Buongiorno Empoli: "Cementificazione, dati che preoccupano"
18-08-2026 12:03 - Politica
I dati pubblicati da SuoloData.it restituiscono una fotografia che dovrebbe farci riflettere. Nel 2024 il territorio comunale presenta una quota di suolo artificializzato pari a circa il 18,2%, un valore significativamente superiore alla media provinciale. È una fotografia, appunto: non misura gli effetti del nuovo Piano Strutturale Intercomunale e del Piano Operativo Comunale, che vedremo concretamente solo nei prossimi anni.
Questi dati però ci dicono da dove partiamo. Partiamo da un territorio che ha già conosciuto una forte trasformazione, nel quale il consumo di suolo non è un problema teorico o lontano, ma una realtà evidente. E partiamo da questa situazione nel momento in cui il nuovo quadro urbanistico sceglie, a nostro giudizio, di non cambiare direzione. C'è un altro elemento che oggi non possiamo più permetterci di considerare separatamente dalla pianificazione urbanistica: il cambiamento climatico. Tra gli effetti del cambiamento climatico abbiamo ancora ben presente il caldo intenso e le temperature difficili che abbiamo sopportato in questa estate.
L'utilizzo del suolo è centrale: il suolo non è soltanto lo spazio sul quale decidiamo se costruire o non costruire. È una vera infrastruttura naturale.
Un terreno libero, permeabile e dotato di vegetazione contribuisce a regolare il microclima, a trattenere l'acqua, a rallentarne il deflusso e a mitigare gli effetti degli eventi estremi. Al contrario, cemento, asfalto e superfici impermeabilizzate trattengono il calore e riducono la capacità del territorio di assorbire le precipitazioni. ISPRA evidenzia proprio questi effetti: l'impermeabilizzazione riduce la naturale capacità del suolo di mitigare le alluvioni e contribuisce all'effetto "isola di calore urbano". Abbiamo visto come queste siano questioni che riguardano direttamente la vita delle persone.
Più superfici impermeabili significano meno terreno capace di assorbire l'acqua quando arrivano precipitazioni molto intense. Una parte maggiore dell'acqua viene trasformata rapidamente in deflusso superficiale e finisce nelle reti di drenaggio. Ma le fognature e i sistemi di smaltimento delle acque hanno una capacità finita. Quando l'acqua che arriva è più di quella che il sistema riesce a raccogliere e smaltire, il problema non rimane più sotto terra: l'acqua arriva nelle strade, nelle piazze, nei sottopassi e, nei casi peggiori, nelle abitazioni.
Non è una previsione catastrofista. È esattamente il motivo per cui la perdita di suolo permeabile viene considerata da ISPRA un fattore che può aumentare il rischio e le conseguenze degli eventi alluvionali, in un contesto nel quale i cambiamenti climatici possono a loro volta aumentare la probabilità e l'intensità di questi fenomeni.
Lo stesso vale per il caldo: quando sostituiamo terreno e vegetazione con cemento e asfalto, non stiamo semplicemente occupando uno spazio: stiamo modificando il microclima. Le superfici artificiali accumulano calore e lo restituiscono all'ambiente, mentre alberi e vegetazione contribuiscono al raffrescamento. È ormai noto quanto la presenza di vegetazione possa incidere positivamente sulle temperature attraverso interventi di riforestazione urbana e depavimentazione. Per questo, oggi, progettare una città non significa soltanto decidere dove costruire case, capannoni o strade. Significa anche decidere dove vogliamo che l'acqua possa essere assorbita e dove vogliamo che il calore possa essere mitigato.
Ed è proprio questo che, a nostro giudizio, manca ancora sufficientemente nella filosofia del nuovo PSI e del conseguente POC. La nostra critica al PSI e al POC non nasce quindi da una contrarietà astratta allo sviluppo, nasce dalla convinzione che, davanti alle condizioni reali del nostro territorio, fosse necessario un cambio di paradigma: meno espansione, più recupero dell'esistente, più rigenerazione urbana, maggiore attenzione alla tutela del territorio agricolo e alla capacità del territorio di affrontare i cambiamenti climatici.
