Dieci anni dalla prima unione civile nell’Empolese-Valdelsa: «Vola alto, amico caro, pure per chi non ce la fa»
03-09-2026 08:08 - Primo piano
Il 3 settembre 2016, nel Comune di Capraia e Limite, Gordon Baldacci e Fausto Peruzzi furono la prima coppia dello stesso sesso a celebrare un'unione civile nell'Empolese-Valdelsa. A celebrare quel momento fu l'allora sindaco Alessandro Giunti, in una giornata destinata a
entrare nella storia dei diritti civili del territorio.
Sono passati dieci anni. Dieci anni nei quali le unioni civili sono diventate parte della quotidianità, ma anche dieci anni nei quali il tema dell'uguaglianza, dell'accettazione e del riconoscimento delle differenze continua a interrogare la società.
In occasione del decennale di quella giornata, Clebs.it ha chiesto a Gordon Baldacci di ripercorrere, attraverso i suoi ricordi, le emozioni di quel 3 settembre 2016, le difficoltà di una relazione vissuta per anni senza una piena tutela giuridica e ciò che, ancora oggi, resta da fare.
Una storia personale che diventa anche memoria collettiva. Perché dietro una prima volta istituzionale c'erano due persone, una relazione lunga più di vent'anni, una comunità e il desiderio, semplice e profondissimo, di poter essere riconosciuti dallo Stato per ciò che già si era: una famiglia.
Sono passati dieci anni da quel 3 settembre 2016. Qual è la prima immagine che le viene in mente quando ripensa a quella giornata?
Che emozione prova oggi, a distanza di dieci anni, nel sapere di essere stato protagonista della prima unione civile celebrata nell'Empolese-Valdelsa?
Ricorda l'atmosfera di quel giorno? C'erano emozione, curiosità, tensione, ma anche la consapevolezza di stare vivendo un momento storico?
La cerimonia fu celebrata dal sindaco Alessandro Giunti. Che rapporto si era creato con lui e come ricorda il suo ruolo in quella giornata?
Avvertiva, quel giorno, di essere al centro dell'attenzione anche per il significato pubblico che quella cerimonia aveva?
Chi erano le persone che vi sono state più vicine quel giorno? E quanto è stato importante avere accanto familiari e amici?
Torniamo indietro nel tempo: quando avete cominciato a pensare seriamente che avreste voluto formalizzare la vostra unione?
Prima dell'approvazione della legge sulle unioni civili, cosa significava per una coppia come la vostra non avere un riconoscimento giuridico del proprio rapporto?
Avete mai pensato che quel giorno sarebbe arrivato? Oppure, prima del 2016, sembrava un traguardo ancora lontano?
Avete dovuto affrontare difficoltà o momenti di scoraggiamento nel vostro percorso?
Quanto è stato importante, per voi, poter trasformare una relazione privata in un legame riconosciuto anche dallo Stato?
Oggi, dieci anni dopo, cosa è cambiato realmente rispetto ad allora?
Secondo lei, quanto è cambiato il modo in cui la comunità guarda oggi alle coppie dello stesso sesso unite civilmente rispetto al 2016?
Se potesse tornare al 3 settembre 2016 e parlare con la persona che lei era allora, cosa le direbbe?
Il 3 settembre 2016 non fu soltanto una data sul calendario amministrativo di un piccolo Comune dell'Empolese-Valdelsa. Fu una giornata nella quale una storia privata entrò per la prima volta, ufficialmente, dentro la storia dei diritti civili del territorio.
A distanza di dieci anni, il valore di quella prima unione civile non sta soltanto nell'essere stata una “prima volta”. Sta nel ricordare perché quelle conquiste sono state importanti: perché dietro ogni diritto ci sono persone che, prima che quel diritto esistesse, hanno dovuto fare i conti con paure, solitudine e precarietà.
E perché, come racconta Gordon Baldacci, la piena uguaglianza non si costruisce soltanto con le leggi, ma anche attraverso la capacità di stare nello spazio pubblico, nelle comunità, nelle associazioni, nelle piazze e nella vita quotidiana senza più vergognarsi di ciò che si è.
Dieci anni dopo, quella giornata continua così a parlare al presente. E forse anche al futuro.
entrare nella storia dei diritti civili del territorio.Sono passati dieci anni. Dieci anni nei quali le unioni civili sono diventate parte della quotidianità, ma anche dieci anni nei quali il tema dell'uguaglianza, dell'accettazione e del riconoscimento delle differenze continua a interrogare la società.
