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Abusi da condannare, divise da non criminalizzare

25-10-2026 19:22 - Opinioni
di Danilo Di Stefano (*)

Ho letto l'intervento di Stefano Tamburini, pubblicato su Clebs con il titolo Quelli che invocano pieni poteri per la polizia e quei briganti con la divisa…. Racconta vicende gravi e dolorose, che meritano di essere ricordate. Ma proprio perché la memoria è importante, occorre usarla con rigore: distinguere le responsabilità individuali dai giudizi generalizzati e i poteri arbitrari dagli strumenti previsti dalla legge. Gli abusi commessi da chi indossa una divisa sono particolarmente gravi. Chi tradisce il proprio dovere e il giuramento di fedeltà alla Repubblica colpisce la vittima, disonora l'istituzione e tradisce anche i colleghi che ogni giorno svolgono il proprio servizio con correttezza. Per questo ogni responsabilità va accertata e punita. Nessuna divisa può diventare uno scudo. È proprio questa condanna a rendere necessario un ragionamento completo. E, personalmente, mi permetto di affrontarlo con grande serietà e senza infingimenti dato che, quella divisa di cui parla Tamburini associandola ai “briganti”, l'ho indossata “senza demerito” – come si usa dire in burocratese – e con onore – aggiungerei io – per 41 anni, cinque mesi e quindi giorni, durante i quali, tra le altre funzioni, ho comandato squadre e contingenti del Reparto Mobile di Firenze per circa quattro anni, sono stato premiato per una trentina di operazioni di polizia di alto rilievo, ho svolto per circa dieci anni funzioni di pubblico ministero d'udienza e, non ultimo, sono stato nominato, nel 2015, Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana per i servizi resi alla Repubblica dal Presidente Mattarella. Ebbene, nonostante quello che appare essere un tentativo di generalizzare i suoi sillogismi da parte di Tamburini associando forze di polizia e governo in carica in una sorta di patto sceleris - ma posso aver capito male - il lavoro delle donne e degli uomini in uniforme non si esaurisce nei casi di abuso, per quanto gravi. Ogni giorno, spesso lontano dai riflettori, le forze dell'ordine intervengono per proteggere le persone, prevenire reati, soccorrere chi è in pericolo e garantire che i cittadini possano vivere e manifestare liberamente. Un articolo che richiama soltanto le pagine più buie offre una rappresentazione incompleta di un'istituzione essenziale per la democrazia all'interno della quale ci sono uomini e donne delle più varie estrazioni politiche: il numero e le associazioni sindacali della Polizia di Stato in particolare sono lì a testimoniarlo. I fatti della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto non vanno minimizzati: sono fatti di cui bisogna provare vergogna per quanto accertato nelle sentenze dei tribunali. Nella sentenza Cestaro contro Italia del 2015, la Corte europea dei diritti dell'uomo qualificò come tortura i maltrattamenti subiti dal ricorrente alla Diaz e rilevò l'inadeguatezza della legislazione penale applicata. È un precedente che impone attenzione, controlli e responsabilità. Ma per ricordare Genova con serietà occorre ricordare l'intero quadro. Nel documento conclusivo dell'indagine conoscitiva del Senato si legge che, durante le manifestazioni, rimasero feriti 103 appartenenti alle forze dell'ordine, 217 manifestanti e 19 giornalisti; 302 persone furono sottoposte a fermo o arresto. Sono dati che non cancellano le violenze commesse dagli agenti e dai funzionari condannati; così come le violenze commesse da una parte dei manifestanti – molti incappucciati e vestiti di nero sostenuti da frange violente - non cancellano quelle subite da chi manifestava pacificamente, o anche fermate per atti di violenza e devastazione una volta fermati dalle forze dell'ordine. Anche i danni alla città vanno quantificati con precisione. Allo sportello comunale per gli indennizzi risultarono presentate 486 richieste, per un totale di 13 miliardi e 580 milioni di lire. Tra i beni danneggiati o distrutti figuravano 249 automobili, 120 attività commerciali, 27 condomìni, distributori di carburante e sportelli bancari. Si tratta delle richieste raccolte dal Comune, non di