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Empoli canta la vita: gli ospiti della Rsa Vincenzo Chiarugi protagonisti al Festival della canzone divergente

21-02-2026 14:30 - Primo piano
di Emilio Chiorazzo

C’è un altro festival che, mentre le luci dell’Ariston si accendono su Festival di Sanremo, illumina un piccolo teatro fiorentino con una luce diversa, più intima e forse ancora più potente. È il Festival della canzone divergente, ribattezzato da molti “L’altro Sanremo”: una rassegna che mette al centro non i big della musica, ma gli ospiti delle Rsa, dei centri diurni per disabili e dei centri psichiatrici.

Giovedì 19 febbraio sul palco del Teatro La Fiaba, nel quartiere dell’Isolotto, sono saliti anche loro: un gruppo di anziani della Rsa Vincenzo Chiarugi di Empoli. Non per assistere. Ma per cantare. Per raccontarsi. Per essere protagonisti.
E hanno vinto. Non una classifica, non un premio in denaro. Hanno vinto qualcosa di più grande della pergamena che ne attesta la partecipazione: lo stare insieme.

Un anno di lavoro, una comunità che canta. Dietro quei minuti di emozione c’è stato un anno intero di lavoro. Un percorso di musicoterapia, di laboratorio, di ascolto reciproco. Un progetto nato non per il festival, ma per dare voce alle storie degli ospiti.
«Ci abbiamo lavorato un anno», racconta il direttore Luca Manca. «È un progetto di laboratorio, di musicoterapia che abbiamo curato a lungo. Abbiamo lavorato prima sulle biografie, sullo storytelling degli ospiti. Poi, grazie al dottor Nicola Corti, abbiamo messo in musica a stornello queste nostre vite. Ne abbiamo fatte quattro, e in finale ne sono andate due».

Il musicoterapista Nicola Corti – ideatore del Festival – è stato il filo conduttore di questa esperienza. Con la chitarra tra le mani, ha aiutato gli anziani a trasformare ricordi, ironie, fatiche e orgoglio in versi e ritornelli. Non solo nel laboratorio centrale, ma anche “sui piani”, stanza per stanza, portando la musica direttamente nelle quotidianità degli ospiti.

«Non era un progetto finalizzato per forza alla partecipazione al festival
», spiega Manca. «Abbiamo iniziato quasi per prova. Arrivavamo anche un po’ tardi con la preparazione dei testi per il festival. Ho detto: proviamoci. Se viene qualcosa, bene; se no, lo faremo l’anno prossimo. Non ci corre dietro nessuno. E invece gli ospiti si sono impegnati tantissimo».

Una trentina di persone coinvolte direttamente. Molti di più, indirettamente: familiari, volontari della Misericordia, operatori. Un’intera comunità che si è stretta attorno a un’idea semplice e rivoluzionaria: raccontarsi in musica.

“Abbiamo vinto lo stare insieme” . Il Festival della canzone divergente coinvolge otto strutture e circa 150 persone fragili. Le canzoni non si limitano a essere eseguite: vengono scritte insieme, parola dopo parola. È la musica che diventa strumento di inclusione.
Ma che cosa si vince, davvero, in un festival così? «Siamo stati premiati tutti con la pergamena», dice Manca. «Ma in realtà abbiamo vinto lo stare insieme. Non c’era da premiare nessuno. Era da premiare l’iniziativa, il fatto di trovarsi insieme».
E ancora: «Le cose più belle sono quelle che vengono spontanee dagli ospiti. Quando siamo andati via, tutti – ma proprio tutti – ci hanno ringraziato per il bel pomeriggio passato insieme. Basta quello. Il premio è quello».
C’è una frase che resta sospesa nell’aria: “lo spirito dell’allegria”. Non un’allegria superficiale, ma quella che nasce dal sentirsi parte di qualcosa, dal vedere che la propria voce conta ancora, che la propria storia è degna di essere ascoltata.

Un modo diverso di fare rete. L’iniziativa, patrocinata dal Comune di Firenze e sostenuta dal Consorzio Zenit e da molte realtà del territorio, è cresciuta in un solo anno: dalle quattro strutture della prima edizione alle nove di quest’anno.
«Non vogliamo finire qui», assicura Manca. «Anzi, ci siamo detti: e ora che si fa? Magari il prossimo anno partiamo prima. E chissà, magari un cd, una pubblicazione… sarebbe bello».
Ma c’è un aspetto che il direttore tiene a sottolineare con forza: lo stile. «Non è da tutti fare cose insieme. A volte le strutture sono un po’ chiuse, gelose di ciò che fanno. Invece qui abbiamo fatto un laboratorio per il gusto di vivere un’esperienza insieme, senza voler mettere il cappello sopra, senza dire che uno è stato più bravo dell’altro. È un segno che si può adottare un altro stile».
Un messaggio potente, che va oltre la musica.

Le canzoni: ironia, memoria, orgoglio. Le due canzoni finaliste della Rsa Chiarugi sono uno specchio fedele dell’anima empolese: ironiche, schiette, profondamente radicate nella memoria collettiva.

