Dare respiro alle città: la scienza del verde contro le isole di calore
09-08-2026 09:00 - Opinioni
di: Gordon Baldacci
Sentiamo spesso parlare di foreste, cambiamento climatico e sostenibilità. Non si tratta solo di piantare alberi, ma di comprendere un equilibrio complesso fatto di biodiversità, gestione del territorio e prevenzione dei rischi. In questa intervista parliamo con Marco Leporatti, dottore agronomo forestale, per capire come la scienza e la gestione consapevole del patrimonio verde delle nostre città, possano aiutarci a costruire un futuro più verde e resiliente.
Dottore, torniamo a parlare di natura e di alberi, e come ormai sta accadendo negli ultimi anni, diverse specie di alberi, complici le lunghe ondate di calore vanno sempre prima in "modalità protezione" può spiegarci meglio se si tratta di alcune specie o se letteralmente accade un po' a tutta la vegetazione ovviamente alle nostre latitudini?
“Il fenomeno riguarda, seppure con modalità e intensità diverse, gran parte della vegetazione alle nostre latitudini. Di fronte a temperature elevate e, soprattutto, a condizioni prolungate di deficit idrico, le piante attivano meccanismi di risposta allo stress, riducendo la traspirazione, chiudendo gli stomi e rallentando fotosintesi e crescita, entrando di fatto in una sorta di “modalità di protezione”. Negli ultimi anni abbiamo osservato con sempre maggiore frequenza una filloptosi anticipata nei boschi di querce e, più in generale, in molte latifoglie, come risposta alle condizioni di stress termo-idrico. Le conifere, almeno in molti contesti, sembrano aver manifestato una maggiore capacità di resistenza, grazie anche ai loro specifici adattamenti morfo-fisiologici. Il fenomeno, tuttavia, varia sensibilmente in funzione della specie, dell'età delle piante, delle caratteristiche del suolo e della durata e intensità dello stress”.
In linea di massima tutti i comuni, compreso ovviamente Empoli, dichiarano una forte sensibilità sui temi ambientali, piantando decine e anzi centinaia di nuovi alberi. Spesso però l'adattamento nella loro fase iniziale coincide poi con il periodo più caldo dell'anno. Ad un occhio inesperto, appaiono come rametti stenterelli abbandonati al sole, morenti ed ustionati; in una lotta contro il tempo per garantire a tutti l'approvvigionamento idrico necessario. Quali sono (e se ci sono) delle piante che possono attecchire meglio in questo nuovo clima?
“La scelta della specie è oggi un aspetto decisivo: non basta piantare un albero, bisogna individuare quello più adatto alle condizioni climatiche e pedologiche del luogo. Tra le specie che, in ambiente urbano e alle nostre latitudini, mostrano una buona tolleranza alle alte temperature e alla carenza idrica possiamo citare il platano (Platanus × acerifolia), il bagolaro (Celtis australis), l'acero campestre (Acer campestre) e il leccio (Quercus ilex); anche diverse specie di pino sono resistenti alla siccità, ma in ambito urbano possono presentare criticità legate alla stabilità strutturale e allo sviluppo dell'apparato radicale. Va comunque ricordato che la fase di attecchimento rimane particolarmente delicata per qualsiasi specie e richiede un'adeguata disponibilità idrica nei primi anni. Più che cercare una pianta “invulnerabile”, occorre quindi scegliere specie e provenienze adatte al sito e accompagnarle con una corretta progettazione e gestione dell'impianto”.
Volente o nolente, ormai anche Empoli ha la sua sempre più estesa isola di calore, e nei progetti "caldi" del momento c'è il rifacimento di Piazza Matteotti. Sulla carta appaiono soluzioni ambientali aggiornate ai tempi che stiamo vivendo ma non appena si è paventato di togliere alcuni alberi la popolazione si è divisa fra coloro che credono maggiormente in questo progetto, e quelli che alla sola idea di un albero abbattuto, vedono una ferita al già precario equilibrio ambientale. Provocatoriamente, togliere un albero adulto è sempre e comunque un errore?
