Com'è possibile che l'intelligenza artificiale sia quasi assente dalla campagna elettorale?
26-07-2026 16:37 - Opinioni
di Franco Pescali
La politica italiana è già entrata in campagna elettorale. I sismografi del dibattito pubblico registrano da settimane i primi movimenti delle due grandi faglie del sistema politico: centrosinistra e centrodestra. Le scaramucce quotidiane, le polemiche sui social e i commenti ai tweet del presidente americano Donald Trump rappresentano soltanto il rumore di fondo. Sotto la superficie stanno emergendo i temi che accompagneranno il Paese fino al voto: sicurezza, immigrazione, salari, sanità, lavoro e contrasto alle povertà.
Sono questioni importanti, ma osservando il dibattito pubblico colpisce un'assenza. Il tema destinato più di ogni altro a trasformare economia, società, lavoro, politica e perfino la natura dell'essere umano è quasi completamente scomparso dall'agenda dei partiti: l'Intelligenza Artificiale. Basta leggere i programmi, ascoltare le dichiarazioni dei leader o seguire i dibattiti televisivi. Al di là di qualche intervista occasionale, non esiste una vera strategia nazionale sul rapporto tra democrazia e Intelligenza Artificiale. Ed è un vuoto politico enorme. Dall'Illuminismo in poi le democrazie moderne si sono costruite su alcuni principi fondamentali: la separazione dei poteri, teorizzata da Montesquieu, la sovranità popolare, il diritto di voto e il primato dello Stato. Oggi, però, accanto ai tradizionali poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, se ne sta affermando uno nuovo: il potere cognitivo.
Chi controlla i dati controlla la conoscenza. E chi controlla la conoscenza finisce inevitabilmente per esercitare potere. Le grandi piattaforme digitali conoscono ormai le nostre abitudini di consumo, i nostri spostamenti, ciò che leggiamo, le persone con cui interagiamo e perfino ciò che probabilmente faremo domani. L'Intelligenza Artificiale amplifica questa capacità in misura esponenziale.
Ma non sono solo i cittadini a perdere sovranità.
Anche gli Stati stanno progressivamente cedendo terreno. I dati viaggiano su infrastrutture private. Le piattaforme digitali sono private. I satelliti che garantiscono comunicazioni strategiche appartengono sempre più a imprese private. La nuova corsa allo spazio è guidata da aziende private. Una parte crescente delle infrastrutture critiche del pianeta non è più nelle mani degli Stati. È una trasformazione che modifica gli equilibri geopolitici.
Lo stesso sta accadendo nelle guerre.
Droni, sistemi di riconoscimento automatico, satelliti, software di analisi, cyberwarfare e società militari private stanno cambiando il modo di combattere. L'impiego crescente dell'Intelligenza Artificiale nei sistemi militari pone interrogativi etici enormi. Nei conflitti contemporanei sono già stati utilizzati sistemi di supporto algoritmico per l'identificazione di obiettivi. Più aumenta l'automazione, maggiore diventa il rischio che errori di identificazione producano vittime civili. È il volto della guerra del XXI secolo.
Nel frattempo, la rivoluzione tecnologica accelera.
Per decenni la cosiddetta legge di Moore ha descritto la crescita esponenziale della potenza di calcolo dei computer: il numero dei transistor presenti nei microprocessori tendeva a raddoppiare circa ogni due anni, aumentando enormemente le capacità computazionali e riducendone i costi. Oggi lo sviluppo dell'Intelligenza Artificiale procede addirittura a ritmi superiori rispetto a quelli immaginati soltanto pochi anni fa. Ma questa rivoluzione ha un costo. Secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia, nel 2025 i data center hanno consumato circa 485 terawattora di elettricità, una quantità paragonabile al consumo annuo di un grande Paese industrializzato. Entro il 2030 il fabbisogno potrebbe sfiorare i 950 terawattora, quasi il doppio. In altre parole, l'Intelligenza Artificiale rischia di diventare uno dei maggiori consumatori mondiali di energia.
Il problema non riguarda soltanto l'elettricità.
I data center necessitano anche di enormi quantità di acqua per il raffreddamento dei server. In molte aree del pianeta, già colpite dalla siccità, l'espansione delle infrastrutture digitali potrebbe entrare in competizione con l'agricoltura e con gli usi civili. L'energia e l'acqua diventeranno sempre più fattori strategici anche per lo sviluppo dell'Intelligenza Artificiale.
Esiste poi la questione occupazionale.