“Il latte ai ginocchi” è uno stornello brillante, che tra pioggia, governo che “un c’è” e guerre in tv racconta con leggerezza le piccole e grandi fatiche del presente.

“D’Empoli siam le donne” è invece un inno corale alle donne del dopoguerra, alla fatica del lavoro, alle botteghe, alle confezioni, ai cappelli cuciti all’uncinetto. È memoria viva, è identità. È storia economica e sociale che diventa canzone.

Sul palco del Teatro La Fiaba non sono salite soltanto delle voci. Sono salite biografie. Mani che hanno cucito, tagliato, curato, servito. Mani che oggi tremano forse un po’ di più, ma che continuano a raccontare.
E mentre fuori il mondo corre, tra classifiche e share televisivi, in quel piccolo teatro si è celebrata un’altra idea di successo: quella che misura la vittoria in sorrisi, in abbracci, in ringraziamenti sussurrati all’uscita. Empoli ha cantato. E, per un pomeriggio, la fragilità si è trasformata in forza.

I testi delle canzoni finaliste

IL LATTE AI GINOCCHI OHI, OHI, OHI, OHI, OHI…

TRA MILLE E MILLE IMPEGNI
MI SIETE MANCATI TUTTI
E PER QUESTO M’ È VENUTO
IL LATTE AI GINOCCHI

NON HO DA DIRE NULLA
IL PAPA ‘GLI È IN VACANZA
SPERIAMO DI DORMIRE
SON PIENA DI SPERANZA
OHI, OHI, OHI, OHI, OHI…

UNN’HO DA DIRE NULLA PERCHÉ
PIOVE, E I’ GOVERNO UN C’È
NEANCHE I’ BON GIORNO
PE LEASSI UN PO’ DI TORNO
CI FARANNO UNA CANZONE
ALL’ACQUA E A I’ SAPONE
MA ADESSO IO MI LAGNO
PERCHÉ E’ UN TROV’I’ BAGNO
OHI, OHI, OHI, OHI, OHI…
DELLE GUERRE E DELLA TV
‘UN SE NE POLE PIÚ
TRA NOTIZIE SENZA SBOCCHI
M’È VENUTO I’ LATTE A’ GINOCCHI
OHI, OHI, OHI, OHI, OHI…

UNN’HO DA DIRE NULLA PERCHÉ
PIOVE, E I’ GOVERNO UN C’È
NEANCHE I’ BON GIORNO
PE LEASSI UN PO’ DI TORNO
CI FARANNO UNA CANZONE
ALL’ACQUA E A I’ SAPONE
MA ADESSO IO MI LAGNO
PERCHÉ E’ UN TROV’I’ BAGNO
OHI, OHI, OHI, OHI, OHI…

D'EMPOLI SIAM LE DONNE


Son Renata venuta da Pisa
all’edicola della stazione
e mentre venivo in qua
avevo tanta preoccupazione
Nella città della confezione
e unn’ero punto gaia
perché a Pisa m’avean detto
che era tutta una carciofaia

Son Maria da Lastra a Signa
non avevo tante pretese
ho trovato un bon pastore
che veniva dall’empolese
Con i latte e co’ formaggi
e’ s’è fatto una vituccia
siam riusciti, ballando ballando,
a mette’ su ‘na botteguccia

Noi donne ni’ dopo guerra / non siam andate via
siam rimaste qui a Empoli / a fà crescer l’economia
Noi s’è fatto de’ lavori / forse belli o forse brutti
ma anche grazie a noi / s’è potuto mangiare tutti

Mi chiamo Annamaria
ed ho fatto confezioni
con i’ trence a giro vita
tanta gente s’è rivestita
Si lavorava di notte e di giorno
si cuciva per tutt’i’ mondo
loden, cappotti e pastrani
s’è rivestito anche gli americani

Sono Nella, detta Nellì
e vengo da Bibbiena
e da quando sono a Empoli
di lavori son stata piena.
Se per la pioggia ci vuole l’ombrello
per il sole ci vuole il cappello
li facevo sotto il mio tetto
col cotone e l’uncinetto

Noi donne ni’ dopo guerra / non siam andate via
siam rimaste qui a Empoli / a fà crescer l’economia
Noi s’è fatto de’ lavori / forse belli o forse brutti
ma anche grazie a noi / s’è potuto mangiare tutti

Son Brigida la macellaia
S’avea bottega in Carraia
Tanta ciccia ho tagliato
Che c’ho rimesso pure un dito
Tanta gente ho ben servito
Insieme al mì marito
Noi macellai non siam dei santi
Ma buon arrosto a tutti quanti

Io mi chiamo Francesca
E ho assistito tanti anziani
Che sian stati comunisti
Oppure democristiani
E dopo tanti anni
S’è girata la frittata
Sono io che ho bisogno
Son residente e ben trattata

Noi donne ni’ dopo guerra / non siam andate via
siam rimaste qui a Empoli / a fà crescer l’economia
Noi s’è fatto de’ lavori / forse belli o forse brutti
ma anche grazie a noi / s’è potuto mangiare tutti.