In occasione del decennale di quella giornata, Clebs.it ha chiesto a Gordon Baldacci di ripercorrere, attraverso i suoi ricordi, le emozioni di quel 3 settembre 2016, le difficoltà di una relazione vissuta per anni senza una piena tutela giuridica e ciò che, ancora oggi, resta da fare.
Una storia personale che diventa anche memoria collettiva. Perché dietro una prima volta istituzionale c'erano due persone, una relazione lunga più di vent'anni, una comunità e il desiderio, semplice e profondissimo, di poter essere riconosciuti dallo Stato per ciò che già si era: una famiglia.
Sono passati dieci anni da quel 3 settembre 2016. Qual è la prima immagine che le viene in mente quando ripensa a quella giornata?
La prima immagine è quella di noi che usciamo di casa e ci incamminiamo verso l'auto che ci avrebbe portato al municipio, con una cara amica alla guida.Mentre ci avvicinavamo alla macchina, ricordo un sole accecante, come se un riflettore fosse puntato proprio verso di noi. Non lo ricordo come un elemento negativo. Ripensandoci oggi, mi sembra ancora di sentirne l'intensità e il calore. È una di quelle immagini che il tempo non ha cancellato.
Che emozione prova oggi, a distanza di dieci anni, nel sapere di essere stato protagonista della prima unione civile celebrata nell'Empolese-Valdelsa?
Se chiudo gli occhi, mi sembra ieri. Sento ancora il battito accelerato di quella mattina, l'emozione indescrivibile, le mie mani che tremavano. A distanza di dieci anni quell'emozione non è sbiadita: nel mio caso si è trasformata in una nostalgia agrodolce. Quando si perde, come è successo a me, la persona con cui si sono condivisi oltre 21 anni di vita insieme, anche il ricordo dei momenti più intensi porta con sé sentimenti speculari, emozioni contrapposte. Da una parte l'orgoglio per ciò che abbiamo vissuto, dall'altra, quasi nello stesso istante, la mancanza di chi non si ha più accanto.
Ricorda l'atmosfera di quel giorno? C'erano emozione, curiosità, tensione, ma anche la consapevolezza di stare vivendo un momento storico?
Le emozioni erano fortissime tra i presenti. A mente fredda, forse, in alcuni casi erano addirittura più palpabili delle mie. La curiosità, invece, era rimasta fuori. Nascosta magari dietro le persiane e le tende delle finestre. D'altra parte Limite sull'Arno era, ed è tuttora, un piccolo paese. La consapevolezza di quello che stavamo vivendo si era materializzata giorno dopo giorno. Si era creato quello che oggi i giovani chiamerebbero “hype”, soprattutto tra la gente del paese, che alla fine divenne protagonista assoluta. Venivi fermato per strada dai vicini: «Ma come, ti sposi e non ci dici nulla?». Dovevamo essere un gruppo ristretto di conoscenti. Alla fine si contarono oltre cento persone.
La cerimonia fu celebrata dal sindaco Alessandro Giunti. Che rapporto si era creato con lui e come ricorda il suo ruolo in quella giornata?
Alessandro era una persona che potremmo definire “di casa” nella vita politica del mio compagno. Credo di non esagerare nel dire che tra loro ci fosse un'amicizia decennale. Di conseguenza, forse, alla fine era lui quello più emozionato. Ricordo che arrivò persino a sbagliare la pronuncia dei nostri cognomi, tanto era coinvolto. Con il senno di poi credo che converrà con me che quella sia stata una delle emozioni più forti della sua vita politica di sindaco e che se la sarà portata dietro anche dopo aver dismesso la fascia tricolore.
Avvertiva, quel giorno, di essere al centro dell'attenzione anche per il significato pubblico che quella cerimonia aveva?
In parte lo avevo messo in conto. E fui sorpreso nello scoprire poi, sui social, che i commenti sarcastici erano pochi e che non ce n'era praticamente nessuno di pienamente omofobo. Vuoi la professione pubblica del mio compagno, vuoi il fatto che eravamo una presenza viva nel paese: dal coro della parrocchia alle feste patronali, fino al banale caffè al circolo tutti i giorni. Certo, la politica locale si presentò a un evento al quale, francamente, né io né il mio compagno avevamo concesso il permesso. Ma era un momento troppo bello per permettere a chicchessia di rovinarlo o di sporcarlo per meri fini elettorali.
