Tra memoria e cemento: cosa accadrebbe oggi se tornasse l'Alluvione del 1966?

04-11-2026 08:00 -

di: Gordon Baldacci

In occasione del sessantesimo anniversario della storica alluvione del 1966, proponiamo un confronto oggettivo tra le condizioni atmosferiche di partenza, i pattern barici e gli effetti al suolo dell'epoca. L'obiettivo è rispondere ad alcuni quesiti generali e, soprattutto, alle due domande che oggi tutti ci poniamo: se dovesse succedere oggi, quali sarebbero le conseguenze? E soprattutto, potrebbe accadere ancora? Iniziamo questo viaggio comparativo tornando indietro nel tempo a sessanta anni fa; partendo dalla stagione che precede l'autunno e che spesso ne determina l'avvio: l'estate del 1966.

Un'estate d'altri tempi

«Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu» urlavano i jukebox dalle spiagge assolate fino alle arene all'aperto dell'entroterra. Dal punto di vista climatico, la stagione estiva fu caratterizzata da due sole grandi ondate di calore. La prima fiammata (13-15 luglio): ad Empoli il termometro toccò i 35,5 °C, ma nel giro di quarantotto ore la temperatura era già scesa a 30 °C spaccati. Le minime in quell'occasione non superarono mai i 15 °C, scendendo persino a 10 °C non appena la bolla calda traslò verso sud. Del resto, le medie del periodo vedevano le minime oscillare attorno ai 13 °C e le massime non oltrepassare i 31,5 °C per l'intero mese di luglio.
La seconda fiammata (10-16 agosto): l' ultima ondata di caldo toccò il suo picco il 13 agosto con 41,0 °C. Ciò che sorprende, tuttavia, è che a fronte di quel picco diurno, la minima notturna scese a 15,0 °C, segnando un'escursione termica fortissima. A quell'epoca le ondate di calore contemplavano al massimo una settimana nell'arco di tre mesi e il tessuto urbano di Empoli, meno esteso e cementificato, garantiva una dispersione del calore decisamente più rapida rispetto a oggi. A settembre si registrarono alcuni giorni attorno ai 30 °C nella prima decade, ma accompagnati da minime già ad una sola cifra (il 15 settembre si toccarono i 6,5 °C di notte a fronte dei 21 °C diurni, valori che oggi fatichiamo a vedere persino a fine ottobre).

Ottobre: il preludio ad un autunno piovoso e la neve precocemente in quota.

Nell'Empolese piovve per 20 giorni su 31, con precipitazioni tutto sommato ordinarie (il picco massimo fu di 42 mm in 24 ore il 6 ottobre). Piogge costanti e di intensità regolare che, già dall'inizio della seconda decade del mese, si trasformarono in nevicate in Appennino fino a quote di alta collina. I dati della stazione meteo del Passo della Futa (poco sopra i 900 metri di altitudine) mostrano che nel 1966 la neve fece la sua comparsa già il 6 ottobre, ripresentandosi per altre nove giornate prima della fine del mese. Un quadro ben lontano dai contesti attuali, in cui sotto i 1000 metri la neve si riduce spesso a veloci e blande spolverate, persino durante la stagione invernale.



La dinamica barica di inizio novembre: la trappola si chiude

Giungiamo così ai primi giorni di novembre. Il 2 novembre la pioggia iniziò a cadere in un clima di generale disinteresse: ottobre aveva abituato a giornate simili e nessuno poteva immaginare cosa sarebbe accaduto nelle ore successive. Un profondo nucleo depressionario (con valori termici interni oggi inimmaginabili se non in pieno inverno) stazionava sull'Europa occidentale, alimentato da un continuo flusso freddo e umido in scorrimento retrogrado dalla Russia. L'anticiclone mediterraneo era confinato tra Turchia e Medio Oriente, mentre l'anticiclone delle Azzorre stazionava sulle isole omonime. Tra un fronte perturbato e quello successivo si contavano pause asciutte di non più di 48-72 ore. Sebbene i giorni piovosi fossero molti, gli accumuli complessivi risultavano ben distribuiti, anche perché nei bassi strati non vi era il calore necessario ad innescare i devastanti nubifragi odierni.



