Alluvione sessant’anni dopo: più strumenti per prevenire, ma il territorio resta fragile
06-11-2026 15:53 -
A sessant'anni dalla tragica alluvione del 1966, che colpì Firenze e numerosi territori attraversati dall'Arno e dai suoi affluenti, ricordare non basta. Occorre interrogarsi su quanto sia cambiato da allora, su quali strumenti abbiamo oggi a disposizione e, soprattutto, su quanto sia ancora necessario fare per prevenire nuovi eventi catastrofici.
È stato questo il filo conduttore dell'incontro «1966-2026: dall'emergenza alla prevenzione», organizzato da CLEBS.IT, che ha riunito tre ospiti di particolare competenza: Elvezio Galanti, figura storica della Protezione civile italiana e collaboratore di Giuseppe Zamberletti; Paolo Masetti, presidente del Consorzio di Bonifica 3 Medio Valdarno ed esperto di protezione civile; e Marco Leporatti, dottore agronomo e forestale specializzato nella gestione sostenibile delle risorse naturali.
Un confronto che ha spostato l'attenzione dalla semplice commemorazione alla necessità di costruire una nuova cultura del rischio, mettendo insieme protezione civile, gestione dei corsi d'acqua, tutela dei boschi, consumo di suolo e responsabilità delle istituzioni e dei cittadini.
Elvezio Galanti: «Il clima è cambiato, ma è cambiato anche il territorio» Ad aprire la riflessione è stato Elvezio Galanti, che ha invitato a leggere l'alluvione del 1966 attraverso una prospettiva storica e territoriale. Un dato aiuta a comprendere la natura del problema: nel bacino dell'Arno, dal 1200 a oggi, si sono verificati nove eventi alluvionali di grande portata. L'alluvione del 1966, dunque, non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in una storia di eventi che si ripetono nel tempo. La domanda fondamentale è quindi: rispetto al 1966, che cosa è cambiato? Per Galanti i parametri da considerare sono soprattutto tre: il clima, il territorio e la capacità di prevedere e gestire le emergenze. «Quando parliamo di cambiamenti climatici, spesso ci concentriamo soltanto su una metà del problema: il clima. Ma l'altra metà è rappresentata dall'uso del territorio, che negli ultimi sessant'anni è profondamente cambiato». Le immagini aeree degli anni Cinquanta, ha ricordato, mostrano un paesaggio molto diverso da quello attuale. Sono cambiate le modalità di utilizzo dei terreni, l'urbanizzazione, la presenza di superfici impermeabili e il rapporto tra insediamenti umani e ambiente naturale. Un cambiamento che incide direttamente sulla capacità del territorio di assorbire e trattenere l'acqua.
Dall'assenza di informazioni ai sistemi di allertamento Il secondo grande cambiamento riguarda la previsione delle piene. Nel 1966, durante le ore drammatiche dell'alluvione, mancava praticamente qualsiasi sistema efficace di comunicazione e allertamento. I territori a valle non erano in grado di sapere tempestivamente che cosa stesse accadendo a monte. Sindaci e amministratori non disponevano delle informazioni necessarie per organizzare una risposta preventiva. Gli strumenti di misurazione dei livelli dei fiumi esistevano, ma erano utilizzati prevalentemente per finalità scientifiche e statistiche, non per avvisare tempestivamente la popolazione. Oggi lo scenario è completamente diverso. La Toscana dispone di un sistema di monitoraggio che integra misurazioni in tempo reale, dati pluviometrici e idrometrici, modelli previsionali e informazioni satellitari. La rete dei centri funzionali permette di seguire l'evoluzione degli eventi meteorologici e idrologici, monitorando non soltanto il corso principale dell'Arno, ma anche i suoi affluenti. La capacità previsionale è cresciuta enormemente: oggi è possibile prevedere con circa 24 ore di anticipo l'evoluzione di una piena, consentendo alle autorità di attivare le procedure di protezione civile. Anche il quadro normativo è profondamente cambiato. Nel 1966 gli interventi erano ancora regolati da disposizioni risalenti al 1926, pensate essenzialmente per gestire i soccorsi. Oggi il Codice della Protezione civile attribuisce invece un ruolo centrale alla previsione, alla prevenzione e alla pianificazione. Ma per Galanti resta un problema fondamentale: l'ultimo miglio dell'informazione, quello che deve raggiungere concretamente ogni cittadino. I piani comunali di protezione civile individuano le aree a rischio, le zone sicure e i comportamenti da adottare in caso di emergenza. Eppure, spesso, queste informazioni rimangono poco conosciute. «Un cittadino informato vale il doppio», è il senso del suo messaggio. Sapere dove si trovano le aree sicure, conoscere le procedure di evacuazione e capire come comportarsi durante un'allerta può fare la differenza. Il patto tra istituzioni e cittadini deve essere chiaro: le istituzioni hanno il dovere di informare in modo preciso e comprensibile, ma i cittadini devono assumersi la responsabilità di conoscere il rischio nel quale vivono.