“No, togliere un albero adulto non è necessariamente un errore, anche se deve essere una scelta attentamente motivata e valutata caso per caso. Un albero maturo offre servizi ecosistemici che un nuovo impianto potrà garantire solo dopo molti anni: ombreggiamento, mitigazione delle temperature, stoccaggio del carbonio, intercettazione delle acque meteoriche e habitat per la biodiversità. Per questo, quando è possibile, la conservazione dell'esemplare adulto dovrebbe essere la prima opzione da valutare. Esistono però situazioni in cui un abbattimento può essere giustificato, ad esempio per condizioni fitosanitarie, problemi di stabilità, conflitti con infrastrutture o nell'ambito di una riqualificazione complessiva che migliori realmente la funzionalità ecologica dello spazio. L'importante è non ragionare secondo il semplice principio “un albero tolto, un albero piantato”: dal punto di vista ambientale, un giovane albero non equivale immediatamente a un esemplare adulto”.
Si parla tanto di rifugi climatici, ed il pensiero va a tutti quei luoghi dove per paradosso, è il climatizzatore, croce e delizia delle nostre estati, a fornire il refrigerio per abbattere il caldo. Da profani viene in mente alcune specie di alberi che restituiscono maggiore scambio termico rispetto ad altri, oppure si tratta solo di percezione? E concretamente, si può creare nel centro della città un rifugio climatico a zero emissioni di CO2?
“Non è soltanto una percezione: le diverse specie arboree possono avere capacità differenti di mitigare il calore, soprattutto in funzione dell'ampiezza e della densità della chioma, della capacità traspirativa e della disponibilità d'acqua. Il raffrescamento deriva principalmente dall'ombra e dall'evapotraspirazione, un vero e proprio meccanismo naturale di climatizzazione; per questo un albero adulto, ben irrigato e con una chioma estesa, può avere un effetto molto significativo sul microclima. Un rifugio climatico urbano a emissioni molto basse è certamente realizzabile, combinando alberature, superfici permeabili, ombreggiamento e gestione dell'acqua, ma parlare di “zero emissioni di CO₂” in senso assoluto è più complesso: anche manutenzione, irrigazione e materiali hanno un impronta carbonica. L'obiettivo realistico dovrebbe quindi essere quello di creare spazi che offrano il massimo refrigerio con il minimo consumo energetico e di risorse”.
Ultima domanda: premesso che si tratta di problemi complessi e che nessuno ovviamente ha la bacchetta magica per risolverli; domani mattina ti svegli sindaco di Empoli, cambieresti la road map attuale? e se si, nei tuoi primi 100 giorni di governo (come va di moda dire oggi), cosa proporresti per accelerare ulteriormente il percorso intrapreso per il Nature Restoration Law (Legge sul ripristino della natura), entrato in vigore nel 2024, che ricordiamolo, impone ai Paesi membri obiettivi vincolanti per bloccare il consumo di suolo verde nei centri urbani, puntando a città più resilienti?
“La risposta che darei è sì: non stravolgere la road map, ma la renderei più ambiziosa e soprattutto più misurabile. Nei primi cento giorni partirei da un vero e proprio censimento del patrimonio verde, individuando per ogni quartiere alberature, superfici permeabili, aree di maggiore vulnerabilità climatica e fabbisogni idrici. Poi fisserei un obiettivo preciso di incremento della copertura arborea e del verde urbano, privilegiando la conservazione degli alberi adulti, la sostituzione delle superfici impermeabili e la creazione di corridoi verdi che colleghino centro e periferie. A livello comunale, quindi, anticiperei semplicemente questi obiettivi, trasformando il verde da elemento ornamentale a vera infrastruttura urbana per la salute, la gestione dell'acqua e la resilienza climatica".
Nel ringraziare il Dott. Marco Leporatti, mi sento sollevato. Il futuro delle nostre città non è una condanna scritta nelle colate di cemento o nei ritmi frenetici del presente, ma un cantiere aperto che attende solo la visione e la cura delle prossime generazioni. Guardare avanti, attraverso gli occhi di chi verrà, significa riscoprire il valore di scelte semplici ma coraggiose: restituire spazio alla terra, respiro all'aria e bellezza allo sguardo quotidiano. Se la nostra generazione ha il compito di piantare i primi semi della consapevolezza, sarà chi verrà dopo a veder fiorire una nuova idea di comunità. Una comunità capace di ridisegnare gli spazi urbani a misura d'uomo, facendoli tornare ad essere vivi, accoglienti e in armonia con la natura. C'è un'infinita speranza nell'idea che una città come Empoli, possa evolversi fino a ritrovare quella stessa grazia spontanea e priva di sovrastrutture che appartiene al mondo naturale e al sorriso dei bambini. Con le giuste regole, il rispetto per il territorio e una rinnovata sensibilità, consegniamo alle mani del domani la possibilità non solo di abitare il mondo, ma di renderlo un posto autenticamente più bello in cui mettere radici.
