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Benvenuti alla gintoneria (tv) dello sport

28-04-2026 08:01 - Opinioni
di Stefano Tamburini


No, non vi parlo dell'ultimo scandalo legato al mondo arbitrale del calcio. Da oltre un anno un collega di Salerno, Michele Spiezia, con il suo webmagazine storiesport.it, questi sviluppi li sta scoprendo e raccontando in modo più che accurato, li sta analizzando con efficacia, di fatto li anticipa senza trovare purtroppo gran seguito nel pubblico generalista. Oggi, chi vuol saperne di più, può ancora andare a vedere, recuperando tutto con un colpo di clic, alla fine di questa lettura.
Anche chi oggi parla e scrive, soprattutto straparla e strascrive di questo scandalo e dei suoi sviluppi, volendo potrebbe andare a fare un giro in quelle pagine elettroniche. Invece no, quelli che sanno già tutto, gli autorevoli commentatori delle paludate trasmissioni televisive “pre” e “post” partita (salvo solo Paolo Condò, giornalista di vecchia scuola, grande penna e capacità di analisi ben rodata) si lanciano in sentenze e previsioni basate sul niente. Questo per solleticare la pancia dello spettatore medio, tenuto volutamente nell'ignoranza, perché così si campa meglio e si fa meno fatica. Pensando peraltro di poter guadagnare audience.
TRA NARRAZIONE TOSSICA E IGNORANZA
Invece è un disastro. E per raccontarlo meglio esco dagli ultimi accadimenti e provo a portare chi avrà la pazienza di leggere fino in fondo su una dimensione più generale della narrazione, televisiva e non solo. Che, anticipo la conclusione, ha elevato il bar dello sport alla dimensione della gintoneria dello sport. C'è più eleganza, con abbondanza di giacche di sartoria, cravatte firmate e talvolta imbarazzanti, ottimi coiffeur, tecnologia scintillante. E il resto? È esattamente l'antico bar dello sport, talvolta becero come allora, talvolta solo più elegante nei toni ma la sostanza resta quella: il giornalismo qui non entra, solo artigiani e professionisti del “tengo famiglia” e del “dobbiamo vendere il prodotto”.
Prendete le antiche trasmissioni, ai tempi in cui il calcio in tv era solo qualche diretta delle partite delle nazionali, delle coppe europee e di un solo tempo in differita di una partita della Serie A alla domenica sera. Alla “Domenica Sportiva” e, successivamente, perfino nelle trasmissioni Mediaset il cui editore (Silvio Berlusconi) era proprietario di una squadra di calcio (il Milan), la narrazione poteva essere talvolta sbilanciata ma sempre incentrata su principi basilari dell'informazione: ricerca della notizia, verifica, eventuale commento. Le moviole migliori e più attendibili erano affidate a giornalisti che avevano studiato la materia: Carlo Sassi, Bruno Pizzul prima sulla Rai e Maurizio Pistocchi poi su Mediaset. Mai un ex arbitro, e per un preciso motivo che ci riporta al terribile casino di questo periodo, con gli interventi in diretta di chi fino a qualche tempo prima era in campo a fare lo stesso mestiere di quelli di cui adesso deve parlare. E quasi sempre l'opinione è legata a una logica protezionista, al lobellismo più spinto, quello dell'arbitro solo al comando, del qui comando io, che piace molto anche alla politica. Ma questo è un altro discorso. Restando nel campo della narrazione sportiva, di fatto l'ex arbitro risponde alla logica del “cane non morde cane”.
VIA I GIORNALISTI, DENTRO OPINIONISTI IGNORANTI
Poi ci sono gli studi tv del “pre” e del “post” partita. Una volta erano popolati di giornalisti scelti fra le migliori penne, poi si è passati a quelli delle baruffe dei “processi del lunedì” e degli “appelli del martedì”, al “biscardismo” e al “mauriziomoschismo”, quello delle “bombe di mercato” fatte con il pendolino. Quasi sempre puttanate, previsioni farlocche ritenute credibili. Eppure, nessuno o quasi aveva da dire.
