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Pontormo torna protagonista: da Pontorme a Roma, una mostra che può riportare Empoli al centro della storia dell’artista

07-10-2026 07:57 - Primo piano
Ci sono artisti che appartengono a una città, altri a un’epoca. E poi ce ne sono alcuni che, pur avendo raggiunto una dimensione universale, continuano a portarsi dietro, quasi come una firma, il nome del luogo da cui sono partiti. È il caso di Jacopo Carucci, passato alla storia come Pontormo, uno dei pittori più visionari, inquieti, innovativi e ancora oggi sorprendenti del Cinquecento italiano.
Nato nel 1494 a Pontorme di Empoli, Jacopo Carucci è diventato Pontormo proprio dal nome del piccolo borgo nel quale è venuto al mondo. E sarà proprio questo legame fra l’artista e il suo luogo d’origine a rendere particolarmente interessante, per Empoli e per tutto il territorio, la grande mostra che dal 9 ottobre 2026 al 7 febbraio 2027 porterà alle Scuderie del Quirinale di Roma la prima grande esposizione monografica dedicata interamente al pittore.
L’inaugurazione ufficiale è prevista il 7 ottobre, mentre l’apertura al pubblico avverrà venerdì 9 ottobre. Roma si prepara dunque a celebrare uno dei protagonisti assoluti del Cinquecento fiorentino, ma per chi guarda l’evento dalla Toscana, e soprattutto da Empoli, quella mostra avrà inevitabilmente un’altra geografia: perché prima di essere il Pontormo degli Uffizi, di Firenze, delle corti medicee, della Visitazione e della Deposizione, Jacopo Carucci è stato il bambino di Pontorme. Ed è proprio da qui che vale la pena partire.

La mostra romana si annuncia come un appuntamento di eccezionale importanza, destinato a riunire i principali capolavori dell’artista insieme a una significativa selezione di disegni e opere su carta, grazie a prestiti provenienti da alcune delle più importanti istituzioni museali italiane e internazionali. L’esposizione è promossa da Ales – Scuderie del Quirinale, in partnership con le Gallerie degli Uffizi, e prodotta con Electa; la curatela è affidata a Cristina Acidini, affiancata da Elena Capretti, Philippe Costamagna, Bruce Edelstein e Carlo Falciani.
Un progetto di respiro internazionale, dunque, ma con un cuore profondamente empolese. Perché il nome stesso dell’artista porta con sé quello di Pontorme, dove trascorse i primi anni della sua vita. La sua biografia si apre quindi in un luogo preciso, fatto di strade, case e architetture che ancora oggi conservano la memoria della sua presenza. La Casa natale del Pontormo, in via Pontorme, rappresenta uno dei luoghi fondamentali attraverso i quali ricostruire il rapporto fra l’artista e il territorio d’origine: documenti, riproduzioni dei disegni e il celebre facsimile del Diario permettono di entrare nella vicenda umana e creativa del pittore. E dal 2026 la casa natale è tornata a essere stabilmente inserita nell’offerta museale cittadina con aperture al pubblico. Un elemento tutt’altro che secondario, soprattutto alla luce della grande mostra romana: raccontare Pontormo senza raccontare Pontorme significherebbe infatti perdere una parte importante della sua identità.

La vita di Jacopo Carucci ebbe un inizio tutt’altro che facile. Rimasto presto orfano, il giovane mostrò molto precocemente un talento straordinario per il disegno e fu avviato alle principali botteghe fiorentine. Secondo la celebre testimonianza di Giorgio Vasari, Pontormo sarebbe passato, ancora giovanissimo, anche nella bottega di Leonardo da Vinci, prima di incontrare altri grandi maestri e approdare alla bottega di Andrea del Sarto, dove la sua personalità artistica avrebbe trovato una delle occasioni decisive per svilupparsi. È difficile stabilire quanto della ricostruzione vasariana corrisponda esattamente alla biografia documentata, ma il racconto è significativo perché restituisce il clima nel quale il giovane Pontormo si formò: un ambiente dominato dalle figure di Leonardo, Raffaello e Michelangelo, i tre grandi modelli del Rinascimento ai quali il pittore avrebbe guardato per poi compiere un'operazione completamente personale di trasformazione e sovversione.