Perché, allora, si arrivò al disastro? La risposta risiede negli eventi del 3 novembre 1966.

Il nucleo depressionario che da giorni ruotava come una trottola tra il Mediterraneo e il continente europeo, agganciò una potente depressione atlantica proveniente dagli Stati Uniti.
La depressione nord-atlantica fagocitò dapprima il nucleo mediterraneo, alimentandolo di aria molto più mite e poi con il flusso zonale attivo lo spinse verso le coste occidentali della Sardegna. Questa manovra richiamò di risposta un'imponente risalita di aria calda dal continente africano. Nel giro di pochissime ore, una massa d'aria umida e più calda di 12-14 °C impattò sulla regione, scontrandosi con la dorsale appenninica. Le temperature salirono vertiginosamente, soprattutto in quota.



Le abbondanti nevicate dei giorni precedenti si trasformarono rapidamente in pioggia battente; la neve al suolo fuse all'istante, riversando una massa enorme d'acqua lungo le aste degli affluenti dell'Arno. Nella notte fra il 3 ed il 4 novembre, ad Empoli caddero tra i 90 e i 120 mm di pioggia. L'idrometro sull'Arno a Firenze, segnò 8,69 metri prima di venire distrutto dalla furia della corrente. Non abbiamo dati specifici su Empoli, non avevamo ancora un idrometro sul fiume. Per averne uno dovremo attendere il 2000.



Cronaca di una catastrofe. I torrenti e i fiumi a monte strariparono uno dopo l'altro:


Ore 01:00 (4 novembre): L'Arno straripa in località La Lisca, bloccando la strada statale nel comune di Lastra a Signa.
Ore 03:48: L'ANSA batte la prima terribile notizia: «La situazione in Toscana diventa sempre più grave. La pioggia non accenna a cessare e i corsi d'acqua sono notevolmente ingrossati. In provincia di Firenze è emergenza a Incisa Valdarno e negli altri centri in prossimità dell'Arno... Le acque hanno invaso molte abitazioni».
Ore 05:00: Montelupo Fiorentino viene sommersa dalla Pesa, le cui acque non riescono più a confluire nell'Arno ormai saturo.
Ore 20:00: L'ennesima ondata di piena travolge la piana ed Empoli, dove il torrente Elsa rompe gli argini.

Le notizie, la disinformazione e il bilancio finale.

Come accade spesso nelle prime fasi dei grandi disastri, la riservatezza delle autorità e la mancanza di informazioni ufficiali alimentarono macabre leggende metropolitane. Si diffuse la voce che decine di persone fossero annegate nel sottopasso della Stazione di Firenze; gli stessi residenti, bloccati nei piani alti delle case, scambiarono i manichini trascinati via dalle botteghe del centro per corpi umani trasportati dalla corrente.
Soltanto nel 2006, in occasione del quarantesimo anniversario, venne stilato un bilancio definitivo e documentato delle vittime. Tra queste figurano purtroppo anche cinque persone dell'Empolese Valdelsa, a cui va il nostro ricordo a perenne memoria.

Guido Borghi, 64 anni. Morì a Castelfiorentino mentre stava cercando di salvare il bestiame.
Giovanni e Vittorio Cortini, di 58 e 24 anni. Morirono per il crollo della loro casa a Castelfiorentino.
Agostina Bini, 73 anni, di Empoli. Fu sorpresa dall'acqua mentre si trovava a letto ammalata; salvata, morì pochi giorni dopo in ospedale per i postumi.
Palmiro Mancini, 66 anni, di Empoli; morto travolto dalla corrente.
Orfea Casini, 68 anni, di Montelupo Fiorentino, morta travolta dalla corrente dopo essere caduta durante il salvataggio in elicottero.
Giovanni Chiarugi, 68 anni, di Montelupo Fiorentino, fornaio del paese, annegato mentre su viale Umberto I si recava all'Ospedale Psichiatrico Giudiziario per portare il pane.