Ma, non contenti, lentamente ma non troppo hanno trasformato quelle agorà in arene da corride verbali, allontanando i giornalisti veri e riempiendole di ex calciatori (talvolta con sintassi da bocciatura alle scuole elementari) e allenatori in fase di parcheggio, quelli che stanno in vetrina in cerca di una nuova panchina e si rivolgono ai colleghi in modo ossequioso e si sentono rispondere “tu che hai giocato al calcio lo sai…”, sottintendendo che di pallone possano parlare solo quelli che lo hanno giocato. Così come per il tennis, la Formula Uno, il motomondiale, l'atletica, il nuoto, la pallavolo, il basket. Arrivando al punto di far sempre maggiore ricorso al “covercianese” più spinto, ai quinti, ai braccetti, al sottopunta, alle marcature preventive, alle ripartenze. Una sorta di latinorum sportivo da finti eruditi per escludere la massa, per riempire il dibattito di fuffa e far sentire un po' cretini quelli che non se la sentono proprio di ridurre la narrazione a una mera analisi tecnico-tattica. Lo sport, come dovrebbero ben sapere e non si è capito se facciano finta di no o ne siano realmente convinti, è anche passione, poesia, impresa, epica, esaltazione del lavoro che si aggiunge al talento (non esistono predestinati, mai!). Ma tutto questo guai a raccontarlo, cosa volete che ne sappia chi pensa che tutto finisca con il campo per destinazione, l'asfalto di una pista, l'acqua di una piscina o il sintetico di una pista.
LA FIERA DELLE ILLUSIONI E DEGLI ILLUSIONISTI
Senza contare poi – restando al calcio – la fiera delle illusioni messa in piedi ogni volta che una squadra italiana è approdata a una finale di Champions League. Con in prima linea la sempre meno sopportabile Congrega dei Pindari pronta a dipingere quelle sfide come se fossero già state vinte in partenza, o a parlare di esito incerto quando invece il quadro era chiaro ma in negativo. Cose del tipo “Dybala è il nuovo Messi” o “Lautaro una spanna sopra tutti”. Per poi non sapere come raccontare le quattro debacle complessive di Juventus e Inter. Una vera e propria Congrega degli Illusionisti da cabaret che non fa ridere.
LE CROCIATE (INTERESSATE) CONTRO IL VAR
E per non parlare delle crociate contro il Var, il “Video assistant referee”, che tradotto in italiano vuol dire “assistente arbitro video”, quindi al maschile e non si sa perché i più lo chiamino “la Var”. Ma il vero problema non è questo e neanche il “come” viene gestito lo strumento; il disastro vero è raffigurato dalla rappresentazione che emerge negli studi televisivi, con i più sempre pronti a esaltare la figura dell'arbitro di campo così come erano stati energici a suo tempo nel sostenere la “rivoluzione” da ancien regime portata avanti dal designatore Fifa, Pierluigi Collina, con il quinto e sesto uomo sulle linee di fondo, nel disperato tentativo di respingere l'avvento della “goal line tecnology” e anche del Var. Di fatto, poi, gli stessi portacolori del medioevo calcistico hanno sostenuto la sciagura dei protocolli, avversando la gestione molto più trasparente simile a quella di strumenti analoghi in uso – da molto tempo prima – in altri sport. A partire dal Tmo (Television match official) del rugby, dove i dialoghi fra arbitro di campo e quello davanti allo schermo sono trasparenti, allo stadio e in tv li sentono tutti. Nel calcio no, i dialoghi sono secretati e qualche volta alcuni scompaiono dalle differite teatrali dei giorni successivi. E stranamente sono quelli più imbarazzanti.
La risposta più semplice, invece, sarebbe quella del “protocollo unico” che dice “si usa il Var ogni volta che serve a riparare un errore”. E in più si dovrebbe concedere agli allenatori la possibilità di due “richieste” a partita, nel caso in cui l'arbitro non venga chiamato a riesaminare la decisione.