Paolo Masetti: un territorio complesso, ma con una Protezione civile preparata Il secondo intervento è stato quello di Paolo Masetti, che ha portato l'esperienza maturata prima come sindaco e poi alla guida del Consorzio di Bonifica 3 Medio Valdarno. Masetti ha innanzitutto sottolineato la qualità della struttura tecnica trovata al suo arrivo al Consorzio, composta da personale competente e preparato, che per molto tempo ha lavorato lontano dai riflettori. Uno degli obiettivi della sua presidenza è stato proprio quello di rendere più visibile il lavoro dell'ente e di rafforzare il rapporto con i cittadini, anche attraverso una maggiore trasparenza sulle attività svolte e sulle risorse impiegate. Il territorio dell'Empolese Valdelsa presenta caratteristiche idrauliche e urbanistiche particolarmente complesse. Accanto al fiume Arno esiste infatti una fitta rete di corsi d'acqua minori, che oggi rappresentano una delle principali criticità. Se rispetto al 1966 la capacità di prevedere le piene è enormemente aumentata, non significa che il rischio sia scomparso. Anzi, gli eventi recenti hanno dimostrato quanto anche i reticoli idraulici secondari possano provocare situazioni di grave pericolo. Masetti ha evidenziato il lavoro svolto negli ultimi dieci anni per rafforzare la Protezione civile locale. Nell'Empolese Valdelsa sono stati formati 23 tecnici con competenze specifiche nella gestione delle emergenze, uno per ciascun Comune, mentre le strutture comunali possono contare su personale dedicato e su una pianificazione articolata. Un patrimonio organizzativo che, secondo Masetti, rappresenta uno dei punti di forza del sistema toscano. Ma anche in questo caso torna il tema della consapevolezza dei cittadini. I piani esistono, le aree di emergenza sono individuate, le procedure sono definite: occorre però conoscerle e sapere come applicarle.
Il ruolo del Consorzio e la nuova attenzione agli ecosistemi fluviali Masetti ha poi illustrato il ruolo del Consorzio di Bonifica, una realtà che gestisce un territorio molto esteso, con oltre 60 Comuni, una struttura di circa 150 persone, una cinquantina di tecnici progettisti e altrettanti operai impegnati nelle attività operative. Una delle sfide più importanti riguarda il superamento di una gestione dei corsi d'acqua esclusivamente orientata alla sicurezza idraulica, per arrivare a un approccio capace di conciliare la riduzione del rischio con la tutela degli ecosistemi. In questa direzione si inserisce il lavoro avviato per elaborare criteri di gestione differenziati dei vari tratti fluviali: dove intervenire con maggiore intensità, dove limitare il taglio della vegetazione e dove, invece, lasciare spazio alla naturalità degli ambienti. L'obiettivo è evitare interventi indistinti e riconoscere le caratteristiche specifiche di ogni corso d'acqua, considerando la presenza di specie vegetali e animali, gli equilibri ecologici e le esigenze di sicurezza. Un percorso che si collega anche all'esperienza del Contratto di fiume della Pesa, luogo di confronto e condivisione tra istituzioni, associazioni, cittadini e portatori di interesse. La gestione del rischio, dunque, non può essere separata dalla gestione ambientale: sono due aspetti che devono procedere insieme.