Chi erano le persone che vi sono state più vicine quel giorno? E quanto è stato importante avere accanto familiari e amici?
Posso dirlo? Il vicinato. Quello della corte interna, quello con cui scambi due parole mentre stendi la biancheria, annusi gli odori della cucina durante la bella stagione, riconosci gli orari di uscita da un cancello. Ecco, quella era — ed è tutt'oggi — la mia famiglia. “Zia Marta”, Fulvia, Paolo... Poi c'era una parte di amici, alcuni legati anche soltanto da un'amicizia nata sui social. Penso, per esempio, a un caro amico che gestisce un'associazione di ragazzi e ragazze, “Quei Ragazzi”, e che volle portarne alcuni ad assistere a quel momento “storico”. La foto con l'inquadratura più bella me la scattò proprio lui. E infine c'era quell'insieme di conoscenti, quasi tutti adulti, anzi molto adulti, dai quali non ti aspetteresti mai un'apertura mentale così grande su questi temi.
Torniamo indietro nel tempo: quando avete cominciato a pensare seriamente che avreste voluto formalizzare la vostra unione?
Nel 2001, quando ormai la nostra storia iniziava a prendere una piega seria. Soprattutto per difenderci non tanto dal mondo esterno, quanto da una forte opposizione da parte di entrambe le nostre famiglie. Ci ponevamo domande molto concrete: cosa sarebbe successo se io fossi stato in fin di vita? E se lui si fosse ammalato? Per paradosso, noi il nemico lo avevamo dentro, non fuori nella società.
Prima dell'approvazione della legge sulle unioni civili, cosa significava per una coppia come la vostra non avere un riconoscimento giuridico del proprio rapporto?
Siamo un Paese di vizi privati e pubbliche virtù. Spesso, nel momento del bisogno, anche di fronte a piccoli interventi di routine, abbiamo trovato tanta complicità. Ma soltanto perché erano situazioni gestibili, nelle quali non si arrivava mai a essere realmente in pericolo di vita. Il problema era tutto ciò che poteva accadere in una situazione grave. Se fosse morto il mio compagno, credo — anzi, ne sono assolutamente certo — che mi sarebbe stato vietato di partecipare al suo funerale. E lo stesso, ovviamente, sarebbe valso a parti inverse. Non avere alcuna tutela poteva significare svegliarsi una mattina ed essere allontanato da casa, magari mentre il proprio compagno era ricoverato e non aveva la lucidità necessaria per esprimersi. Significava vivere in un perenne stato di precarietà, non tanto economica quanto psicologica. Ogni piccolo ostacolo faceva comparire lo spettro della domanda: «E ora? Se dovesse andare male, cosa succede?». Con il senno di poi, quelle paure non erano vagheggiamenti mentali. Quando il mio compagno venne a mancare, nessuno dei membri delle nostre rispettive famiglie si presentò al funerale.
Avete mai pensato che quel giorno sarebbe arrivato? Oppure, prima del 2016, sembrava un traguardo ancora lontano?
Negli anni avevamo avuto accanto un notaio appassionato, diciamo così, alle tematiche dei diritti civili. Ci aveva preso in simpatia e quindi ogni, seppur minimo, miglioramento a livello legislativo ce lo comunicava, cercando di apporre le modifiche che erano possibili ai nostri testamenti personali. C'erano stati altri disegni di legge che, puntualmente, si fermavano prima dell'approvazione finale. Eravamo abbastanza fiduciosi che prima o poi sarebbe arrivato uno sblocco. A livello di opinione pubblica eravamo, per fare un paragone con l'attualità, un po' nella situazione in cui oggi ci si trova quando si parla di fine vita. Allora sembrava quasi un “omicidio di Stato”. Poi, attraverso una serie di disobbedienze civili, sempre praticate nella assoluta non violenza, negli anni successivi si è aperto uno scenario di consapevolezza sempre più ampio sulla libertà di scelta individuale.
Avete dovuto affrontare difficoltà o momenti di scoraggiamento nel vostro percorso?
Scherzando, ho detto più volte che, se non fossimo partiti dal punto meno favorevole, cioè dallo zero, forse non saremmo durati così tanto. Più eravamo messi in difficoltà dai parenti, più cresceva la nostra coesione. Alla fine abbiamo vinto noi.