Abbiamo invece contestato previsioni che consentono nuove trasformazioni e nuove edificazioni in quantità che riteniamo sproporzionate rispetto alle reali necessità del territorio. Ricordiamo che nel PSI vi sono previsioni edificatorie, tra nuova edificazione, che è la maggioranza, e riuso per una quantità che supera il milione di metri quadrati. Certamente non è corretto sostenere che quei metri quadrati siano già oggi "consumo di suolo". Non lo sono. Una previsione urbanistica non equivale automaticamente a una trasformazione realizzata, ma proprio qui sta il punto. Il PSI e il POC stabiliscono la direzione nella quale potrà muoversi il territorio nei prossimi decenni. Se quelle previsioni verranno progressivamente attuate, sarà allora che potremo misurarne concretamente gli effetti sulla superficie agricola, sull'impermeabilizzazione dei suoli, sul paesaggio e sulla capacità del territorio di affrontare caldo e precipitazioni intense ma forse sarà gia tardi.
Per questo è importante il dato di "SuoloData.it": tra cinque, dieci o vent'anni potremo confrontare quella fotografia con ciò che sarà davvero accaduto. E allora sarà possibile verificare quanto nuovo suolo sarà stato consumato e se ciò avrà portato benefici in termini di sviluppo economico, abitativo e sociale ma dovremmo anche chiederci qualcosa di più: quanto territorio permeabile avremo perso? Quante nuove superfici avremo reso impermeabili? Quanto avremo aggravato il problema delle isole di calore? E quanto saremo stati capaci di rendere Empoli più sicura davanti alle piogge intense?
Per noi queste domande non possono essere lasciate alla pianificazione del futuro, devono essere affrontate oggi, quando ancora siamo in tempo per scegliere. La nostra preoccupazione è che si stia scegliendo di partire da un territorio che ha già consumato molto suolo per aggiungere ulteriori possibilità di espansione, anziché utilizzare questa fase della pianificazione per correggere gli errori del passato. Un buon piano urbanistico dovrebbe partire dalle esigenze reali della comunità, dalla popolazione, dal patrimonio edilizio esistente, dagli immobili vuoti o sottoutilizzati, dalle aree produttive da recuperare e dalla necessità di rendere il territorio più resiliente e vivibile. Perché di fronte al cambiamento climatico, ogni metro quadrato di suolo che rimane permeabile è anche una piccola infrastruttura di sicurezza: per l'acqua, per il caldo e per la qualità della vita.
Naturalmente il dato di "SuoloData.it" non ci permette di dire che il PSI e il POC abbiano prodotto nuovo consumo di suolo. Ci permette però di dire con chiarezza in quale condizione arriva Empoli all'appuntamento con questa nuova stagione urbanistica. E quella condizione avrebbe dovuto suggerire scelte diverse rispetto a quelle portate avanti da chi amministra Empoli.
Fonte: Ufficio stampa
Questi dati però ci dicono da dove partiamo. Partiamo da un territorio che ha già conosciuto una forte trasformazione, nel quale il consumo di suolo non è un problema teorico o lontano, ma una realtà evidente. E partiamo da questa situazione nel momento in cui il nuovo quadro urbanistico sceglie, a nostro giudizio, di non cambiare direzione. C'è un altro elemento che oggi non possiamo più permetterci di considerare separatamente dalla pianificazione urbanistica: il cambiamento climatico. Tra gli effetti del cambiamento climatico abbiamo ancora ben presente il caldo intenso e le temperature difficili che abbiamo sopportato in questa estate.
L'utilizzo del suolo è centrale: il suolo non è soltanto lo spazio sul quale decidiamo se costruire o non costruire. È una vera infrastruttura naturale.
Un terreno libero, permeabile e dotato di vegetazione contribuisce a regolare il microclima, a trattenere l'acqua, a rallentarne il deflusso e a mitigare gli effetti degli eventi estremi. Al contrario, cemento, asfalto e superfici impermeabilizzate trattengono il calore e riducono la capacità del territorio di assorbire le precipitazioni. ISPRA evidenzia proprio questi effetti: l'impermeabilizzazione riduce la naturale capacità del suolo di mitigare le alluvioni e contribuisce all'effetto "isola di calore urbano". Abbiamo visto come queste siano questioni che riguardano direttamente la vita delle persone.
Più superfici impermeabili significano meno terreno capace di assorbire l'acqua quando arrivano precipitazioni molto intense. Una parte maggiore dell'acqua viene trasformata rapidamente in deflusso superficiale e finisce nelle reti di drenaggio. Ma le fognature e i sistemi di smaltimento delle acque hanno una capacità finita. Quando l'acqua che arriva è più di quella che il sistema riesce a raccogliere e smaltire, il problema non rimane più sotto terra: l'acqua arriva nelle strade, nelle piazze, nei sottopassi e, nei casi peggiori, nelle abitazioni.