Potrebbe accadere anche oggi?

Se consideriamo Empoli estrapolandolo da un contesto generale, la pioggia cumulata nei giorni della storica alluvione fu elevatissima. Tuttavia, se pensiamo che solo lo scorso settembre in alcune zone della città sono caduti ben 100 millimetri d'acqua in appena due ore, il quadro cambia. Appare chiaro che se i fenomeni meteo intensi e localizzati — ormai all'ordine del giorno — si inserissero all'interno di una perturbazione più ampia e diffusa, la risposta teorica è sì: potrebbe accadere di nuovo.

Va anche detto che Empoli non è un punto astratto su una mappa. Rispetto al passato, le tante opere infrastrutturali realizzate in questi decenni (lo Scolmatore, l'invaso di Bilancino, la cassa di Roffia, insieme alle varie casse d'espansione lungo l'Arno e i suoi affluenti, alcune ultimate altre ancora in lavorazione) rappresentano alleati preziosi quando il fiume torna a gonfiarsi e le precipitazioni continuano ininterrotte per ore. A questo si aggiunge un sistema previsionale oggi non paragonabile a quello di sessant'anni fa, una Protezione Civile strutturata e centrale nella gestione di ogni rischio e una sensibilità culturale della popolazione verso questi temi che, seppur a piccoli passi, è senz'altro migliorata.

La trasformazione del territorio e i nuovi rischi.

Bisogna però riconoscere che la piana fiorentina ed empolese non è più quella del 1966. L'alluvione di allora segnò uno spartiacque economico definitivo: chi fu colpito decise spesso di abbandonare l'agricoltura per cercare impiego in altri settori. Di conseguenza, molti di quei terreni un tempo agricoli, complici i piani regolatori dei vari Comuni, si sono trasformati in veri e propri centri abitati, dove la cementificazione ha reso uniforme il paesaggio per chilometri. Proprio per questo, studi e dati alla mano, si evidenzia che una replica dell'evento del 1966 sarebbe oggi ancora più devastante. È stato calcolato che un'esondazione avvenuta con le medesime modalità di allora porterebbe il livello delle acque a superare di circa due metri quello toccato nel '66. Una stima generale indica che un'alluvione simile su Firenze, l'Empolese e fino a Pisa provocherebbe oggi danni per circa 20 miliardi di euro — pari al valore medio di una legge finanziaria. Le conseguenze sarebbero quindi catastrofiche non solo a livello locale, ma per l'intera economia nazionale.

La lezione del passato.


L'alluvione del 1966 fu uno dei primi episodi in Italia a mostrare con drammatica chiarezza la totale assenza di una struttura centrale di protezione civile. I cittadini non furono avvertiti dell'imminente esondazione, fatta eccezione per alcuni orafi di Ponte Vecchio, messi in guardia dalla telefonata di una guardia notturna che li invitava a sgomberare le botteghe. Le notizie vennero diffuse con grave ritardo e i mezzi di informazione cercarono inizialmente di ridimensionare la portata del disastro. Nei primi giorni, i soccorsi arrivarono quasi esclusivamente dal volontariato e dalle truppe di stanza in città: per vedere una macchina organizzativa statale fu necessario attendere ben sei giorni dalla catastrofe. Torneremo ad approfondire questo tema analizzando l'evento anche sotto il profilo politico, sociale e culturale, allargando lo sguardo oltre la nostra città e i suoi dintorni, nelle prossime settimane, nell'ambito delle iniziative collegate al sessantesimo anniversario da quel tragico evento climatico che fu l'Alluvione del 1966.
Perché ricordare l'Alluvione a sessant'anni di distanza non significa soltanto rendere omaggio alle vittime e alla resilienza di una terra, ma interrogarsi su cosa quella ferita abbia insegnato — e continui a insegnare — alla politica, alla cultura e all'intera società.