Pontormo non è infatti un semplice continuatore della tradizione rinascimentale. È uno degli artisti che più radicalmente ne mettono in discussione le regole. Da Raffaello sembra raccogliere la ricerca di una modernità fondata sulla grande tradizione dell’antico; da Leonardo la centralità del disegno, la capacità di osservare la natura e quella misteriosa fusione delle forme nello sfumato; da Michelangelo la potenza monumentale dei corpi, la forza della figura umana e la tensione scultorea delle pose. Ma tutto ciò, nelle sue mani, cambia radicalmente. Pontormo prende quelle lezioni e le porta altrove. Le figure si allungano, diventano eccentriche, talvolta sembrano quasi congelate nello spazio; i corpi assumono una consistenza scultorea ma contemporaneamente irreale; la luce può diventare vitrea e quasi glaciale; i colori si fanno sorprendenti, con rosa carnacini, verdi chiarissimi, aranci intensi e accostamenti che sembrano sfidare deliberatamente l’idea rinascimentale del “bel composto”. È come se Pontormo prendesse le regole della grande pittura del suo tempo per dimostrare quanto sia possibile spingersi oltre.

Anche le fisionomie dei suoi personaggi diventano immediatamente riconoscibili: volti allungati, labbra carnose, figure che sembrano provenire da una classicità reinventata e contemporaneamente sottratta alla naturalezza. I personaggi non sono semplicemente inseriti nella composizione: sembrano quasi esplodere nello spazio, sottrarsi alle consuete gerarchie prospettiche, cercare una dimensione nuova. È una pittura che può apparire inquieta, sospesa, perfino silenziosa. E proprio questa dimensione visionaria fa di Pontormo uno degli artisti più interessanti per la sensibilità moderna e contemporanea.

La sua vicenda personale, secondo Vasari, era altrettanto singolare. Pontormo viene descritto come un uomo tormentato, chiuso in sé, schivo e diffidente. Quando riuscì a procurarsi una propria abitazione, avrebbe addirittura costruito una scala retrattile per poter raggiungere il piano superiore dove studiava e lavorava, sottraendosi agli ospiti indesiderati. Al di là degli elementi aneddotici del racconto vasariano, emerge il ritratto di un artista profondamente concentrato sulla propria ricerca, poco incline a seguire le convenzioni e sempre più isolato nella costruzione di un linguaggio personale.

Ma la storia di Pontormo non può essere separata dal suo rapporto con Pontorme. C’è una data che, osservata dalla prospettiva empolese, assume un significato particolare: il 1519, quando l’artista realizza per la chiesa di San Michele Arcangelo di Pontorme le celebri tavole raffiguranti San Giovanni Evangelista e San Michele Arcangelo. Le due opere costituiscono una testimonianza straordinaria del rapporto fra il pittore e la sua comunità d’origine e rappresentano un passaggio fondamentale per comprendere l’evoluzione del suo linguaggio verso quella che diventerà la piena stagione della Maniera. Oggi quelle tavole sono ancora legate alla chiesa del borgo natale e proprio questo elemento rende ancora più interessante il rapporto fra la mostra romana e il territorio empolese: le opere di Pontorme diventano infatti una sorta di ponte concreto fra il piccolo paese nel quale l’artista nacque e la dimensione internazionale nella quale la sua pittura è ormai entrata da secoli.

Guardando il San Giovanni Evangelista e il San Michele Arcangelo con gli occhi di oggi si comprende quanto siano importanti per seguire l’evoluzione del pittore. Non siamo ancora davanti alle immagini estreme e sospese della piena maturità, ma sono già presenti molti degli elementi che diventeranno caratteristici di Pontormo: la tensione delle pose, l’allontanamento dalla naturalezza convenzionale, la forza della linea, l’intensità cromatica e quella particolare inquietudine che attraversa i corpi. Nel San Michele, in particolare, l’Arcangelo è impegnato nel giudizio delle anime, mentre ai suoi piedi il demonio tenta di alterare il giudizio. Un tema tradizionale che Pontormo trasforma in una scena sorprendentemente originale, quasi teatrale, nella quale la tensione non deriva soltanto dal soggetto rappresentato ma dalla disposizione delle figure, dai gesti e dalla costruzione dello spazio. È già il Pontormo che cerca una strada propria. Ed è significativo che uno dei passaggi fondamentali di questa ricerca si trovi proprio a Pontorme.