La precedente rivoluzione industriale colpì soprattutto il lavoro manuale. Questa volta potrebbero essere coinvolti i cosiddetti colletti bianchi. Secondo l'OCSE e il World Economic Forum, le professioni ad alta intensità cognitiva saranno tra quelle maggiormente trasformate dall'IA. Medici, avvocati, commercialisti, progettisti, traduttori, insegnanti, giornalisti e programmatori vedranno cambiare profondamente il proprio lavoro. Non significa necessariamente che verranno sostituiti dalle macchine, ma che dovranno convivere con esse. Esistono già sistemi di Intelligenza Artificiale capaci di analizzare immagini diagnostiche con livelli di accuratezza molto elevati. La robotica chirurgica diventa ogni anno più sofisticata. Software generativi assistono nella scrittura di documenti giuridici, nella progettazione industriale e nella ricerca scientifica.
Il cambiamento è già iniziato.
Dietro questa trasformazione si concentra un potere economico senza precedenti. Le sei maggiori aziende tecnologiche occidentali – Microsoft, Apple, Nvidia, Alphabet, Amazon e Meta – valgono in Borsa oltre 18.000 miliardi di dollari, una cifra superiore al prodotto interno lordo dell'intera Unione Europea. Mai nella storia economica moderna così poche imprese avevano concentrato tanta ricchezza, tanti dati e tanta capacità di influenzare governi e mercati. Anche gli investimenti confermano questa tendenza. Secondo McKinsey, entro il 2030 potrebbero essere investiti fino a 7.000 miliardi di dollari nella costruzione di data center e infrastrutture dedicate all'Intelligenza Artificiale. È una nuova corsa all'oro, paragonabile per dimensioni alle grandi rivoluzioni industriali del passato.
E la politica?
La politica sembra ancora discutere dei problemi del Novecento. Dopo il crollo del Muro di Berlino e l'illusione della "fine della storia", ha sostanzialmente subito la globalizzazione digitale senza riuscire a governarla. Le conseguenze sono visibili nelle nostre città. Le edicole sono quasi scomparse, così come molte librerie indipendenti, agenzie di viaggio e piccoli negozi, sostituiti dall'e-commerce e dalle piattaforme digitali. La globalizzazione ha certamente migliorato le condizioni di vita di centinaia di milioni di persone nel mondo. Ma ha anche prodotto effetti collaterali significativi: l'indebolimento della classe media occidentale, la delocalizzazione delle produzioni, la concentrazione della ricchezza e una competizione fiscale che consente alle grandi multinazionali di pagare, in proporzione, meno imposte rispetto a milioni di lavoratori e piccole imprese.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Gli Stati dispongono di minori risorse fiscali mentre aumentano le richieste di welfare. Sanità, scuola, trasporti pubblici e sicurezza faticano a rispondere alle esigenze dei cittadini. È in questo contesto che cresce l'insicurezza sociale, terreno fertile per una politica che spesso preferisce individuare capri espiatori piuttosto che affrontare le trasformazioni strutturali. Anche il fenomeno delle città trasformate in enormi Airbnb può essere letto in questa prospettiva. Per molte famiglie l'affitto turistico rappresenta una delle poche possibilità di integrare redditi stagnanti. Ma il prezzo pagato dalle comunità è alto: aumento dei canoni, espulsione dei residenti dai centri storici, commercio tradizionale sostituito da attività rivolte quasi esclusivamente ai visitatori.
La mia non è una critica al progresso.
Sarebbe un errore affrontare questa rivoluzione con lo spirito dei luddisti dell'Ottocento. L'Intelligenza Artificiale può migliorare la medicina, accelerare la ricerca scientifica, aumentare la produttività e contribuire a risolvere problemi complessi. Ma proprio per questo deve essere governata. Occorrono regole democratiche, trasparenza degli algoritmi, tutela dei dati personali, politiche fiscali capaci di evitare nuove concentrazioni di ricchezza e investimenti massicci nella formazione delle persone. Non possiamo permettere che decisioni fondamentali sulla vita dei cittadini vengano delegate a sistemi automatici privi di controllo umano.
Per questo sorprende il silenzio della politica.
Servirebbe una grande discussione nazionale capace di coinvolgere filosofi, sociologi, economisti, ingegneri, giuristi, imprenditori e cittadini. Non è un tema per specialisti. È il tema politico dei prossimi trent'anni. Anche la nostra città Empoli , sede di importanti aziende dell'informatica e dell'Intelligenza Artificiale, potrebbe diventare un laboratorio permanente di confronto su tecnologia, lavoro, diritti e democrazia.
Concludo con un invito.
La classe politica farebbe bene a leggere la prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas. Al di là della fede religiosa, offre una riflessione profonda sul rapporto tra innovazione tecnologica, dignità della persona e bene comune. La domanda, allora, è semplice. Com'è possibile che la rivoluzione destinata a cambiare il XXI secolo sia quasi assente dalla prossima campagna elettorale? Forse perché discutere di immigrazione o di tasse porta più voti nell'immediato. Governare l'Intelligenza Artificiale, invece, significa progettare il futuro. Ed è proprio questa, oggi, la responsabilità che la politica sembra aver dimenticato.