Marco Leporatti: «I boschi vanno gestiti, non abbandonati» Il tema della natura e del ruolo della vegetazione nella prevenzione del dissesto idrogeologico è stato approfondito da Marco Leporatti. Il punto di partenza del suo intervento è stato netto: il problema principale dei boschi è la mancanza di gestione. Negli ultimi anni, soprattutto nelle aree collinari e pedemontane, molte superfici forestali sono state progressivamente abbandonate. Il taglio degli alberi viene spesso percepito come un'azione negativa, mentre una corretta gestione selvicolturale rappresenta una condizione necessaria per mantenere in salute il bosco. Tagliare non significa distruggere: significa intervenire secondo criteri tecnici, rispettando le caratteristiche delle specie e i loro naturali cicli di sviluppo. Leporatti ha portato l'esempio delle colline del Montalbano, dove l'abbandono delle attività selvicolturali ha determinato una situazione di crescente difficoltà. Ma i boschi sono anche una preziosa sentinella dei cambiamenti climatici. Negli ultimi dieci anni si sono verificati con grande frequenza fenomeni di filloptosi anticipata, cioè la caduta prematura delle foglie. Nell'estate dello scorso anno, già intorno al 10 agosto, molte aree boscate presentavano un aspetto simile a quello autunnale. Il problema non è soltanto la carenza d'acqua, ma soprattutto lo stress termico provocato da periodi prolungati con temperature superiori ai 35 gradi. Per sopravvivere, le piante riducono la traspirazione anticipando la caduta delle foglie. Una strategia che permette loro di superare temporaneamente la fase critica, ma che nel lungo periodo può compromettere le riserve di carbonio necessarie alla ripresa vegetativa. A questo si aggiungono gli attacchi di insetti e parassiti, favoriti dalle mutate condizioni climatiche. È il caso del castagno, colpito dal cinipide, contro il quale si stanno utilizzando anche tecniche di lotta biologica attraverso l'introduzione di antagonisti naturali.
Gli alberi in città: non basta piantarli Leporatti ha dedicato una parte importante del suo intervento anche al verde urbano. Piantare alberi è importante, ma non sufficiente. Il vero problema è garantirne la sopravvivenza attraverso una corretta gestione. Molte piante giovani muoiono perché non ricevono un'irrigazione adeguata nei primi anni di vita o perché vengono danneggiate durante le operazioni di manutenzione del verde. Anche la scelta delle specie deve essere coerente con il contesto nel quale gli alberi vengono inseriti. Il territorio urbano è profondamente diverso da quello di qualche decennio fa. Cementificazione, asfalto, scavi per le infrastrutture e impermeabilizzazione del terreno modificano le condizioni nelle quali le radici possono svilupparsi. È anche per questo che alcuni alberi, soprattutto i pini presenti in contesti urbani fortemente trasformati, diventano più vulnerabili agli eventi meteorologici intensi. La soluzione non consiste nel piantare indiscriminatamente nuovi alberi, ma nel scegliere le specie più adatte, privilegiare quelle autoctone e programmare una manutenzione costante. Anche in questo caso, la parola chiave è gestione. Consumo di suolo: una delle grandi questioni ancora irrisolte Il dibattito è poi tornato su un tema centrale: il consumo di suolo e le sue conseguenze sul rischio idraulico e idrogeologico. Galanti ha ricordato come il suolo non possa essere considerato semplicemente una superficie sulla quale costruire, ma un sistema vivente, fondamentale per regolare il rapporto tra acqua superficiale e acque sotterranee. Un terreno naturale, una collina coltivata o un'area boscata sono in grado di rallentare il deflusso delle acque e favorirne l'infiltrazione. Le superfici impermeabilizzate, al contrario, accelerano il trasferimento dell'acqua verso fossi e fiumi, modificando profondamente i tempi di risposta del bacino idrografico. Il problema non riguarda quindi soltanto quanta pioggia cade, ma anche dove cade e quale territorio deve riceverla. La cementificazione, le nuove costruzioni, i piazzali e le infrastrutture possono alterare l'equilibrio idrologico, aumentando la velocità con cui l'acqua raggiunge i corsi d'acqua. Per questo occorre ripensare anche il modo di progettare strade, parcheggi e superfici urbane, adottando soluzioni che favoriscano, dove possibile, la permeabilità e l'infiltrazione. Masetti, riprendendo la propria esperienza di dieci anni da sindaco di Montelupo Fiorentino, ha evidenziato anche le difficoltà amministrative legate alle previsioni urbanistiche ereditate dal passato. Molte convenzioni urbanistiche, stipulate anni prima, continuano infatti a produrre effetti nel presente. I Comuni si trovano spesso a dover rispettare accordi già sottoscritti con soggetti privati, anche quando nel frattempo sono cambiate le condizioni demografiche, ambientali e territoriali. Il tema è particolarmente delicato perché il rischio non dipende soltanto dalla pericolosità di un evento, ma anche dalla presenza di persone, edifici e attività economiche esposte. Aumentare gli elementi vulnerabili significa aumentare il rischio. Da qui la necessità di una pianificazione urbanistica più lungimirante, capace di considerare non soltanto le esigenze immediate, ma anche gli scenari che si potranno presentare tra venti o trent'anni. Masetti ha sottolineato come il principio del non costruire possa rappresentare, in determinate situazioni, una vera e propria opera pubblica di prevenzione. Una scelta che richiede coraggio politico, perché spesso si scontra con interessi economici e aspettative consolidate.