Questa dimensione locale acquista oggi un valore ancora maggiore perché le Scuderie del Quirinale hanno scelto di raccontare Pontormo non semplicemente attraverso una successione di capolavori, ma cercando di ricomporre il suo percorso nella sua complessità. Il progetto sarà prevalentemente cronologico, con approfondimenti tematici e un confronto serrato tra dipinti e opere su carta. Arriveranno opere provenienti dalle Gallerie degli Uffizi e da importanti musei italiani e internazionali, dal Louvre alla National Gallery di Londra, dal British Museum al Metropolitan Museum of Art, dalla National Gallery of Art di Washington all'Art Institute of Chicago, fino al Getty Museum di Los Angeles. Al centro del percorso ci sarà anche la straordinaria Visitazione di Carmignano, uno dei vertici assoluti della maturità dell’artista.

Ed è proprio la Visitazione a permettere di comprendere fino in fondo quanto sia radicale la pittura di Pontormo. Realizzata tra il 1528 e il 1530, la scena dell’incontro tra Maria ed Elisabetta conserva apparentemente un soggetto tradizionale, ma lo trasforma completamente. Le figure sembrano avanzare e contemporaneamente sospendersi nello spazio; gli abiti, dominati da rosa, verdi e tonalità aranciate, sembrano scambiarsi e riflettersi; le donne appaiono quasi impegnate in una danza lenta e misteriosa, mentre alle loro spalle si apre un paesaggio urbano vitreo, inquieto, quasi metafisico. Il celebre effetto delle figure che sembrano ripetersi e incontrarsi nello spazio accresce quella sensazione di straniamento che rende la Visitazione uno dei dipinti più moderni del Cinquecento. Non è soltanto una scena religiosa: è un'immagine sospesa, un'apparizione, una costruzione mentale nella quale colore, forma e spazio sembrano obbedire a leggi diverse da quelle della pittura tradizionale.

È proprio qui che si comprende il significato della “maniera” di Pontormo. Se il Rinascimento aveva costruito un ideale di equilibrio, proporzione e perfezione, Pontormo prende quelle conquiste e le porta verso una dimensione più inquieta. La maniera può essere letta come una nuova elaborazione delle grandi lezioni del Rinascimento: la classicità e l'armonia di Raffaello, la profondità psicologica e il mistero di Leonardo, la monumentalità di Michelangelo. Ma Pontormo non copia nessuno dei tre. Li attraversa e li trasforma. Le sue figure diventano più fragili e contemporaneamente più potenti, più artificiali e contemporaneamente più espressive. Il mondo che dipinge non è più quello perfettamente ordinato del Rinascimento maturo: è un mondo instabile, sospeso, quasi visionario.

Questa radicalità non fu sempre compresa dai suoi contemporanei. Anche Vasari, pur riconoscendo il talento del giovane Pontormo, guardò con crescente perplessità alle sue scelte più ardite e alle sue invenzioni considerate bizzarre, singolari e lontane dalle regole del buon comporre. Ma proprio ciò che poteva apparire allora come eccentricità è diventato, nei secoli successivi, uno dei motivi principali della fortuna dell’artista. Pontormo ha infatti continuato a parlare alla cultura moderna proprio perché la sua pittura sembra anticipare una sensibilità che non appartiene più al Rinascimento: figure che sembrano guardare direttamente lo spettatore, pose innaturali, colori impossibili, corpi sospesi, spazi privi di una rassicurante stabilità. La sua pittura non cerca soltanto di rappresentare il mondo: cerca di trasformarlo.

La sua influenza arriva così fino al Novecento e alla contemporaneità. Le stesse Scuderie del Quirinale sottolineano il rapporto tra Pontormo e artisti come Pier Paolo Pasolini e Bill Viola. Il primo guardò al suo linguaggio nella realizzazione de La ricotta, mentre il secondo si confrontò con la Visitazione nella celebre opera video The Greeting. È un passaggio straordinario: un artista del Cinquecento continua a fornire immagini, forme e suggestioni a chi lavora con il cinema e con la videoarte. E questo dimostra quanto Pontormo sia stato, in realtà, un artista in anticipo sul proprio tempo.

