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Alla Rsa Chiarugi la Repubblica rivive nei ricordi delle sue donne

11-07-2026 15:21 - Primo piano
Quel che colpisce, appena entri nel salone, è la voglia di ascoltare. L'attenzione, l'attesa che leggi negli occhi degli ospiti. Si percepisce subito che è un momento speciale. Lo è per chi ha preparato l'evento, lo è per chi a quell'evento assiste. Perché t'accorgi che ci sono luoghi dove la Storia, quella che studiamo fin da piccoli nei manuali, si intreccia con la vita quotidiana, con la vita delle persone. Per dirla coi versi di De Gregori, "La storia siamo noi...".
Alla Rsa Vincenzo Chiarugi, è accaduto tutto questo in un pomeriggio che, sapientemente gli operatori - guidati dal direttore della struttura Luca Manca e da Rossana Picardi, con la complicità della Commissione Pari Opportunità del Comune di Empoli, hanno saputo realizzare. La storia raccontata dalle protagoniste. Non la storia dei libri. La loro. Che, però, è quella che ha fatto anche la storia dei libri. E, per qualche ora, il tempo è smbrato fermarsi, tornare indietro. Non per nostalgia, ma perché ottant'anni - quelli della nostra Repubblica i - prendono voce. Una persona dopo l'altra, sedute in prima fila, con i fogli stretti tra le mani e una vita intera da raccontare.

Non è una celebrazione istituzionale come tante. Anche se ci sono Simona Cioni, presidente del consiglio comunale di Empoli, prima donna a ricoprire quel ruolo. E Maria D'Antuono, presidente della Commissione pari opportunità del Comune. Tra il pubblico siede una delegazione della stessa commissione.
È un pomeriggio costruito sulle memorie. Quelle di donne che hanno attraversato la guerra da bambine, il boom economico da giovani lavoratrici, le conquiste dei diritti da cittadine e il cambiamento di Empoli da protagoniste silenziose della vita quotidiana. La Repubblica, qui, non è un capitolo di storia. È il treno preso all'alba per andare al lavoro, è una confezione tessile, è un'edicola di stazione, è uno scuolabus pieno di bambini.
Le protagoniste sono loro.
Renata parla con la naturalezza di chi ha trascorso quarant'anni dietro il banco di un'edicola osservando il Paese cambiare senza mai muoversi da quel piccolo spazio. Prima la grande stazione di Pisa, attraversata da industriali, aristocratici e personaggi famosi ("vedevo sfilare davanti a me persone importanti, come gli Agnelli o i Piaggio"). Poi quella di Empoli, dove ogni mattina passavano operai, studenti e impiegati. "Quando arrivai a Empoli trovai una realtà completamente diversa. C'erano studenti, operai e impiegati. Ogni mattina vedevo tantissime persone salire sul treno all'alba, stanche ma con la soddisfazione di aver fatto il proprio dovere. Sempre più ragazze uscivano da casa per andare al lavoro. A Pisa c'era la Marzotto, a Empoli tante confezioni."
Da dietro quel banco vedeva crescere l'Italia.
Il suo racconto alterna la leggerezza delle riviste sfogliate sognando una vita diversa ai grandi fatti della storia. Come quel gennaio del 1975, quando la notizia dell'uccisione di due poliziotti sconvolse Empoli. Renata ricorda il banco preso d'assalto. "Vendemmo oltre mille giornali quella mattina e gli ispettori della Nazione ci dissero che sarebbero tornati a rifornisci spesso, perché la gente voleva sapere, cercava risposte.Quella mattina capii quanto i grandi fatti della storia potessero entrare all'improvviso nella vita delle persone comuni".
La consapevolezza improvvisa che anche una piccola città poteva essere travolta dalla violenza degli anni del terrorismo. Ma il suo sguardo torna sempre alle persone comuni: agli operai che salivano sul treno all'alba, ai commercianti, alle madri di famiglia. «La storia», conclude, «la costruiscono loro». E ai giovani lascia un invito semplice quanto attuale: "usate la tecnologia senza perdere il valore di uno sguardo, di una stretta di mano, di una conversazione vera."
Sandra, nata nel 1949, sceglie invece il tono della gratitudine. La sua Repubblica è fatta di giradischi, serate nelle case degli amici, primi amori. "Il mio babbo seguiva la Democrazia Cristiana. Quando arrivò il momento di entrare per la prima volta in cabina, sentii che era giusto fare una scelta con la mia testa. Scelsi il PCI. Non fu un gesto di ribellione, ma il momento in cui capii che stavo diventando adulta." Dal padre, dice, "ho imparato il rispetto". Nelle sue parole affiora il senso più profondo della democrazia: poter avere idee diverse senza smettere di volersi bene. E insieme al ricordo del primo voto riaffiora quello di una generazione di donne che, poco alla volta, ha conquistato spazio nel lavoro, nella famiglia e nella società.

