"Chiedere quanto sia costata un’iniziativa significa attaccare la cultura?"
26-08-2026 18:51 - Opinioni
di Danilo Di Stefano*
Quando la cultura si può misurare con un caffè? La risposta più immediata sarebbe: mai. Il valore di una mostra non può essere ridotto al costo medio di ogni visitatore, come se un’esperienza culturale fosse una consumazione al banco. Ma proprio la formula scelta dal Partito Democratico locale — «la cultura non si misura con un caffè» — finisce per sollevare una domanda diversa e molto più concreta: chiedere quanto sia costata un’iniziativa finanziata con denaro pubblico significa davvero attaccare la cultura?
È questo il punto dal quale la polemica su “Provincia Novecento” è stata progressivamente allontanata. Le domande originarie poste dagli amici di Forza Italia con la loro interrogazione riguardavano la spesa sostenuta, le risorse impiegate, il numero dei visitatori, i soggetti coinvolti e i risultati conseguiti. Nessuno, ictu oculi, aveva proposto di attribuire un prezzo all’arte. Eppure, una richiesta di trasparenza è stata trasformata in una contestazione del valore stesso della mostra. In questa operazione retorica si inserisce anche l’affermazione del sindaco, che sulla propria pagina Facebook ha scritto: «Ho letto in queste ore che la destra ci attacca perché non ha gradito la mostra Provincia 900».
Una frase che ha un tono e un fine capziosi. È capziosa nel tono perché sostituisce a un gruppo consiliare determinato una generica “destra”, categoria politicamente più comoda da evocare e contrapporre alla cultura. Ed è capziosa nel fine perché modifica l’oggetto della discussione: non più un’interrogazione sui costi e sui risultati di un’iniziativa pubblica, ma un presunto attacco ideologico motivato dal mancato gradimento della mostra.
È un passaggio tutt’altro che neutro. Definire “attacco alla cultura” una richiesta di rendiconto consente di evitare il merito delle domande e, nello stesso tempo, di delegittimare chi le pone. L’interlocutore non viene più rappresentato come un consigliere che esercita una funzione di controllo, ma come l’esponente di una parte politica ostile alla cultura. Così, però, non si risponde: si sposta il terreno del confronto.
La posizione del PD contiene una parte di verità che non deve essere elusa. La cultura non è una merce ordinaria e un’iniziativa culturale non può essere giudicata soltanto in base agli incassi o al numero degli ingressi. Una mostra rivolta a un pubblico ristretto può avere un grande valore storico, educativo o identitario; allo stesso modo, un evento molto affollato non è necessariamente sinonimo di qualità. La pubblica amministrazione può e deve sostenere anche progetti che il mercato, da solo, non finanzierebbe. Se ogni iniziativa dovesse produrre un utile immediato o raggiungere un pubblico di massa, una parte essenziale della vita culturale delle nostre comunità verrebbe sacrificata. In questo senso, affermare che la cultura non si misura con un caffè è un richiamo condivisibile: il valore di un’opera o di una mostra non si esaurisce in una divisione aritmetica. Ma il principio smette di essere condivisibile quando viene utilizzato per confondere il valore culturale dell’iniziativa con la responsabilità amministrativa di chi l’ha finanziata.
Il valore della cultura può essere immateriale; le spese sostenute per promuoverla non lo sono. Allestimenti, comunicazione, cataloghi, incarichi professionali, spazi, personale e servizi hanno costi concreti. Quando sono pagati con risorse pubbliche, quei costi devono essere conoscibili, motivati e verificabili.
Chiedere quanto sia costata “Provincia Novecento” non equivale dunque a contestarne il valore artistico. Significa verificare la coerenza tra obiettivi dichiarati, risorse impiegate e risultati raggiunti. E poiché tali risultati non sono soltanto economici, l’amministrazione può illustrarli attraverso indicatori anche qualitativi: visitatori e scuole coinvolte, partecipazione dei cittadini, risonanza dell’iniziativa, valorizzazione degli artisti, ricadute sul territorio e capacità del progetto di lasciare un’eredità duratura. I numeri non pronunciano una sentenza sull’arte. Rendono comprensibile una scelta amministrativa. È qui che emerge la contraddizione politica più evidente. Dal 2022, quando si è trovato all’opposizione di amministrazioni di centrodestra, il Partito Democratico ha più volte chiesto di conoscere costi, affidamenti, incarichi e risultati di iniziative culturali finanziate con risorse pubbliche.