La sua vicenda si conclude nel 1557, dopo una vita interamente dedicata a questa ricerca. Negli ultimi anni lavorò anche alla grande decorazione della chiesa di San Lorenzo a Firenze, un'impresa destinata a essere una delle sue prove più radicali e che purtroppo sarebbe andata perduta. Ciò che è rimasto, però, è sufficiente a restituire la straordinaria perentorietà della sua visione: un artista che, nel giro di poco più di sessant'anni di vita, ha lasciato una delle impronte più originali nella storia della pittura europea.

Ed è qui che la grande mostra romana può trasformarsi, per Empoli, in qualcosa di molto più importante di un semplice evento culturale fuori città. Può diventare un'occasione per riscoprire e valorizzare un patrimonio locale che spesso rischia di essere percepito come separato dalla grande storia dell'arte, quando invece ne costituisce una parte essenziale. Roma riunirà opere che normalmente si trovano disperse tra Firenze, Londra, Parigi, Washington, Chicago, Los Angeles e altre grandi città del mondo. Ma nessun viaggio internazionale potrà sostituire il viaggio verso Pontorme, perché è lì che la storia di Pontormo comincia davvero. È lì che si trova la casa nella quale nacque, è lì che sopravvive la chiesa legata alle opere giovanili, è lì che il suo nome smette di essere soltanto quello di un grande artista e torna a essere quello di un luogo.

Per questo la mostra delle Scuderie del Quirinale potrebbe rappresentare per Empoli una straordinaria occasione di promozione culturale e turistica, a condizione che il territorio sappia coglierne fino in fondo il potenziale. Non limitarsi a dire che Pontormo era nato a Empoli, ma costruire attorno alla mostra un vero percorso: Roma come punto di arrivo della grande esposizione e Pontorme come punto di partenza della storia dell'artista. La Casa natale, la chiesa di San Michele Arcangelo, le due tavole di San Giovanni e San Michele, il borgo, il rapporto con Firenze e con il territorio toscano possono diventare le tappe di un racconto unitario capace di attrarre visitatori che arriveranno a Roma proprio per vedere Pontormo e che potrebbero essere invitati a proseguire il viaggio fino a Empoli.

La prospettiva è particolarmente interessante perché oggi il turismo culturale non cerca soltanto il singolo capolavoro, ma sempre più spesso cerca i luoghi delle storie. E la storia di Pontormo ha un luogo d'origine straordinariamente riconoscibile: Pontorme. Il nome stesso dell'artista costituisce già un legame narrativo potentissimo. Non si tratta quindi di inventare un rapporto fra Empoli e Pontormo: quel rapporto è scritto nel nome con cui il pittore è conosciuto da cinque secoli.

La grande mostra potrebbe allora diventare un'occasione per restituire a Empoli una consapevolezza nuova del proprio patrimonio. Perché il vero valore di Pontormo non consiste soltanto nel possedere o custodire una sua opera. Il patrimonio è costituito dall'insieme: la casa, la chiesa, il borgo, le tavole, i disegni, la memoria, il paesaggio, la storia della città e il nome stesso dell'artista. Tutto questo può diventare un racconto culturale coerente e riconoscibile.

Non è la prima volta che Empoli si confronta con l'eredità del suo concittadino più celebre. Negli anni sono state organizzate iniziative dedicate a Pontormo e alla sua influenza sulle arti nelle terre empolesi, con particolare attenzione alla Casa natale e alla chiesa di San Michele. Ma una mostra monografica di questa scala è qualcosa di diverso. Per la prima volta un pubblico internazionale potrà incontrare Pontormo come protagonista assoluto di un grande racconto museale, seguirne l'evoluzione, confrontare le opere, comprenderne le fonti e riconoscere la radicalità di una pittura che ha saputo trasformare le regole del Rinascimento in una visione nuova, inquieta e sorprendentemente moderna.