530 nomi, una sola volontà: Empoli ricorda i Volontari della Libertà
13-02-2026 10:51 - Primo piano
A Empoli, la mattina del 13 febbraio ha un suono diverso. È un suono che viene da lontano, da ottantuno anni fa, quando da Piazza del Popolo partirono in 530. Erano operai, artigiani, studenti, padri di famiglia. Erano empolesi. E decisero di lasciare la loro città per andare a liberarne altre dal nazifascismo.
Una giornata nel ricordo e nella volontà di mantenere viva la fiamma della lotta per la libertà, contro le violenze e i soprusi del nazifascismo. Di fronte alla lastra di piazza del Popolo che ricorda la partenza avvenuta nel 1945, è stata deposta una corona d'alloro in memoria di quelle gesta e dei volontari che purtroppo non ci sono più. Hanno presenziato il sindaco e la giunta comunale, il sindaco di Certaldo Giovanni Campinoti e la consigliera comunale delegata alla memoria di Montelupo Fiorentino Martina Meoli, le autorità civili e militari cittadine, le associazioni del territorio e la cittadinanza.
L'Inno di Mameli ha dato il via alla cerimonia, con gli squilli di tromba a scandire i diversi momenti della cerimonia, prima degli interventi e della conclusione con Bella Ciao.
Oggi, davanti alla targa che ricorda quell'evento, la città si è raccolta per commemorare l'anniversario della partenza dei Volontari della Libertà del 13 febbraio 1945. Autorità civili e militari, le associazioni combattentistiche, l'ANPI, la Misericordia, i rappresentanti del Consiglio comunale e tanti cittadini hanno preso parte alla cerimonia.
Il sindaco Alessio Mantellassi ha definito questo appuntamento “uno dei momenti di più alta commozione e partecipazione”, una ricorrenza che, anche quando non coincide con celebrazioni regionali più ampie, conserva un valore intimo e profondo per la città.
“Ogni volta che passo in questa piazza – ha detto il sindaco – mi capita di alzare lo sguardo e leggere quella targa. Inizia sempre con: esprimendo una volontà popolare”.
Parole semplici, ma decisive. Parole che spiegano anche perché oggi si chiami Piazza del Popolo. Non è sempre stato così. In origine qui sorgeva il piccolo ghetto ebraico, poi demolito alla fine degli anni Venti per decisione del Comune guidato dal podestà fascista. La piazza assunse prima il nome di Vittorio, poi quello della Repubblica Sociale. Solo dopo la Liberazione divenne Piazza del Popolo.
“Quando la piazza si chiamava Piazza del Vittorio o Piazza della Repubblica Sociale – ha ricordato Mantellassi – esprimeva una determinata fase politica che il nostro Paese stava vivendo. Cambia quella fase, e la popolazione si mette alle spalle quella denominazione. Sceglie un nome nuovo. Sceglie di intitolarla al popolo”.
Una scelta che non è solo toponomastica. È identitaria. È il segno di una comunità che decide da che parte stare.
La targa parla di una volontà “maturata tra la nostra gente in lunghi anni di dura lotta contro il fascismo”. E proprio su quei “lunghi anni” il sindaco ha invitato a riflettere.
Tra il 1921 e il 1943 ci sono oltre vent'anni che non hanno una data precisa da commemorare. Non c'è una cerimonia per ogni riunione clandestina, per ogni discussione fatta di nascosto, per ogni foglio letto in silenzio dietro una porta chiusa.
“Ci sono vent'anni e mezzo in cui succede qualcosa che non è commemorabile fisicamente – ha spiegato – perché accade sotto traccia. Ma il punto vero è che succede. E lo troviamo nelle testimonianze di tante persone”.
Anche il semplice riunirsi segretamente in casa per leggere e discutere diventava un atto rivoluzionario. “Oggi non suona come tale – ha osservato – e invece lo era. E forse, in certi contesti, lo è ancora”.
Cinquecentotrenta. Un numero grande. Ma, ha sottolineato il sindaco, la storia tende a comprimere.“530 sembra un blocco unico. Ma in realtà è 1+1+1 fino ad arrivare a 530. Ogni persona ha un nome e un cognome. Ogni persona ha una famiglia, una storia, una sensibilità. È una testa pensante”.
Cinquecentotrenta uomini che attraversarono le strade di Empoli per arrivare in piazza. Cinquecentotrenta pensieri. Cinquecentotrenta preoccupazioni. Cinquecentotrenta famiglie lasciate alle spalle. Ciascuno portava con sé il peso di vent'anni di dittatura. E insieme la scelta di andare oltre la propria liberazione personale.
“Ho sofferto per vent'anni – è il senso profondo di quella decisione – mi sono liberato adesso. Ma non divento il liberatore solo della mia famiglia o della mia città. Divento un Volontario della Libertà”.
Non un eroe astratto. Una persona concreta che “ipotizza la propria vita”, che la mette a rischio per contribuire alla battaglia finale contro il fascismo.
La radice dell'identità democraticaIn quella frase incisa sulla targa – esprimendo una volontà popolare – c'è, secondo Mantellassi, “la radice essenziale, fondamentale dell'identità della nostra città”.
Un popolo che pensa. Che si muove. Che reagisce. Che non aspetta che la libertà gli venga consegnata, ma la costruisce con pazienza e costanza.
“Qui dentro c'è la nostra storia democratica – ha concluso il sindaco – c'è la storia di Empoli antifascista”.
Ottantuno anni dopo, quella piazza continua a parlare. Non solo del passato, ma del presente. Ricorda che la democrazia non è un'eredità immobile, ma una responsabilità viva. E che, dietro ogni numero, ci sono volti, famiglie, scelte.