Sentiamo spesso parlare di foreste, cambiamento climatico e sostenibilità. Non si tratta solo di piantare alberi, ma di comprendere un equilibrio complesso fatto di biodiversità, gestione del territorio e prevenzione dei rischi. In questa intervista parliamo con Marco Leporatti, dottore agronomo forestale, per capire come la scienza e la gestione consapevole del patrimonio verde delle nostre città, possano aiutarci a costruire un futuro più verde e resiliente.
Dottore, torniamo a parlare di natura e di alberi, e come ormai sta accadendo negli ultimi anni, diverse specie di alberi, complici le lunghe ondate di calore vanno sempre prima in "modalità protezione" può spiegarci meglio se si tratta di alcune specie o se letteralmente accade un po' a tutta la vegetazione ovviamente alle nostre latitudini?
“Il fenomeno riguarda, seppure con modalità e intensità diverse, gran parte della vegetazione alle nostre latitudini. Di fronte a temperature elevate e, soprattutto, a condizioni prolungate di deficit idrico, le piante attivano meccanismi di risposta allo stress, riducendo la traspirazione, chiudendo gli stomi e rallentando fotosintesi e crescita, entrando di fatto in una sorta di “modalità di protezione”. Negli ultimi anni abbiamo osservato con sempre maggiore frequenza una filloptosi anticipata nei boschi di querce e, più in generale, in molte latifoglie, come risposta alle condizioni di stress termo-idrico. Le conifere, almeno in molti contesti, sembrano aver manifestato una maggiore capacità di resistenza, grazie anche ai loro specifici adattamenti morfo-fisiologici. Il fenomeno, tuttavia, varia sensibilmente in funzione della specie, dell'età delle piante, delle caratteristiche del suolo e della durata e intensità dello stress”.
In linea di massima tutti i comuni, compreso ovviamente Empoli, dichiarano una forte sensibilità sui temi ambientali, piantando decine e anzi centinaia di nuovi alberi. Spesso però l'adattamento nella loro fase iniziale coincide poi con il periodo più caldo dell'anno. Ad un occhio inesperto, appaiono come rametti stenterelli abbandonati al sole, morenti ed ustionati; in una lotta contro il tempo per garantire a tutti l'approvvigionamento idrico necessario. Quali sono (e se ci sono) delle piante che possono attecchire meglio in questo nuovo clima?
“La scelta della specie è oggi un aspetto decisivo: non basta piantare un albero, bisogna individuare quello più adatto alle condizioni climatiche e pedologiche del luogo. Tra le specie che, in ambiente urbano e alle nostre latitudini, mostrano una buona tolleranza alle alte temperature e alla carenza idrica possiamo citare il platano (Platanus × acerifolia), il bagolaro (Celtis australis), l'acero campestre (Acer campestre) e il leccio (Quercus ilex); anche diverse specie di pino sono resistenti alla siccità, ma in ambito urbano possono presentare criticità legate alla stabilità strutturale e allo sviluppo dell'apparato radicale. Va comunque ricordato che la fase di attecchimento rimane particolarmente delicata per qualsiasi specie e richiede un'adeguata disponibilità idrica nei primi anni. Più che cercare una pianta “invulnerabile”, occorre quindi scegliere specie e provenienze adatte al sito e accompagnarle con una corretta progettazione e gestione dell'impianto”.
Volente o nolente, ormai anche Empoli ha la sua sempre più estesa isola di calore, e nei progetti "caldi" del momento c'è il rifacimento di Piazza Matteotti. Sulla carta appaiono soluzioni ambientali aggiornate ai tempi che stiamo vivendo ma non appena si è paventato di togliere alcuni alberi la popolazione si è divisa fra coloro che credono maggiormente in questo progetto, e quelli che alla sola idea di un albero abbattuto, vedono una ferita al già precario equilibrio ambientale. Provocatoriamente, togliere un albero adulto è sempre e comunque un errore?
“No, togliere un albero adulto non è necessariamente un errore, anche se deve essere una scelta attentamente motivata e valutata caso per caso. Un albero maturo offre servizi ecosistemici che un nuovo impianto potrà garantire solo dopo molti anni: ombreggiamento, mitigazione delle temperature, stoccaggio del carbonio, intercettazione delle acque meteoriche e habitat per la biodiversità. Per questo, quando è possibile, la conservazione dell'esemplare adulto dovrebbe essere la prima opzione da valutare. Esistono però situazioni in cui un abbattimento può essere giustificato, ad esempio per condizioni fitosanitarie, problemi di stabilità, conflitti con infrastrutture o nell'ambito di una riqualificazione complessiva che migliori realmente la funzionalità ecologica dello spazio. L'importante è non ragionare secondo il semplice principio “un albero tolto, un albero piantato”: dal punto di vista ambientale, un giovane albero non equivale immediatamente a un esemplare adulto”.