Sarebbe lineare e chiaro, ma negli studi televisivi si va avanti con devastanti proposte come quelle di inserire ex giocatori nelle sale var, tanto per estendere il controllo “esterno” ed evitare il più possibile che ci sia equanimità nelle decisioni, perché il calcio ha bisogno – oggi ancor più di ieri – di essere uno sport manipolabile. E soprattutto di seguire la filosofia segreta e a un certo punto rivelata dall'uscita maldestra di Claudio Lotito, esuberante e strabordante presidente della Lazio, in quell'intercettazione dove definiva «una sciagura» la promozione in Serie A di Carpi e Frosinone, sostenendo che l'assenza di un vasto bacino d'utenza di tali squadre riducesse i ricavi da diritti televisivi.
Oggi un telecronista, se vuol mantenere il posto, non può permettersi di definire noiosa la partita che sta vedendo, perché chi racconta il calcio è sempre più piazzista e sempre meno cronista. Ormai la commistione fra chi organizza e chi racconta rende indigeribile quasi ogni narrazione. Non va meglio nel tennis, dove la Federazione è pure editore e produttore del canale televisivo Supertennis, figuriamoci che libertà potrà mai esserci nel criticare una scelta federale. La Lega ha anche un canale radio diffuso anche su Dazn, dove si fa sostanzialmente propaganda. All'inizio avevano tentato di spacciarla per una cosa seria, ingaggiando anche giornalisti che avevano capito che così non era. Paolo Maldini, una volta uscito dal Milan, era stato intervistato da Paolo Alciato per il canale ufficiale della Lega ma quell'intervista – scomoda, molto scomoda – era stata censurata perché non poteva piacere ai “padroni del vapore”. Paolo Alciato – dopo aver respinto le pressioni per fare dei tagli nei punti più fastidiosi – si è dimesso e il messaggio per tutti gli altri è stato chiaro: qui da noi solo marchette.
LA REGIA UNICA DEL CALCIO, ROBA DA URSS
E va anche peggio con la regia unica della Lega, che fornisce a Sky e Dazn (e alle tv estere che hanno acquistato i diritti) le immagini di ogni partita della Serie A. Ogni diretta delle partite di cartello diventa il grottesco scimmiottamento di una parata militare da Unione Sovietica; vengono sempre e obbligatoriamente inquadrati in tribuna il presidente della Lega calcio Serie A, Ezio Simonelli, e l'amministratore delegato, Luigi De Siervo. Esattamente come accadeva sulla piazza Rossa di Mosca per Nikita Krusciov, Leonid Breznev e gli altri capi del Pcus. Ovviamente non vengono ripresi striscioni scomodi per la Lega e la Federazione. Insomma, una sorta di minculpop d'epoca fascista. O, quando va bene, da ex fotoromanzi Lancio, con riprese fra il pubblico ben mirate per far capire che lì è tutto tranquillo. Poi quando ci sono cori beceri anche l'audio viene manipolato affinché non arrivi nei salotti. Al pari dei buchi sugli spalti per le partite con affluenza ridotta; a quel punto solo riprese dal basso o quasi.
E PURE NEGLI ALTRI SPORT…
Anche le altre narrazioni seguono la linea della protezione totale per chi organizza, perché il prodotto va venduto. Il caso di scuola di maggiore evidenza è quello della Formula Uno, con la narrazione legata a ex piloti con legami con le case e con gli sponsor. E comunque bisogna sempre parlare bene di Formula One Group (il gestore del Circus), bacchettare i piloti “ribelli”, e presentare al meglio lo show anche quando show non è, perché se si abbassa l'audience “noi che ci stiamo a fare?” (non lo dicono ma è come se).
Certo, in tanti (anche io fra questi) ormai accendono il televisore solo qualche minuto prima della partita e poi chiudono lo streaming al triplice fischio. O guardano i Gran Premi di Formula Uno con l'audio azzerato, evitando il “pre” e il “dopo” basati sulla fuffa, con improbabili disamine affidate a ex quarti piloti della Minardi o a chi al massimo ha guidato qualche Gran Turismo.
Ecco, questa è la nostra narrazione spacciata talvolta per cronaca o analisi. No, in realtà non lo è. Tutto questo una volta, nella migliore delle ipotesi, sarebbe stato il bar dello Sport; adesso è solo meglio presentato, ma resta gintoneria dello Sport contrabbandata per giornalismo. Da evitare come la peste.