Esponenti del PD hanno interrogato il Governo sulla gestione dei fondi per il centenario di Giacomo Puccini; il centrosinistra ha domandato chiarimenti sui costi e sui risultati della campagna “Open to Meraviglia”; altre iniziative hanno riguardato incarichi e consulenze del Ministero della Cultura, l’organizzazione del G7 Cultura, la partecipazione italiana alla Fiera del libro di Francoforte e l’impiego dei finanziamenti pubblici destinati al cinema.
Lo stesso criterio è stato applicato a livello locale. A Pistoia, quando era amministrata dal centrodestra, il gruppo consiliare del PD ha presentato interrogazioni sull’impiego di dipendenti comunali a sostegno dei “Dialoghi di Pistoia” e sulle compartecipazioni economiche concesse dal Comune.
In nessuna di queste circostanze il PD ha ritenuto che chiedere conto di spese, incarichi, personale e risultati equivalesse a svalutare la cultura. Quelle richieste venivano considerate — correttamente — esercizio della funzione di controllo spettante all’opposizione.
Quindi, per quale ragione lo stesso metodo dovrebbe diventare improprio quando è applicato a un’amministrazione di centrosinistra? La contraddizione è netta: se il PD chiede il rendiconto a un Governo o a un Comune di centrodestra, la domanda viene presentata come doverosa trasparenza; se un gruppo di opposizione chiede conto di “Provincia Novecento”, la stessa domanda diventa un attacco alla cultura. Il criterio, quindi, non sembra dipendere dalla natura della richiesta, ma da chi la formula e da chi è chiamato a rispondere. Proprio qui la metafora del caffè si rovescia contro chi l’ha utilizzata: la cultura viene strumentalmente “misurata con un caffè” quando il principio cambia a seconda di chi presenta il conto.
Si può apprezzare “Provincia Novecento”, riconoscerne il valore storico e artistico e, contemporaneamente, chiedere quanto sia costata. Si può condividere l’obiettivo di valorizzare una stagione culturale empolese e domandare quanti siano stati i visitatori, quali soggetti abbiano ricevuto incarichi, quali entrate siano state realizzate e quali ricadute l’iniziativa abbia prodotto.
Non sono posizioni incompatibili. Al contrario, la trasparenza rafforza la cultura perché consente ai cittadini di comprendere le scelte compiute e offre all’amministrazione l’opportunità di dimostrare, con dati e argomenti, la validità dell’investimento. Una risposta istituzionalmente solida sarebbe stata semplice: la mostra è costata questa cifra, ha coinvolto questo numero di cittadini e di scuole, ha prodotto questi risultati e l’amministrazione considera utile l’investimento per queste ragioni. Una risposta del genere non avrebbe ridotto l’arte a una consumazione; avrebbe dimostrato la capacità del Comune di motivare le proprie decisioni e di assumerne la responsabilità. Soprattutto perché sono passati circa sei mesi dalla fine dell’evento e alcune risposte potevano essere quantomeno anticipate piuttosto che sollevare polemiche per “lesa maestà”.
Si è preferito, invece, evocare una generica “destra” che “attacca la cultura”, attribuendo all’interlocutore un’intenzione che non emerge dalle domande formulate. Ma la semplificazione polemica non cancella il principio fondamentale: il denaro pubblico non appartiene alla maggioranza che governa. Appartiene ai cittadini. La maggioranza ha il diritto di scegliere come impiegarlo; l’opposizione ha il diritto e il dovere di controllare, chiedere chiarimenti e valutare i risultati. È il normale funzionamento della democrazia locale, non un’aggressione alla cultura. La cultura non si misura con un caffè. Ma neppure la trasparenza può essere servita soltanto quando conviene. Il valore di un’iniziativa culturale non può essere racchiuso in un rendiconto; il rendiconto, tuttavia, resta indispensabile per giudicare la responsabilità di chi ha impiegato risorse pubbliche. La cultura può andare oltre i numeri. L’amministrazione pubblica deve partire anche da essi. La morale di questa vicenda è allora semplice: la coerenza politica si misura soprattutto quando arriva il conto e chi pretende trasparenza dagli altri non può presentarla come un’offesa quando viene richiesta a lui trasformando una domanda sui costi in un attacco alla cultura. Comunque sia, ora aspettiamo fiduciosi il rendiconto richiesto dagli amici di Forza Italia.