Non è una previsione catastrofista. È esattamente il motivo per cui la perdita di suolo permeabile viene considerata da ISPRA un fattore che può aumentare il rischio e le conseguenze degli eventi alluvionali, in un contesto nel quale i cambiamenti climatici possono a loro volta aumentare la probabilità e l'intensità di questi fenomeni.
Lo stesso vale per il caldo: quando sostituiamo terreno e vegetazione con cemento e asfalto, non stiamo semplicemente occupando uno spazio: stiamo modificando il microclima. Le superfici artificiali accumulano calore e lo restituiscono all'ambiente, mentre alberi e vegetazione contribuiscono al raffrescamento. È ormai noto quanto la presenza di vegetazione possa incidere positivamente sulle temperature attraverso interventi di riforestazione urbana e depavimentazione. Per questo, oggi, progettare una città non significa soltanto decidere dove costruire case, capannoni o strade. Significa anche decidere dove vogliamo che l'acqua possa essere assorbita e dove vogliamo che il calore possa essere mitigato.
Ed è proprio questo che, a nostro giudizio, manca ancora sufficientemente nella filosofia del nuovo PSI e del conseguente POC. La nostra critica al PSI e al POC non nasce quindi da una contrarietà astratta allo sviluppo, nasce dalla convinzione che, davanti alle condizioni reali del nostro territorio, fosse necessario un cambio di paradigma: meno espansione, più recupero dell'esistente, più rigenerazione urbana, maggiore attenzione alla tutela del territorio agricolo e alla capacità del territorio di affrontare i cambiamenti climatici.
Abbiamo invece contestato previsioni che consentono nuove trasformazioni e nuove edificazioni in quantità che riteniamo sproporzionate rispetto alle reali necessità del territorio. Ricordiamo che nel PSI vi sono previsioni edificatorie, tra nuova edificazione, che è la maggioranza, e riuso per una quantità che supera il milione di metri quadrati. Certamente non è corretto sostenere che quei metri quadrati siano già oggi "consumo di suolo". Non lo sono. Una previsione urbanistica non equivale automaticamente a una trasformazione realizzata, ma proprio qui sta il punto. Il PSI e il POC stabiliscono la direzione nella quale potrà muoversi il territorio nei prossimi decenni. Se quelle previsioni verranno progressivamente attuate, sarà allora che potremo misurarne concretamente gli effetti sulla superficie agricola, sull'impermeabilizzazione dei suoli, sul paesaggio e sulla capacità del territorio di affrontare caldo e precipitazioni intense ma forse sarà gia tardi.
Per questo è importante il dato di "SuoloData.it": tra cinque, dieci o vent'anni potremo confrontare quella fotografia con ciò che sarà davvero accaduto. E allora sarà possibile verificare quanto nuovo suolo sarà stato consumato e se ciò avrà portato benefici in termini di sviluppo economico, abitativo e sociale ma dovremmo anche chiederci qualcosa di più: quanto territorio permeabile avremo perso? Quante nuove superfici avremo reso impermeabili? Quanto avremo aggravato il problema delle isole di calore? E quanto saremo stati capaci di rendere Empoli più sicura davanti alle piogge intense?
Per noi queste domande non possono essere lasciate alla pianificazione del futuro, devono essere affrontate oggi, quando ancora siamo in tempo per scegliere. La nostra preoccupazione è che si stia scegliendo di partire da un territorio che ha già consumato molto suolo per aggiungere ulteriori possibilità di espansione, anziché utilizzare questa fase della pianificazione per correggere gli errori del passato. Un buon piano urbanistico dovrebbe partire dalle esigenze reali della comunità, dalla popolazione, dal patrimonio edilizio esistente, dagli immobili vuoti o sottoutilizzati, dalle aree produttive da recuperare e dalla necessità di rendere il territorio più resiliente e vivibile. Perché di fronte al cambiamento climatico, ogni metro quadrato di suolo che rimane permeabile è anche una piccola infrastruttura di sicurezza: per l'acqua, per il caldo e per la qualità della vita.
Naturalmente il dato di "SuoloData.it" non ci permette di dire che il PSI e il POC abbiano prodotto nuovo consumo di suolo. Ci permette però di dire con chiarezza in quale condizione arriva Empoli all'appuntamento con questa nuova stagione urbanistica. E quella condizione avrebbe dovuto suggerire scelte diverse rispetto a quelle portate avanti da chi amministra Empoli.
Fonte: Ufficio stampa






