La scuola devastata, la protesta tradita. Ai ragazzi adesso chiediamo responsabilità

31-10-2026 14:03 -

di Emilio Chiorazzo

C'è un'immagine che racconta, forse più di tante parole, l'amarezza di queste ore. È quella del preside e dei professori dell'istituto Fermi di Empoli, davanti alla propria scuola, in attesa del via libera per poter rientrare. Non per riprendere le lezioni, non per incontrare gli studenti, ma per capire che cosa fosse rimasto, per cercare di salvare il salvabile. Dietro quelle porte, aule, arredi, strumenti didattici, spazi che ogni giorno dovrebbero essere luoghi di crescita e di formazione, trasformati in uno scenario di devastazione.
Era già successo, appena una decina di giorni prima, all'Enriques. E adesso si è ripetuto. Due episodi ravvicinati, due scuole finite nel mirino di un'occupazione che, da forma di protesta, è diventata anche occasione per atti che con il diritto a manifestare non hanno nulla a che vedere.
Sui fatti indagheranno le forze dell'ordine. Sarà loro compito ricostruire quanto accaduto, individuarne gli autori e accertare anche l'eventuale presenza di persone estranee agli istituti.
Ma c'è qualcosa che, al di là delle indagini, dobbiamo comunque dire ai nostri ragazzi. Ai nostri figli.
Sabato scorso erano scesi in corteo per chiedere scuole più sicure, meno fatiscenti, più funzionali. Avevano denunciato il caro libri, le carenze negli organici, la mancanza di insegnanti che rallenta il percorso di apprendimento e penalizza la qualità della didattica. Questioni reali, che meritano ascolto, attenzione e risposte. Perché una scuola che non funziona, che non offre ambienti adeguati e non riesce a garantire a tutti le stesse opportunità, è un problema che riguarda l'intera comunità.
E allora la contraddizione è tanto più amara. Perché devastare proprio quei luoghi per i quali si è chiesto maggiore cura? Danneggiare strutture e strumenti che servono agli studenti stessi? Rendere inagibili spazi che avrebbero dovuto essere il centro della loro protesta?
Gli effetti sono già evidenti: la scuola resterà chiusa fino a quando non saranno ripristinate le condizioni di sicurezza e funzionalità. Le lezioni si fermano, il percorso didattico subisce un'interruzione, gli studenti perdono proprio quegli spazi che chiedevano di rendere migliori. E gli arredi, le attrezzature, gli strumenti da sostituire hanno un costo. Un costo che ricade sulla collettività, sulle risorse pubbliche, dunque anche sulle famiglie e sui cittadini che con le loro tasse contribuiscono a mantenere in piedi il sistema scolastico.
Ma c'è un danno forse ancora più difficile da quantificare: quello inferto alla credibilità della protesta. Le ragioni portate in piazza sabato scorso rischiano di essere sommerse dalle immagini delle devastazioni. Le iniziative di mobilitazione che in altri istituti si sono svolte, più o meno pacificamente e senza episodi di vandalismo, finiscono per essere associate a comportamenti che ne tradiscono lo spirito. E soprattutto, dopo quanto accaduto, gli stessi studenti hanno reso molto più difficile, se non compromesso, il percorso delle future proteste per chiedere scuole migliori. Come si potrà tornare a rivendicare ambienti dignitosi e strutture efficienti quando si è contribuito a distruggere quelli che già esistono? Come chiedere alla comunità di investire nella scuola se la scuola viene trattata come qualcosa da consumare e non da custodire?
C'è una parola che oggi dovrebbe entrare con forza nelle aule, nelle assemblee, nelle discussioni tra studenti. Una parola semplice, ma dal significato profondo: responsabilità.
Durante l'occupazione, anche se forzatamente, la scuola è affidata agli studenti. E avere in custodia un luogo significa anche prendersene cura. Significa proteggerlo, impedire che venga danneggiato, non voltarsi dall'altra parte davanti a chi lo devasta. Significa dissociarsi, prendere le distanze, segnalare e denunciare comportamenti che nulla hanno a che fare con la protesta. Non basta dire che a rompere sono stati altri. Non basta dichiararsi estranei se, davanti alla distruzione, si è scelto il silenzio.
Non si tratta di criminalizzare un'intera generazione né di negare il valore della protesta studentesca. Al contrario. Manifestare, contestare, pretendere risposte, mettere in discussione ciò che non funziona sono diritti e strumenti fondamentali della vita democratica. Ma proprio per questo vanno difesi da chi li usa come copertura per comportamenti distruttivi. La protesta ha bisogno di idee, di obiettivi, di partecipazione. Non di devastazione.
Adesso i ragazzi sono chiamati a una prova ben più importante di quella affrontata durante l'occupazione: dimostrare di saper essere una comunità. Di saper riconoscere il danno, di non minimizzarlo, di non giustificarlo, di collaborare perché episodi simili non si ripetano. Anche prendendo le distanze, apertamente, da chi ha trasformato una rivendicazione in un atto di distruzione.
In queste ore sono intervenuti anche i rappresentanti della politica locale, con posizioni e ricette diverse: dal principio del «chi rompe paga» alla necessità di comprendere le radici di un disagio giovanile che non può essere liquidato con una condanna. Sono entrambe questioni che meritano attenzione, ma il compito della politica non può esaurirsi negli slogan. Occorre capire, ascoltare, individuare le cause del malessere, ma soprattutto offrire ai giovani strumenti, spazi e occasioni per esprimere il dissenso in modo costruttivo. E, allo stesso tempo, pretendere il rispetto delle regole e dei beni comuni.
Perché le scuole hanno certamente bisogno di manutenzione, di investimenti, di insegnanti, di strutture adeguate. Ma hanno bisogno anche di studenti consapevoli del valore di ciò che appartiene a tutti.
Il preside e i professori che aspettavano davanti al Fermi per entrare e vedere che cosa fosse rimasto sono un'immagine che non dovrebbe essere dimenticata in fretta. Dietro quelle porte non c'erano soltanto muri, banchi e attrezzature danneggiate. C'era un pezzo di comunità ferito.
E forse la prima lezione da imparare, questa volta, non è scritta su nessun libro. È quella della responsabilità. Perché una scuola migliore si costruisce anche sapendo custodire quella che abbiamo.