Quanto è stato importante, per voi, poter trasformare una relazione privata in un legame riconosciuto anche dallo Stato?
Nel momento in cui abbiamo ricevuto quel riconoscimento, forse era quasi impercettibile. È diventato indispensabile, invece, nelle difficoltà e soprattutto durante la malattia del mio compagno. È lì che comprendi davvero il significato concreto di avere un riconoscimento giuridico. Non è soltanto un pezzo di carta, non è soltanto una cerimonia. È la possibilità di essere riconosciuto come la persona che realmente sei nella vita dell'altro.
Oggi, dieci anni dopo, cosa è cambiato realmente rispetto ad allora?
Tutto e niente. Da un lato l'apparenza dà l'idea di un mondo più aperto alle diversità, a tutte le diversità. Dall'altro c'è ancora tanto da fare, anche in contesti nei quali non te lo aspetteresti. Racconto un piccolo aneddoto. Durante la campagna di ascolto del sindaco di Empoli furono organizzate diverse serate tematiche. In una si parlava di diritti, pari opportunità, diversità di genere. Decisi di partecipare, anche soltanto per condividere la mia storia e confrontarmi con quelle degli altri e delle altre. Mi ritrovai al tavolo e, con mia sorpresa, mi chiesero chi fossi, cosa rappresentassi. Ovviamente mi presentai come gay. Anzi, come “il gay della prima unione civile”. Scoprii, con mia non poca sorpresa, che ero l'unico. C'erano tante diversità: la malattia, i diritti delle donne, le pari opportunità. Ma di quella galassia legata al cosiddetto mondo LGBT ero l'unico rappresentante. In una città come Empoli, che non è esattamente Kabul o Teheran, mi aspettavo ci fosse meno timore, più coraggio e meno solidarietà teorica. Mi sbagliavo.
Secondo lei, quanto è cambiato il modo in cui la comunità guarda oggi alle coppie dello stesso sesso unite civilmente rispetto al 2016?
C'è molto meno “prurito”. Ormai sono tante le famiglie che, per fortuna, accolgono compagni e compagne e ne parlano con minore imbarazzo. È cambiato il modo di parlarne e, soprattutto, la normalità con cui queste relazioni vengono vissute nella quotidianità.C'è ancora qualcosa che, a suo giudizio, deve cambiare nella società perché ci sia una piena eguaglianza?
Tutti dobbiamo fare un piccolo sforzo. Anche noi che ancora oggi siamo indicati come una “comunità”. Nessuno si senta esente da un percorso di cambiamento di paradigma. Usciamo dai locali per soli gay, iniziamo a popolare le piazze dei nostri paesi, i giardini dei nostri nipoti, le associazioni a ogni livello, culturale e politico. La piena uguaglianza può nascere soltanto dall'accettazione delle regole basilari di una civile convivenza. Io ne sono la prova vivente. Nessuno mi ha mai cacciato, ovunque io mi sia proposto, nei contesti in cui ho lavorato, vissuto, amato. Mi sono sempre presentato per quello che sono. Se per primi noi proviamo una forma di insensata vergogna, come pensiamo di apparire agli occhi degli altri? Come persone che per prime si sentono in fallo.
Se potesse tornare al 3 settembre 2016 e parlare con la persona che lei era allora, cosa le direbbe?
Vola alto, amico caro, pure per chi non ce la fa.
Il 3 settembre 2016 non fu soltanto una data sul calendario amministrativo di un piccolo Comune dell'Empolese-Valdelsa. Fu una giornata nella quale una storia privata entrò per la prima volta, ufficialmente, dentro la storia dei diritti civili del territorio.
A distanza di dieci anni, il valore di quella prima unione civile non sta soltanto nell'essere stata una “prima volta”. Sta nel ricordare perché quelle conquiste sono state importanti: perché dietro ogni diritto ci sono persone che, prima che quel diritto esistesse, hanno dovuto fare i conti con paure, solitudine e precarietà.
E perché, come racconta Gordon Baldacci, la piena uguaglianza non si costruisce soltanto con le leggi, ma anche attraverso la capacità di stare nello spazio pubblico, nelle comunità, nelle associazioni, nelle piazze e nella vita quotidiana senza più vergognarsi di ciò che si è.
Dieci anni dopo, quella giornata continua così a parlare al presente. E forse anche al futuro.
Emilio Chiorazzo