La fatica del lavoro giovanile emerge con forza dalle parole di Laura (nata nel 1948), entrata in una storica confezione empolese a soli 14 anni e mezzo. Il suo ricordo del primo stipendio di 32.000 lire è un affresco dell'Italia del boom economico: "Con quei soldi comprai subito i formaggini con le figurine dei calciatori. Era una soddisfazione che non ho mai dimenticato". Laura riporta tutti all'Empoli degli anni Cinquanta. Alla povertà del dopoguerra, alle bambole passate dalle cugine, alle scarpe nuove considerate un lusso. Il regalo più bello? "Una bicicletta ricevuta alla fine della scuola, simbolo di una libertà che sembrava improvvisamente possibile". Ricordi che ancora oggi le illuminano il volto mentre li racconta. Anche lei ricorda il primo ingresso in una cabina elettorale, il padre accanto, il consiglio ricevuto prima di votare e la sensazione, una volta chiusa la tenda, che quella scelta appartenesse finalmente soltanto a lei.

Maria Pia, invece, parla del mestiere che ha segnato la sua vita: autista degli scuolabus. "Non trasportavo polli, trasportavo bambini e li dovevo riportare a casa tutti sani e salvi. Guidavo nella campagna, i bambini di allora vivevano a contatto con le cose semplici ed erano molto rispettosi.", dice con un sorriso che strappa un applauso spontaneo. Era quella la responsabilità più grande. Oggi vede giovani più istruiti e preparati, ma continua a credere che il cuore dell'educazione resti la famiglia.
Poi arriva il momento più intenso del pomeriggio.
Brunetta ha 102 anni. È l'unica in sala che quel 2 giugno 1946 c'era davvero. La sua voce restituisce l'emozione di quando, giovanissima, entrò per la prima volta in un seggio elettorale per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Non c'è retorica nelle sue parole. C'è il ricordo limpido di una conquista che, per milioni di donne italiane, significò essere finalmente cittadine a pieno titolo. Nella sala cala un silenzio assoluto. Per qualche istante il 1946 sembra non essere mai finito.
Anche gli interventi istituzionali scelgono il registro dell'ascolto più che quello della celebrazione.
Maria D'Antuono, presidente della Commissione Pari Opportunità, ricorda il proprio arrivo da Napoli. "Sono arrivata venti anni fa, in q uesta città che ha saputo accogliermi - dice -. Vi sono grata per questo momento, ci state regalando delle grandi emozioni. Sono la presidente della commissione pari opportunità, ci battiamo per la piena parità che è unabattaglia mai conlcusa. E se oggi possiamo vantare tante conquiste lo dobbiamo a tutte quelle donne, come voi, che hanno combattuto prima di noi".

Simona Cioni confessa invece di essersi emozionata: "I vostri racconti hanno ricordato la storia dei miei genitori, entrambi operai nelle confezioni empolesi. Quel voto alle donne, di cui avete parlato nei vostri racconti, non fu un regalo, ma una conquista ottenuta grazie ai sacrifici e all'impegno di chi aveva vissuto gli anni della guerra e della Resistenza". E rivolge un appello ai più giovani: "non date mai per scontato il diritto di voto, perché è il fondamento della democrazia."

L'ultima sorpresa arriva quando sembrerebbe ormai tutto finito. E' una doppia sorpresa: gli educatori distribuiscono il testo di una canzone nata durante i laboratori di musicoterapia. Le parole sono quelle degli ospiti, cucite insieme in una composizione collettiva che parla ancora di Repubblica, memoria e futuro. Per il momento la canta soltanto Nicola, ma l'idea è quella di farla diventare il simbolo di un percorso condiviso.
E poi l'altra: prima dei saluti, Luca Manca lancia un impegno che raccoglie il consenso della sala. "Quei racconti meritano di non restare chiusi tra le pareti della Rsa. L'idea è raccoglierli in una pubblicazione, magari già entro Natale. Perché dentro quelle pagine non c'è soltanto la memoria di alcune anziane ospiti, ma un pezzo della storia di Empoli e dell'Italia".


Uscendo dalla Vincenzo Chiarugi resta una sensazione precisa: la Repubblica, quella vera, non è fatta soltanto di date, presidenti e governi. È fatta di una bicicletta ricevuta da bambina, di un banco di giornali, di un pulmino pieno di scolari, di un primo stipendio speso in figurine e, soprattutto, di una scheda elettorale stretta tra le mani da donne che, per la prima volta, scoprirono che anche la loro voce aveva finalmente lo stesso peso di tutte le altre.