una cifra definitiva che esaurisca ogni stima dei danni. Quanto ai procedimenti contro i manifestanti, il cosiddetto processo ai 25 riguardò le accuse di devastazione e saccheggio per i fatti di piazza. Dieci imputati furono condannati per quei reati: sicuramente troppo pochi perché pochi furono gli arresti in flagranza durante gli scontri. Per gli altri vi furono assoluzioni o prescrizioni, anche in relazione alle cariche avvenute in via Tolemaide. Questo dato non autorizza a definire criminali tutti i partecipanti alle manifestazioni: distingue, come è giusto, le responsabilità accertate dalle posizioni di chi fu assolto o non condannato. E va tenuto separato dal caso Diaz: i 93 occupanti arrestati in quella scuola furono poi assolti dalle accuse loro contestate. Testimoniando al processo nel giugno 2007, il vicecomandante del Reparto Mobile di Roma disse di aver visto all'interno della scuola Diaz una «macelleria messicana». Tamburini scrive che la Polizia di Stato può trasformarsi in “Stato di polizia”. Ma le donne e gli uomini delle forze dell'ordine – circa 300.000 nelle quattro forze di polizia dello Stato - non sono soltanto i protagonisti dei casi di abuso che giustamente condanna. Sono anche coloro che hanno combattuto, e continuano a combattere, il terrorismo eversivo, le organizzazioni mafiose e la criminalità organizzata, spesso in condizioni di grave rischio personale e attraverso indagini condotte insieme alla magistratura. Per affrontare minacce che mettevano in pericolo la sicurezza dei cittadini e la tenuta delle istituzioni, vari governi hanno adottato, negli anni, strumenti normativi straordinari per le forze di polizia, deliberati dal Parlamento e inseriti nell'ordinamento. Sono strumenti rigorosi, sottoposti a regole e controlli – alcuni in uso ancora oggi dopo cinquant'anni - che mostrano come il contrasto ai poteri criminali abbia richiesto anche misure speciali previste dalla legge: strumenti cha hanno dato i loro frutti, soprattutto nella lotta al terrorismo, grazie agli appartenenti alle forze di polizia e alla magistratura che li hanno attuati: senza di loro una norma rimane “un'intenzione scritta sulla carta”. Anche nelle indagini che portarono alla luce il sistema di Tangentopoli, la magistratura si avvalse della polizia giudiziaria e delle competenze investigative delle forze di polizia, compresa la Guardia di Finanza. È un'altra parte della storia istituzionale italiana che scompare quando si raccontano soltanto gli episodi di tradimento. Le stesse istituzioni possono essere ferite da chi ne abusa e difese da chi, con professionalità e nel rispetto della legge, indaga sui criminali e sui corrotti. Tamburini scrive che quando la polizia ha “pieni poteri” o se li prende «finisce sempre male». Ma quali argomenti fattuali usa per definire quei “pieni poteri”? Quali norme, quali limiti e quali controlli mette a confronto con i fatti di Genova? Il testo non lo precisa: forse perché non lo sa o perché non esistono i “pieni poteri alla polizia” nel momento in cui scrivo? Su Ascierto e Fini, citati da Tamburini riferendosi al G8, gli atti parlamentari non confermano l'accusa di accesso abusivo o ingerenza operativa. La relazione conclusiva approvata dalla I Commissione della Camera colloca Ascierto, Bornacin e Bricolo nella sala stampa del comando dei Carabinieri il 20 luglio; per il 21 registra la visita di Fini a Prefettura, Questura e comando dell'Arma, dove rimase fino al deflusso del corteo su indicazione degli ufficiali. La relazione alternativa dell'opposizione, non approvata, riferisce che i parlamentari entrarono nella sala operativa solo per un saluto. La presenza è documentata, ma non un illecito. Né essa prova che Fini abbia proposto arresti preventivi: occorre una fonte precisa. La libertà personale è inviolabile, stabilisce l'articolo 13 della Costituzione: ogni restrizione deve fondarsi sulla legge e, nei casi urgenti previsti, essere sottoposta alla convalida dell'autorità giudiziaria: come avviene oggi e come è sempre avvenuto. Parlare di misure preventive disciplinate dalla legge non equivale quindi, di per sé, a invocare uno Stato di polizia. Oggi la prevenzione serve anche a impedire che chi