tanti meno fortunati.
Era il primo anno della moneta unica, il G8 si apriva dopo il fresco ritorno al governo di Silvio Berlusconi con una brusca svolta a destra. E si svolgeva in una sede inadatta a un vertice di quel tipo che veniva contestato in qualsiasi parte del mondo. Genova era stata scelta da un precedente governo di centrosinistra ma il teatro aggravò tensioni che una pericolosa miscela di errori avrebbe alimentato comunque. E così andò in scena una brutta storia nella quale lo Stato divenne Antistato, nella quale torture e violenze degli uomini in uniforme randellarono la democrazia ancor prima delle teste e dei corpi dei manifestanti.
Furono rastrellati mentre dormivano pacificamente nella scuola Diaz dopo che la stessa polizia aveva fabbricato false prove della presenza di molotov. Una macelleria messicana piombata in un Occidente incredulo.
In quel governo molto di destra si concentrarono tentativi autoritari e un pessimo ministro dell’Interno, Claudio Scajola. Ma anche un clima che poteva tranquillamente permettere di teorizzare gli «arresti preventivi» dei potenziali manifestanti più pericolosi. E non dal primo che passava al bar di piazza Colonna ma dal vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, un ex fascista capace di ridare al vecchio Movimento sociale una veste di destra moderna (Alleanza nazionale) ma ancora ostaggio di una mentalità da ventennio.
Ci mise del suo un potente servizio di “disinformatija” da parte dei servizi segreti con il megafono di una parte di giornalismo distratto o complice. Da mesi alcuni giornali e le tv di proprietà del presidente del Consiglio diffondevano patacche travestite da “rapporti riservati” sulle intenzioni dei contestatori del vertice delle Grandi Potenze. L’esempio più clamoroso fu quello della diffusione di un falso piano di aggressione preordinato verso poliziotti e carabinieri con lanci di palloncini caricati a sangue infetto.
Il bombardamento mediatico fu talmente martellante da far risultare veritiere queste e altre paure diffuse con logica criminale. E quando si arrivò al G8 per completare l’opera fu sufficiente l’infiltrazione di pericolosissime frange di contestatori violenti – i Black bloc – intorno alle decine e decine di migliaia di manifestanti pacifici. Ci scappò il morto e fece molto comodo per scatenare la repressione. Un ragazzo, Carlo Giuliani, fu centrato da un proiettile sparato da un carabiniere inesperto e impaurito, a tre metri e mezzo di distanza da quel giovane che brandiva un estintore e stava per lanciarlo. Il militare, Carlo Placanica, ha pagato carissimo e verrebbe da dire per tutti quel colpo maldestro frutto anche di una scarsa preparazione. Furono in tanti, anche in uniforme, a essere mandati allo sbaraglio, contribuendo a invelenire il clima, penalizzando la parte sana delle forze dell’ordine. Nella sala operativa stazionava stabilmente, senza averne titolo, un parlamentare di Alleanza nazionale, Filippo Ascierto, ex maresciallo dei carabinieri.
Di fatto erano segnali chiari per tutti quelli che nelle forze dell’ordine non vedevano l’ora di tentare una spallata a favore dell’instaurazione dello Stato di polizia. Ed è quello che avvenne, con gli uomini in uniforme che divennero aguzzini di cittadini inermi. Franco Gabrielli oggi è il sottosegretario responsabile dei servizi segreti, nel 2017, da capo della polizia, rilasciò a Repubblica un’intervista devastante: «Il G8 di Genova fu una catastrofe. Al posto di De Gennaro (il capo della polizia di allora, ndr) mi sarei dimesso. Un’infinità di persone subirono violenze che hanno segnato le loro vite e chiedere scusa a posteriori non è bastato».
C’è stato di peggio. Funzionari di polizia condannati e di fatto mai puniti veramente, anzi promossi e premiati. Quel G8 fu una costante violazione dei diritti umani, sfociata nei due episodi più emblematici. L’assalto-pestaggio per arrestare pacifici cittadini dentro il dormitorio della scuola Diaz (anche con armi improprie non in dotazione alle forze dell’ordine) e le violenze verso centinaia di “prigionieri” dentro il carcere provvisorio della caserma di Bolzaneto. Donne denudate costrette a subire penetrazioni con i manganelli dei poliziotti, ragazzi costretti a cantare “Faccetta nera” per non essere presi a pugni. Di fatto andò in scena lo Stato torturatore e impunito. Il dopo-G8 fu anche peggio, perché è stata una storia di depistaggi, prove manipolate, ostacoli alle indagini orditi nelle caserme.
Una logica spalleggiata ancora oggi da quelle forze politiche che si oppongono all’introduzione del reato di tortura e di fatto vogliono impedire l’identificabilità degli agenti accusati di violenza. La stessa logica che oggi anima fin troppi carcerieri.
Quel G8 di fatto non è mai finito, e non solo perché non è mai stata fatta piena giustizia. Oltre 250 procedimenti contro agenti violenti sono stati archiviati per l’impossibilità di identificarli. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato che è stato violato l’articolo 3 sul “divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti” durante l’irruzione della scuola Diaz. Lo Stato italiano ha patteggiato per gli atti di tortura nella caserma di Bolzaneto. Ieri altri agenti protagonisti della mattanza hanno perso l’ennesimo ricorso. Domani sarà il ventesimo compleanno della notte della democrazia sospesa. Abbiamo saputo riconquistare l’alba senza aver fatto pienamente i conti con quelle ore buie. E senza costruire gli anticorpi necessari a impedire casi come quelli di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi o i pestaggi da “pattuglione” nelle carceri. La memoria è fondamentale per evitare nuovi errori. Chi tace o fa spallucce è complice della macelleria del 2001 e di tutte quelle che sono venute dopo.