Quando la cultura si può misurare con un caffè? La risposta più immediata sarebbe: mai. Il valore di una mostra non può essere ridotto al costo medio di ogni visitatore, come se un’esperienza culturale fosse una consumazione al banco. Ma proprio la formula scelta dal Partito Democratico locale — «la cultura non si misura con un caffè» — finisce per sollevare una domanda diversa e molto più concreta: chiedere quanto sia costata un’iniziativa finanziata con denaro pubblico significa davvero attaccare la cultura?
È questo il punto dal quale la polemica su “Provincia Novecento” è stata progressivamente allontanata. Le domande originarie poste dagli amici di Forza Italia con la loro interrogazione riguardavano la spesa sostenuta, le risorse impiegate, il numero dei visitatori, i soggetti coinvolti e i risultati conseguiti. Nessuno, ictu oculi, aveva proposto di attribuire un prezzo all’arte. Eppure, una richiesta di trasparenza è stata trasformata in una contestazione del valore stesso della mostra. In questa operazione retorica si inserisce anche l’affermazione del sindaco, che sulla propria pagina Facebook ha scritto: «Ho letto in queste ore che la destra ci attacca perché non ha gradito la mostra Provincia 900».
Una frase che ha un tono e un fine capziosi. È capziosa nel tono perché sostituisce a un gruppo consiliare determinato una generica “destra”, categoria politicamente più comoda da evocare e contrapporre alla cultura. Ed è capziosa nel fine perché modifica l’oggetto della discussione: non più un’interrogazione sui costi e sui risultati di un’iniziativa pubblica, ma un presunto attacco ideologico motivato dal mancato gradimento della mostra.
È un passaggio tutt’altro che neutro. Definire “attacco alla cultura” una richiesta di rendiconto consente di evitare il merito delle domande e, nello stesso tempo, di delegittimare chi le pone. L’interlocutore non viene più rappresentato come un consigliere che esercita una funzione di controllo, ma come l’esponente di una parte politica ostile alla cultura. Così, però, non si risponde: si sposta il terreno del confronto.
La posizione del PD contiene una parte di verità che non deve essere elusa. La cultura non è una merce ordinaria e un’iniziativa culturale non può essere giudicata soltanto in base agli incassi o al numero degli ingressi. Una mostra rivolta a un pubblico ristretto può avere un grande valore storico, educativo o identitario; allo stesso modo, un evento molto affollato non è necessariamente sinonimo di qualità. La pubblica amministrazione può e deve sostenere anche progetti che il mercato, da solo, non finanzierebbe. Se ogni iniziativa dovesse produrre un utile immediato o raggiungere un pubblico di massa, una parte essenziale della vita culturale delle nostre comunità verrebbe sacrificata. In questo senso, affermare che la cultura non si misura con un caffè è un richiamo condivisibile: il valore di un’opera o di una mostra non si esaurisce in una divisione aritmetica. Ma il principio smette di essere condivisibile quando viene utilizzato per confondere il valore culturale dell’iniziativa con la responsabilità amministrativa di chi l’ha finanziata.
Il valore della cultura può essere immateriale; le spese sostenute per promuoverla non lo sono. Allestimenti, comunicazione, cataloghi, incarichi professionali, spazi, personale e servizi hanno costi concreti. Quando sono pagati con risorse pubbliche, quei costi devono essere conoscibili, motivati e verificabili.
Chiedere quanto sia costata “Provincia Novecento” non equivale dunque a contestarne il valore artistico. Significa verificare la coerenza tra obiettivi dichiarati, risorse impiegate e risultati raggiunti. E poiché tali risultati non sono soltanto economici, l’amministrazione può illustrarli attraverso indicatori anche qualitativi: visitatori e scuole coinvolte, partecipazione dei cittadini, risonanza dell’iniziativa, valorizzazione degli artisti, ricadute sul territorio e capacità del progetto di lasciare un’eredità duratura. I numeri non pronunciano una sentenza sull’arte. Rendono comprensibile una scelta amministrativa. È qui che emerge la contraddizione politica più evidente. Dal 2022, quando si è trovato all’opposizione di amministrazioni di centrodestra, il Partito Democratico ha più volte chiesto di conoscere costi, affidamenti, incarichi e risultati di iniziative culturali finanziate con risorse pubbliche.
