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Cambiamento climatico, necessario un approccio di ecologia integrale

23-03-2026 11:58 - Opinioni
Pubblichiamo una riflessione introduttiva della condotta slow food Empolese-Valdelsa su un testo dedicato alla crisi ambientale (Vineis-Savarino)

Le seguenti riflessioni sono pienamente coerenti con quanto da quarant’anni ripete Slow Food. E’ indispensabile un approccio di “Ecologia Integrale” per poter affrontare i temi del cambiamento climatico e della perdita di biodiversità. E’ necessaria un’azione politica dei movimenti per l’ambiente a livello globale che superi le iniziative individuali.

Sopravvivere alla crisi ambientale non è un problema tecnico bensì è il più grande problema politico della nostra epoca.

Il cambiamento climatico accelera oltre ogni previsione più pessimistica e la perdita di biodiversità procede a ritmi sostenuti. Se questo accade non è tanto per mancanza di soluzioni quanto perché la loro attuazione richiederebbe una trasformazione radicale dei rapporti di potere, delle disuguaglianze globali e delle istituzioni che governano il mondo, ma questa trasformazione non sta avvenendo. Molti sono i soggetti politici, soprattutto delle nuove destre o comunque del mondo conservatore, che, usando anche parole dai tratti volgari, mettono completamente in discussione il cambiamento climatico, anzi lo definiscono una truffa. Ci sono soggetti che posseggono quantità spropositate di ricchezze personali che usano il loro potere, molto superiore alle nostre capacità di comprensione, per mettere in discussione l’esistenza di cambiamento climatico e anzi considerandolo una delle cause del mancato avanzamento tecnologico a livello mondiale.

Il messaggio più diffuso tende a ridimensionare la gravità del problema, sostenendo che sia necessario adattarsi ai cambiamenti in corso e dare tempo agli scienziati di mettere a punto soluzioni tecniche e tecnologiche che ci permetteranno di continuare a produrre a consumare senza cambiare il nostro stile di vita.

Le soluzioni spesso invocate dai governi, sebbene possano apparire rassicuranti, non sono sufficienti per risolvere i problemi legati alla crisi ambientale. Non basta la tecnica ma è necessario immaginare una nuova etica ed una nuova politica capaci di visione e di responsabilità che tengano adeguatamente in conto gli interessi delle fasce più povere della popolazione, dei giovani e soprattutto delle future generazioni.

Le grandi potenze hanno scarso interesse ai fattori che contribuiscono al cambiamento climatico, per esempio l’abbattimento dei gas serra e prediligono le misure di adattamento, perché queste comportano grandi investimenti infrastrutturali che sono particolarmente vantaggiosi dal punto di vista economico per questi nuovi grandi predatori che utilizzano i beni comuni per arricchirsi.

L’emergere di quello che viene ormai definito in modo concorde l’ordine neoliberale, in cui le istituzioni internazionali perdono di efficacia ha alimentato la frammentazione sociale, le disuguaglianze, le tensioni strutturali e i conflitti geopolitici destinati ad avere ripercussioni negative anche sul piano ambientale.

La scienza ha dimostrato che la crisi ambientale esiste: le misurazioni di gas serra, la ricostruzione delle temperature, i dati sulla biodiversità non sono legati a opinioni politiche di parte o a preferenze ideologiche.

La scienza ha dimostrato inoltre che la crisi ambientale è un fenomeno complesso che non può essere ridotto al solo cambiamento climatico. Molti degli effetti di questa policrisi, come le alluvioni, le ondate di calore gli incendi sono in realtà sempre più frequenti, ma vedere il fenomeno nella sua interezza richiede di superare uno sguardo centrato sul particolare e approdare ad una visione molto più ampia.

La scienza ha dimostrato che la crisi ambientale ha un’origine antropica e non è il risultato di un processo spontaneo, ma il prodotto di un modello economico e sociale che si è sviluppato in Occidente negli ultimi due secoli. L’antropocene è l’epoca in cui l’uomo è diventato una forza geologica capace di alterare la composizione dell’atmosfera, la struttura dei cicli biochimici e la distribuzione della biodiversità. A questo si aggiungono gli evidenti effetti del cambiamento climatico sul tema della salute umana a livello globale. Le malattie non vanno analizzate individualmente ma collocate all’interno del sistema di relazioni che intrattengono tra di loro e con il contesto sociale economico e ambientale entro cui si sviluppano.

L’illusione tecnocratica, che affligge studiosi e politici di professione, consiste nella pretesa di affrontare i sintomi della crisi senza mettere in questione i processi culturali, politici ed economici che ne costituiscono la causa profonda. Nessun aggiustamento tecnico è mai davvero neutrale rispetto ai rapporti di potere. La scelta di quali tecnologie sviluppare, a chi affidarne il controllo, su chi far ricadere i costi è una questione politica che non può essere delegata agli esperti o al mercato.

La crisi ambientale è il prodotto di un processo collettivo di lungo periodo all’interno del quale un insieme di pratiche individuali apparentemente insignificanti, che dipendono dagli stili di vita e dalle abitudini di consumo di miliardi di persone, generano danni strutturali di enorme rilevanza. Per quanto moralmente condivisibili, gli appelli alla consapevolezza ecologica che insistono sulla necessità di modificare i comportamenti individuali rischiano di scaricare su cittadini un peso insostenibile mentre le strutture economiche politiche da cui è stata generata la crisi rimangono intatte.

Gli Stati nazionali, anche se rimangono il principale strumento con cui vengono prese le decisioni politiche, sono del tutto inadeguati ad affrontare una sfida che richiede una governance sovranazionale ed una mobilitazione di risorse economiche senza precedenti.

Enfatizzare i segnali d’allarme, parlare in termini catastrofici del tema del cambiamento climatico determina un atteggiamento paralizzante, alimentando rassegnazione e fatalismo. È necessario costruire nuovi soggetti collettivi e rafforzare quelli esistenti in modo tale da mettere pressione ai governanti e portare il conflitto ecologico al centro dell’arena politica. Solo se i soggetti che condividono un’identica vulnerabilità ambientale sapranno riconoscersi come parte di una classe ecologica globale e non solo come vittime, sarà possibile indurre la politica ad adottare soluzioni necessarie per risolvere il problema. Non si tratta di sostituire l’ottimismo tecnocratico con un catastrofismo rassegnato quanto riconoscere che per sopravvivere alla crisi ambientale non basta confidare nell’invenzione di una tecnologia miracolosa, ma è necessario gestire i conflitti, la responsabilità e la cooperazione in modo diverso da quanto avvenuto fino ad ora.

Slow Food
Condotta Empolese-Valdelsa