organizza o commette aggressioni e devastazioni usi una manifestazione come copertura per la violenza. Il dissenso pacifico va tutelato; chi passa alle condotte criminali deve risponderne: soprattutto se si parla di infiltrazioni di gruppi terroristici di stampo islamista. Lo stesso rigore dovrebbe valere per le accuse rivolte agli agenti. Nell'articolo si afferma che i poliziotti infiltrati creerebbero disordini «molto spesso», ma non vengono indicati episodi, indagini o decisioni giudiziarie a sostegno di una generalizzazione tanto seria. Se vi sono casi documentati, vanno raccontati e accertati. Presentare un'accusa così ampia senza riscontri rischia di alimentare proprio quella confusione tra responsabilità individuali e categorie intere che l'autore rimprovera agli altri. E poiché l'intervento accompagna la presentazione del suo libro, è giusto domandarsi se una narrazione concentrata soltanto sulle pagine più nere restituisca davvero la complessità dei fatti. Anche la vicenda di Michele Perruzza, citata da Tamburini, richiede precisione. Tamburini lo definisce un innocente condannato all'ergastolo e afferma che nuove prove avrebbero cancellato le nefandezze delle indagini. È la sua lettura della vicenda, ma, stando a quanto trovato in merito, non l'esito giudiziario: risulta che la richiesta di revisione fu respinta e la condanna non venne annullata. È legittimo discutere criticamente quel processo e le prove raccolte; è diverso presentare come verità giudiziaria un'innocenza che i tribunali non hanno riconosciuto. Analogamente, quando Tamburini cita i casi Cucchi e Aldrovandi parla di vicende che sono state definite con la condanna dei poliziotti e dei carabinieri e di chi li ha favoriti: queste citazioni sono sufficienti per parlare di “Stato di polizia”? Se così fosse, da allora e in relazione a tali episodi dovremmo vivere in uno “Stato” dittatoriale che, con ogni evidenza, confligge con la realtà dei fatti! Tornando alle manifestazioni di piazza, il diritto di manifestare pacificamente è un pilastro della democrazia. Lo è anche il diritto di chi vive nelle città a non subire aggressioni, devastazioni e intimidazioni. Le due tutele non si escludono: le forze dell'ordine hanno il compito di proteggere i manifestanti pacifici e, nello stesso tempo, impedire che chi commette reati trasformi una piazza in un luogo di violenza. Confondere i delinquenti con i manifestanti pacifici è sbagliato; lo è anche attribuire senza prove la violenza a chi porta una divisa sulla base di suggestioni da “psicologia delle folle” come direbbe Le Bon. Infine, il disagio economico va affrontato con politiche efficaci e attenzione sociale. Ma dire che chi non riuscirà a fare la spesa «giocoforza andrà a rubare» trasforma una previsione in una necessità e cancella la responsabilità individuale. È un sofisma capzioso privo di riscontri concreti. È una narrazione di maniera utile solo alle tesi dell'autore. Le istituzioni devono contrastare la povertà e, insieme, tutelare le vittime dei reati e far rispettare la legge. Ricordare gli abusi commessi dagli appartenenti alle forze dell'ordine serve a impedire che si ripetano. Su questo concordo con Tamburini: una volta che una persona fermata si trova nelle mani delle forze di polizia diventa “intoccabile”, destinatario dei diritti previsti dalla legge fino a quando un giudice non emetterà una sentenza: e poi destinatario delle sanzioni e della privazione della libertà personale secondo quanto previsto dalla legge. Riconoscere il lavoro quotidiano delle forze dell'ordine, però, serve a non delegittimare un'intera istituzione per le colpe di chi la tradisce: e qui Tamburini, a mio avviso, si rende responsabile di una “grave omissione” dal punto di vista etico. La democrazia ha bisogno di entrambe le cose: legalità per tutti e responsabilità per chi esercita poteri pubblici. Il giuramento non è un privilegio né un salvacondotto: è un impegno verso la Repubblica, i cittadini e la legge. Chi lo tradisce ne risponde. Chi lo onora merita rispetto… soprattutto se si fanno affermazioni per vendere un libro!

(*) - Vice Questore Aggiunto della Polizia di Stato in quiescenza Consigliere comunale di Fratelli d'Italia Empoli