Si parla tanto di rifugi climatici, ed il pensiero va a tutti quei luoghi dove per paradosso, è il climatizzatore, croce e delizia delle nostre estati, a fornire il refrigerio per abbattere il caldo. Da profani viene in mente alcune specie di alberi che restituiscono maggiore scambio termico rispetto ad altri, oppure si tratta solo di percezione? E concretamente, si può creare nel centro della città un rifugio climatico a zero emissioni di CO2?
“Non è soltanto una percezione: le diverse specie arboree possono avere capacità differenti di mitigare il calore, soprattutto in funzione dell'ampiezza e della densità della chioma, della capacità traspirativa e della disponibilità d'acqua. Il raffrescamento deriva principalmente dall'ombra e dall'evapotraspirazione, un vero e proprio meccanismo naturale di climatizzazione; per questo un albero adulto, ben irrigato e con una chioma estesa, può avere un effetto molto significativo sul microclima. Un rifugio climatico urbano a emissioni molto basse è certamente realizzabile, combinando alberature, superfici permeabili, ombreggiamento e gestione dell'acqua, ma parlare di “zero emissioni di CO₂” in senso assoluto è più complesso: anche manutenzione, irrigazione e materiali hanno un impronta carbonica. L'obiettivo realistico dovrebbe quindi essere quello di creare spazi che offrano il massimo refrigerio con il minimo consumo energetico e di risorse”.
Ultima domanda: premesso che si tratta di problemi complessi e che nessuno ovviamente ha la bacchetta magica per risolverli; domani mattina ti svegli sindaco di Empoli, cambieresti la road map attuale? e se si, nei tuoi primi 100 giorni di governo (come va di moda dire oggi), cosa proporresti per accelerare ulteriormente il percorso intrapreso per il Nature Restoration Law (Legge sul ripristino della natura), entrato in vigore nel 2024, che ricordiamolo, impone ai Paesi membri obiettivi vincolanti per bloccare il consumo di suolo verde nei centri urbani, puntando a città più resilienti?
“La risposta che darei è sì: non stravolgere la road map, ma la renderei più ambiziosa e soprattutto più misurabile. Nei primi cento giorni partirei da un vero e proprio censimento del patrimonio verde, individuando per ogni quartiere alberature, superfici permeabili, aree di maggiore vulnerabilità climatica e fabbisogni idrici. Poi fisserei un obiettivo preciso di incremento della copertura arborea e del verde urbano, privilegiando la conservazione degli alberi adulti, la sostituzione delle superfici impermeabili e la creazione di corridoi verdi che colleghino centro e periferie. A livello comunale, quindi, anticiperei semplicemente questi obiettivi, trasformando il verde da elemento ornamentale a vera infrastruttura urbana per la salute, la gestione dell'acqua e la resilienza climatica".
Nel ringraziare il Dott. Marco Leporatti, mi sento sollevato. Il futuro delle nostre città non è una condanna scritta nelle colate di cemento o nei ritmi frenetici del presente, ma un cantiere aperto che attende solo la visione e la cura delle prossime generazioni. Guardare avanti, attraverso gli occhi di chi verrà, significa riscoprire il valore di scelte semplici ma coraggiose: restituire spazio alla terra, respiro all'aria e bellezza allo sguardo quotidiano. Se la nostra generazione ha il compito di piantare i primi semi della consapevolezza, sarà chi verrà dopo a veder fiorire una nuova idea di comunità. Una comunità capace di ridisegnare gli spazi urbani a misura d'uomo, facendoli tornare ad essere vivi, accoglienti e in armonia con la natura. C'è un'infinita speranza nell'idea che una città come Empoli, possa evolversi fino a ritrovare quella stessa grazia spontanea e priva di sovrastrutture che appartiene al mondo naturale e al sorriso dei bambini. Con le giuste regole, il rispetto per il territorio e una rinnovata sensibilità, consegniamo alle mani del domani la possibilità non solo di abitare il mondo, ma di renderlo un posto autenticamente più bello in cui mettere radici.