La politica italiana è già entrata in campagna elettorale. I sismografi del dibattito pubblico registrano da settimane i primi movimenti delle due grandi faglie del sistema politico: centrosinistra e centrodestra. Le scaramucce quotidiane, le polemiche sui social e i commenti ai tweet del presidente americano Donald Trump rappresentano soltanto il rumore di fondo. Sotto la superficie stanno emergendo i temi che accompagneranno il Paese fino al voto: sicurezza, immigrazione, salari, sanità, lavoro e contrasto alle povertà.
Sono questioni importanti, ma osservando il dibattito pubblico colpisce un'assenza. Il tema destinato più di ogni altro a trasformare economia, società, lavoro, politica e perfino la natura dell'essere umano è quasi completamente scomparso dall'agenda dei partiti: l'Intelligenza Artificiale. Basta leggere i programmi, ascoltare le dichiarazioni dei leader o seguire i dibattiti televisivi. Al di là di qualche intervista occasionale, non esiste una vera strategia nazionale sul rapporto tra democrazia e Intelligenza Artificiale. Ed è un vuoto politico enorme. Dall'Illuminismo in poi le democrazie moderne si sono costruite su alcuni principi fondamentali: la separazione dei poteri, teorizzata da Montesquieu, la sovranità popolare, il diritto di voto e il primato dello Stato. Oggi, però, accanto ai tradizionali poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, se ne sta affermando uno nuovo: il potere cognitivo.
Chi controlla i dati controlla la conoscenza. E chi controlla la conoscenza finisce inevitabilmente per esercitare potere. Le grandi piattaforme digitali conoscono ormai le nostre abitudini di consumo, i nostri spostamenti, ciò che leggiamo, le persone con cui interagiamo e perfino ciò che probabilmente faremo domani. L'Intelligenza Artificiale amplifica questa capacità in misura esponenziale.
Ma non sono solo i cittadini a perdere sovranità.
Anche gli Stati stanno progressivamente cedendo terreno. I dati viaggiano su infrastrutture private. Le piattaforme digitali sono private. I satelliti che garantiscono comunicazioni strategiche appartengono sempre più a imprese private. La nuova corsa allo spazio è guidata da aziende private. Una parte crescente delle infrastrutture critiche del pianeta non è più nelle mani degli Stati. È una trasformazione che modifica gli equilibri geopolitici.
Lo stesso sta accadendo nelle guerre.
Droni, sistemi di riconoscimento automatico, satelliti, software di analisi, cyberwarfare e società militari private stanno cambiando il modo di combattere. L'impiego crescente dell'Intelligenza Artificiale nei sistemi militari pone interrogativi etici enormi. Nei conflitti contemporanei sono già stati utilizzati sistemi di supporto algoritmico per l'identificazione di obiettivi. Più aumenta l'automazione, maggiore diventa il rischio che errori di identificazione producano vittime civili. È il volto della guerra del XXI secolo.
Nel frattempo, la rivoluzione tecnologica accelera.
Per decenni la cosiddetta legge di Moore ha descritto la crescita esponenziale della potenza di calcolo dei computer: il numero dei transistor presenti nei microprocessori tendeva a raddoppiare circa ogni due anni, aumentando enormemente le capacità computazionali e riducendone i costi. Oggi lo sviluppo dell'Intelligenza Artificiale procede addirittura a ritmi superiori rispetto a quelli immaginati soltanto pochi anni fa. Ma questa rivoluzione ha un costo. Secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia, nel 2025 i data center hanno consumato circa 485 terawattora di elettricità, una quantità paragonabile al consumo annuo di un grande Paese industrializzato. Entro il 2030 il fabbisogno potrebbe sfiorare i 950 terawattora, quasi il doppio. In altre parole, l'Intelligenza Artificiale rischia di diventare uno dei maggiori consumatori mondiali di energia.
Il problema non riguarda soltanto l'elettricità.
I data center necessitano anche di enormi quantità di acqua per il raffreddamento dei server. In molte aree del pianeta, già colpite dalla siccità, l'espansione delle infrastrutture digitali potrebbe entrare in competizione con l'agricoltura e con gli usi civili. L'energia e l'acqua diventeranno sempre più fattori strategici anche per lo sviluppo dell'Intelligenza Artificiale.
Esiste poi la questione occupazionale.