Opere idrauliche: molto è stato fatto, ma non abbastanza Nel confronto finale è emerso un altro elemento fondamentale: la differenza tra prevenzione non strutturale e prevenzione strutturale. Rispetto al 1966, l'Italia ha compiuto passi enormi nella capacità di affrontare le emergenze. Il sistema di Protezione civile, il volontariato organizzato, il monitoraggio e la previsione degli eventi rappresentano risultati importanti. Molto meno incisivi sono stati, invece, gli investimenti nelle opere necessarie a ridurre concretamente la pericolosità idraulica. Galanti ha ricordato che, dopo l'alluvione del 1966, la Commissione De Marchi aveva elaborato un piano di interventi per il bacino dell'Arno che non è mai stato completato integralmente. Nel corso degli anni sono state realizzate casse di espansione e altre opere di mitigazione, ma il sistema presenta ancora importanti carenze. Anche lo scolmatore dell'Arno potrebbe essere ulteriormente potenziato, secondo gli interventi già previsti. Il problema è soprattutto finanziario e politico. Galanti ha richiamato anche l'esperienza di Italia Sicura, la struttura di missione che aveva cercato di coordinare e accelerare gli investimenti contro il dissesto idrogeologico, recuperando risorse già disponibili ma spesso bloccate da difficoltà burocratiche e progettuali. Servirebbe un programma nazionale di lungo periodo, capace di garantire investimenti strutturali costanti, anche nell'ordine di alcuni miliardi di euro all'anno. La prevenzione, infatti, non produce risultati immediatamente visibili. Se un'opera funziona, spesso nessuno si accorge della sua utilità, perché l'alluvione non si verifica o produce danni minori. È proprio questa la difficoltà politica della prevenzione: investire oggi per evitare un problema domani, quando magari l'emergenza non è più presente nella memoria collettiva.
La memoria corta e la responsabilità dei cittadini Nel dibattito con il pubblico è tornato più volte il tema della memoria. Le alluvioni vengono ricordate con grande partecipazione nell'immediato, ma con il passare degli anni l'attenzione diminuisce. La percezione del rischio si attenua e, soprattutto nei territori che non hanno vissuto direttamente un'emergenza, si tende a pensare che certi eventi non possano ripetersi. Una delle testimonianze ha richiamato proprio la differenza tra chi ha sperimentato un'alluvione e chi non l'ha mai vissuta, sottolineando come anche comportamenti apparentemente banali, come lasciare l'automobile parcheggiata in una zona esposta, possano diventare pericolosi durante un evento estremo. È necessario, quindi, costruire una cultura diffusa della prevenzione, nella quale le istituzioni non siano lasciate sole e i cittadini non si limitino a chiedere interventi dopo che il danno si è verificato. Nel confronto è emersa anche la difficoltà di conciliare la necessità di fermare nuove edificazioni in aree a rischio con i diritti acquisiti, le convenzioni urbanistiche e le situazioni di chi vive già in territori esposti. Non esistono soluzioni semplici. Ma proprio per questo occorre una collaborazione stabile tra amministrazioni, enti tecnici, Consorzi di bonifica, professionisti e comunità locali.
Dal ricordo all'impegno concreto L'incontro promosso da CLEBS.IT ha offerto un quadro articolato di ciò che è cambiato dal 1966 e di quanto resta ancora da fare. Oggi disponiamo di strumenti di previsione, sistemi di allertamento, piani di protezione civile e competenze tecniche che sessant'anni fa erano impensabili. Il volontariato organizzato, nato anche dall'esperienza degli angeli del fango, è diventato una componente fondamentale del sistema nazionale di Protezione civile. Ma la maggiore capacità di gestire un'emergenza non deve far dimenticare la necessità di prevenirla. La tutela dei boschi, la manutenzione dei corsi d'acqua, il contenimento del consumo di suolo, una pianificazione urbanistica più attenta e investimenti strutturali di lungo periodo sono tasselli di un'unica strategia. E soprattutto, come hanno sottolineato i relatori, la prevenzione deve diventare una responsabilità condivisa. Perché sessant'anni dopo il 1966 la domanda non è soltanto se siamo più preparati ad affrontare una nuova alluvione. La vera domanda è se siamo disposti a cambiare il nostro modo di abitare, progettare e amministrare il territorio per ridurre concretamente il rischio. Ricordare il 1966 significa non aspettare la prossima alluvione per tornare a parlare di prevenzione.