Esponenti del PD hanno interrogato il Governo sulla gestione dei fondi per il centenario di Giacomo Puccini; il centrosinistra ha domandato chiarimenti sui costi e sui risultati della campagna “Open to Meraviglia”; altre iniziative hanno riguardato incarichi e consulenze del Ministero della Cultura, l’organizzazione del G7 Cultura, la partecipazione italiana alla Fiera del libro di Francoforte e l’impiego dei finanziamenti pubblici destinati al cinema.
Lo stesso criterio è stato applicato a livello locale. A Pistoia, quando era amministrata dal centrodestra, il gruppo consiliare del PD ha presentato interrogazioni sull’impiego di dipendenti comunali a sostegno dei “Dialoghi di Pistoia” e sulle compartecipazioni economiche concesse dal Comune.
In nessuna di queste circostanze il PD ha ritenuto che chiedere conto di spese, incarichi, personale e risultati equivalesse a svalutare la cultura. Quelle richieste venivano considerate — correttamente — esercizio della funzione di controllo spettante all’opposizione.
Quindi, per quale ragione lo stesso metodo dovrebbe diventare improprio quando è applicato a un’amministrazione di centrosinistra? La contraddizione è netta: se il PD chiede il rendiconto a un Governo o a un Comune di centrodestra, la domanda viene presentata come doverosa trasparenza; se un gruppo di opposizione chiede conto di “Provincia Novecento”, la stessa domanda diventa un attacco alla cultura. Il criterio, quindi, non sembra dipendere dalla natura della richiesta, ma da chi la formula e da chi è chiamato a rispondere. Proprio qui la metafora del caffè si rovescia contro chi l’ha utilizzata: la cultura viene strumentalmente “misurata con un caffè” quando il principio cambia a seconda di chi presenta il conto.
Si può apprezzare “Provincia Novecento”, riconoscerne il valore storico e artistico e, contemporaneamente, chiedere quanto sia costata. Si può condividere l’obiettivo di valorizzare una stagione culturale empolese e domandare quanti siano stati i visitatori, quali soggetti abbiano ricevuto incarichi, quali entrate siano state realizzate e quali ricadute l’iniziativa abbia prodotto.
Non sono posizioni incompatibili. Al contrario, la trasparenza rafforza la cultura perché consente ai cittadini di comprendere le scelte compiute e offre all’amministrazione l’opportunità di dimostrare, con dati e argomenti, la validità dell’investimento. Una risposta istituzionalmente solida sarebbe stata semplice: la mostra è costata questa cifra, ha coinvolto questo numero di cittadini e di scuole, ha prodotto questi risultati e l’amministrazione considera utile l’investimento per queste ragioni. Una risposta del genere non avrebbe ridotto l’arte a una consumazione; avrebbe dimostrato la capacità del Comune di motivare le proprie decisioni e di assumerne la responsabilità. Soprattutto perché sono passati circa sei mesi dalla fine dell’evento e alcune risposte potevano essere quantomeno anticipate piuttosto che sollevare polemiche per “lesa maestà”.
Si è preferito, invece, evocare una generica “destra” che “attacca la cultura”, attribuendo all’interlocutore un’intenzione che non emerge dalle domande formulate. Ma la semplificazione polemica non cancella il principio fondamentale: il denaro pubblico non appartiene alla maggioranza che governa. Appartiene ai cittadini. La maggioranza ha il diritto di scegliere come impiegarlo; l’opposizione ha il diritto e il dovere di controllare, chiedere chiarimenti e valutare i risultati. È il normale funzionamento della democrazia locale, non un’aggressione alla cultura. La cultura non si misura con un caffè. Ma neppure la trasparenza può essere servita soltanto quando conviene. Il valore di un’iniziativa culturale non può essere racchiuso in un rendiconto; il rendiconto, tuttavia, resta indispensabile per giudicare la responsabilità di chi ha impiegato risorse pubbliche. La cultura può andare oltre i numeri. L’amministrazione pubblica deve partire anche da essi. La morale di questa vicenda è allora semplice: la coerenza politica si misura soprattutto quando arriva il conto e chi pretende trasparenza dagli altri non può presentarla come un’offesa quando viene richiesta a lui trasformando una domanda sui costi in un attacco alla cultura. Comunque sia, ora aspettiamo fiduciosi il rendiconto richiesto dagli amici di Forza Italia.
*Consigliere comunale Fratelli d’Italia Empoli