La precedente rivoluzione industriale colpì soprattutto il lavoro manuale. Questa volta potrebbero essere coinvolti i cosiddetti colletti bianchi. Secondo l'OCSE e il World Economic Forum, le professioni ad alta intensità cognitiva saranno tra quelle maggiormente trasformate dall'IA. Medici, avvocati, commercialisti, progettisti, traduttori, insegnanti, giornalisti e programmatori vedranno cambiare profondamente il proprio lavoro. Non significa necessariamente che verranno sostituiti dalle macchine, ma che dovranno convivere con esse. Esistono già sistemi di Intelligenza Artificiale capaci di analizzare immagini diagnostiche con livelli di accuratezza molto elevati. La robotica chirurgica diventa ogni anno più sofisticata. Software generativi assistono nella scrittura di documenti giuridici, nella progettazione industriale e nella ricerca scientifica.
Il cambiamento è già iniziato.
Dietro questa trasformazione si concentra un potere economico senza precedenti. Le sei maggiori aziende tecnologiche occidentali – Microsoft, Apple, Nvidia, Alphabet, Amazon e Meta – valgono in Borsa oltre 18.000 miliardi di dollari, una cifra superiore al prodotto interno lordo dell'intera Unione Europea. Mai nella storia economica moderna così poche imprese avevano concentrato tanta ricchezza, tanti dati e tanta capacità di influenzare governi e mercati. Anche gli investimenti confermano questa tendenza. Secondo McKinsey, entro il 2030 potrebbero essere investiti fino a 7.000 miliardi di dollari nella costruzione di data center e infrastrutture dedicate all'Intelligenza Artificiale. È una nuova corsa all'oro, paragonabile per dimensioni alle grandi rivoluzioni industriali del passato.
E la politica?
La politica sembra ancora discutere dei problemi del Novecento. Dopo il crollo del Muro di Berlino e l'illusione della "fine della storia", ha sostanzialmente subito la globalizzazione digitale senza riuscire a governarla. Le conseguenze sono visibili nelle nostre città. Le edicole sono quasi scomparse, così come molte librerie indipendenti, agenzie di viaggio e piccoli negozi, sostituiti dall'e-commerce e dalle piattaforme digitali. La globalizzazione ha certamente migliorato le condizioni di vita di centinaia di milioni di persone nel mondo. Ma ha anche prodotto effetti collaterali significativi: l'indebolimento della classe media occidentale, la delocalizzazione delle produzioni, la concentrazione della ricchezza e una competizione fiscale che consente alle grandi multinazionali di pagare, in proporzione, meno imposte rispetto a milioni di lavoratori e piccole imprese.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Gli Stati dispongono di minori risorse fiscali mentre aumentano le richieste di welfare. Sanità, scuola, trasporti pubblici e sicurezza faticano a rispondere alle esigenze dei cittadini. È in questo contesto che cresce l'insicurezza sociale, terreno fertile per una politica che spesso preferisce individuare capri espiatori piuttosto che affrontare le trasformazioni strutturali. Anche il fenomeno delle città trasformate in enormi Airbnb può essere letto in questa prospettiva. Per molte famiglie l'affitto turistico rappresenta una delle poche possibilità di integrare redditi stagnanti. Ma il prezzo pagato dalle comunità è alto: aumento dei canoni, espulsione dei residenti dai centri storici, commercio tradizionale sostituito da attività rivolte quasi esclusivamente ai visitatori.
La mia non è una critica al progresso.
Sarebbe un errore affrontare questa rivoluzione con lo spirito dei luddisti dell'Ottocento. L'Intelligenza Artificiale può migliorare la medicina, accelerare la ricerca scientifica, aumentare la produttività e contribuire a risolvere problemi complessi. Ma proprio per questo deve essere governata. Occorrono regole democratiche, trasparenza degli algoritmi, tutela dei dati personali, politiche fiscali capaci di evitare nuove concentrazioni di ricchezza e investimenti massicci nella formazione delle persone. Non possiamo permettere che decisioni fondamentali sulla vita dei cittadini vengano delegate a sistemi automatici privi di controllo umano.
Per questo sorprende il silenzio della politica.
Servirebbe una grande discussione nazionale capace di coinvolgere filosofi, sociologi, economisti, ingegneri, giuristi, imprenditori e cittadini. Non è un tema per specialisti. È il tema politico dei prossimi trent'anni. Anche la nostra città Empoli , sede di importanti aziende dell'informatica e dell'Intelligenza Artificiale, potrebbe diventare un laboratorio permanente di confronto su tecnologia, lavoro, diritti e democrazia.
Concludo con un invito.
La classe politica farebbe bene a leggere la prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas. Al di là della fede religiosa, offre una riflessione profonda sul rapporto tra innovazione tecnologica, dignità della persona e bene comune. La domanda, allora, è semplice. Com'è possibile che la rivoluzione destinata a cambiare il XXI secolo sia quasi assente dalla prossima campagna elettorale? Forse perché discutere di immigrazione o di tasse porta più voti nell'immediato. Governare l'Intelligenza Artificiale, invece, significa progettare il futuro. Ed è proprio questa, oggi, la responsabilità che la politica sembra aver dimenticato.