Cinquecentotrenta volte il coraggio. Cinquecentotrenta volte la libertà.
Una giornata nel ricordo e nella volontà di mantenere viva la fiamma della lotta per la libertà, contro le violenze e i soprusi del nazifascismo. Di fronte alla lastra di piazza del Popolo che ricorda la partenza avvenuta nel 1945, è stata deposta una corona d'alloro in memoria di quelle gesta e dei volontari che purtroppo non ci sono più. Hanno presenziato il sindaco e la giunta comunale, il sindaco di Certaldo Giovanni Campinoti e la consigliera comunale delegata alla memoria di Montelupo Fiorentino Martina Meoli, le autorità civili e militari cittadine, le associazioni del territorio e la cittadinanza.
L'Inno di Mameli ha dato il via alla cerimonia, con gli squilli di tromba a scandire i diversi momenti della cerimonia, prima degli interventi e della conclusione con Bella Ciao.
Oggi, davanti alla targa che ricorda quell'evento, la città si è raccolta per commemorare l'anniversario della partenza dei Volontari della Libertà del 13 febbraio 1945. Autorità civili e militari, le associazioni combattentistiche, l'ANPI, la Misericordia, i rappresentanti del Consiglio comunale e tanti cittadini hanno preso parte alla cerimonia.
Il sindaco Alessio Mantellassi ha definito questo appuntamento “uno dei momenti di più alta commozione e partecipazione”, una ricorrenza che, anche quando non coincide con celebrazioni regionali più ampie, conserva un valore intimo e profondo per la città.
“Ogni volta che passo in questa piazza – ha detto il sindaco – mi capita di alzare lo sguardo e leggere quella targa. Inizia sempre con: esprimendo una volontà popolare”.
Parole semplici, ma decisive. Parole che spiegano anche perché oggi si chiami Piazza del Popolo. Non è sempre stato così. In origine qui sorgeva il piccolo ghetto ebraico, poi demolito alla fine degli anni Venti per decisione del Comune guidato dal podestà fascista. La piazza assunse prima il nome di Vittorio, poi quello della Repubblica Sociale. Solo dopo la Liberazione divenne Piazza del Popolo.
“Quando la piazza si chiamava Piazza del Vittorio o Piazza della Repubblica Sociale – ha ricordato Mantellassi – esprimeva una determinata fase politica che il nostro Paese stava vivendo. Cambia quella fase, e la popolazione si mette alle spalle quella denominazione. Sceglie un nome nuovo. Sceglie di intitolarla al popolo”.
Una scelta che non è solo toponomastica. È identitaria. È il segno di una comunità che decide da che parte stare.
La targa parla di una volontà “maturata tra la nostra gente in lunghi anni di dura lotta contro il fascismo”. E proprio su quei “lunghi anni” il sindaco ha invitato a riflettere.
Tra il 1921 e il 1943 ci sono oltre vent'anni che non hanno una data precisa da commemorare. Non c'è una cerimonia per ogni riunione clandestina, per ogni discussione fatta di nascosto, per ogni foglio letto in silenzio dietro una porta chiusa.
“Ci sono vent'anni e mezzo in cui succede qualcosa che non è commemorabile fisicamente – ha spiegato – perché accade sotto traccia. Ma il punto vero è che succede. E lo troviamo nelle testimonianze di tante persone”.
Anche il semplice riunirsi segretamente in casa per leggere e discutere diventava un atto rivoluzionario. “Oggi non suona come tale – ha osservato – e invece lo era. E forse, in certi contesti, lo è ancora”.
Cinquecentotrenta. Un numero grande. Ma, ha sottolineato il sindaco, la storia tende a comprimere.“530 sembra un blocco unico. Ma in realtà è 1+1+1 fino ad arrivare a 530. Ogni persona ha un nome e un cognome. Ogni persona ha una famiglia, una storia, una sensibilità. È una testa pensante”.
Cinquecentotrenta uomini che attraversarono le strade di Empoli per arrivare in piazza. Cinquecentotrenta pensieri. Cinquecentotrenta preoccupazioni. Cinquecentotrenta famiglie lasciate alle spalle. Ciascuno portava con sé il peso di vent'anni di dittatura. E insieme la scelta di andare oltre la propria liberazione personale.
“Ho sofferto per vent'anni – è il senso profondo di quella decisione – mi sono liberato adesso. Ma non divento il liberatore solo della mia famiglia o della mia città. Divento un Volontario della Libertà”.
Non un eroe astratto. Una persona concreta che “ipotizza la propria vita”, che la mette a rischio per contribuire alla battaglia finale contro il fascismo.
La radice dell'identità democraticaIn quella frase incisa sulla targa – esprimendo una volontà popolare – c'è, secondo Mantellassi, “la radice essenziale, fondamentale dell'identità della nostra città”.
Un popolo che pensa. Che si muove. Che reagisce. Che non aspetta che la libertà gli venga consegnata, ma la costruisce con pazienza e costanza.
“Qui dentro c'è la nostra storia democratica – ha concluso il sindaco – c'è la storia di Empoli antifascista”.
Ottantuno anni dopo, quella piazza continua a parlare. Non solo del passato, ma del presente. Ricorda che la democrazia non è un'eredità immobile, ma una responsabilità viva. E che, dietro ogni numero, ci sono volti, famiglie, scelte.
Cinquecentotrenta volte il coraggio. Cinquecentotrenta volte la libertà.
Emilio Chiorazzo






