Empoli, l’errore che ritorna: 69 anni fa come oggi, una salma scambiata
17-01-2026 16:00 - Cronaca
Empoli, ieri come oggi, si scopre capace di restituire storie che sembrano uscite da un romanzo dell’assurdo e invece sono cronaca, nuda e dura. Cambiano i tempi, cambiano le procedure, ma il cuore della vicenda resta lo stesso: il momento più fragile, quello dell’addio, trasformato in smarrimento e incredulità.
La notizia di oggi, pubblicata da La Nazione di Empoli, ha colpito profondamente la città. Una figlia arriva all’ospedale San Giuseppe per salutare per l’ultima volta la madre appena scomparsa. La donna è distesa sul letto, indossa i suoi vestiti, porta il suo profumo. Ma non è lei. Un errore che apre un’indagine interna dell’Asl Toscana Centro e lascia dietro di sé una scia di dolore, rabbia e domande. «Un errore del genere è imperdonabile», dice la figlia, e nelle sue parole c’è lo sgomento di chi si sente tradito proprio nel momento in cui dovrebbe essere protetto.
Eppure, a Empoli, questa non è una storia del tutto nuova.
Sfogliando le pagine ingiallite dei giornali di cronaca locale, si scopre che sessantanove anni fa, nel gennaio del 1957, accadde qualcosa di sorprendentemente simile. Allora la notizia finì sui quotidiani con titoli secchi, quasi brutali, come si usava all’epoca: “Vegliarono la salma di un estraneo ritenendola quella di un loro congiunto”.
Era un’altra Empoli, quella del dopoguerra, quando l’ospedale era ancora un luogo più povero di mezzi ma non meno carico di umanità. Le procedure erano semplici, spesso affidate alla memoria e alla parola. Il riconoscimento della salma avveniva in fretta, senza i passaggi formali di oggi. E soprattutto c’era un’abitudine che oggi appare impensabile: il corpo del defunto veniva restituito subito alla famiglia, che lo portava a casa per la veglia.
Fu proprio lì, tra le mura domestiche, che la verità venne a galla.
I parenti vegliarono per ore quella salma, circondata da candele, preghiere e vicini di casa. Solo con il passare del tempo, osservando meglio quel volto immobile, qualcuno cominciò a nutrire un dubbio. Un particolare fuori posto, una fisionomia che non convinceva. Alla fine la certezza: quell’uomo non era il loro caro. L’errore venne scoperto tardi, quando ormai l’ospedale aveva già consegnato il corpo sbagliato e la famiglia aveva vissuto, inconsapevole, un lutto che non era il proprio.
Allora non ci furono comunicati ufficiali, né indagini interne strutturate. La notizia rimbalzò sui giornali come un fatto “singolare”, quasi una curiosità nera, e venne archiviata in fretta. Ma per chi la visse fu uno shock profondo, una ferita che difficilmente si rimarginò.
Oggi, a distanza di quasi sette decenni, Empoli si ritrova a fare i conti con la stessa angoscia, anche se in un contesto completamente diverso. Le responsabilità vengono analizzate, le procedure passate al setaccio, le scuse messe nero su bianco. Ma resta una verità che attraversa il tempo: l’errore sulla morte pesa più di qualunque altro, perché colpisce quando le persone sono più vulnerabili.
Ieri come oggi, a fare la differenza non è solo la correttezza di un protocollo, ma il rispetto dovuto a chi resta. Perché dietro ogni salma c’è una storia, una famiglia, una memoria. E quando quella memoria viene scambiata, anche solo per qualche ora, il dolore si moltiplica.
Empoli lo ha imparato nel 1957. E oggi, ancora una volta, è chiamata a ricordarlo.
La notizia di oggi, pubblicata da La Nazione di Empoli, ha colpito profondamente la città. Una figlia arriva all’ospedale San Giuseppe per salutare per l’ultima volta la madre appena scomparsa. La donna è distesa sul letto, indossa i suoi vestiti, porta il suo profumo. Ma non è lei. Un errore che apre un’indagine interna dell’Asl Toscana Centro e lascia dietro di sé una scia di dolore, rabbia e domande. «Un errore del genere è imperdonabile», dice la figlia, e nelle sue parole c’è lo sgomento di chi si sente tradito proprio nel momento in cui dovrebbe essere protetto.
Eppure, a Empoli, questa non è una storia del tutto nuova.
Sfogliando le pagine ingiallite dei giornali di cronaca locale, si scopre che sessantanove anni fa, nel gennaio del 1957, accadde qualcosa di sorprendentemente simile. Allora la notizia finì sui quotidiani con titoli secchi, quasi brutali, come si usava all’epoca: “Vegliarono la salma di un estraneo ritenendola quella di un loro congiunto”.
Era un’altra Empoli, quella del dopoguerra, quando l’ospedale era ancora un luogo più povero di mezzi ma non meno carico di umanità. Le procedure erano semplici, spesso affidate alla memoria e alla parola. Il riconoscimento della salma avveniva in fretta, senza i passaggi formali di oggi. E soprattutto c’era un’abitudine che oggi appare impensabile: il corpo del defunto veniva restituito subito alla famiglia, che lo portava a casa per la veglia.
Fu proprio lì, tra le mura domestiche, che la verità venne a galla.
I parenti vegliarono per ore quella salma, circondata da candele, preghiere e vicini di casa. Solo con il passare del tempo, osservando meglio quel volto immobile, qualcuno cominciò a nutrire un dubbio. Un particolare fuori posto, una fisionomia che non convinceva. Alla fine la certezza: quell’uomo non era il loro caro. L’errore venne scoperto tardi, quando ormai l’ospedale aveva già consegnato il corpo sbagliato e la famiglia aveva vissuto, inconsapevole, un lutto che non era il proprio.
Allora non ci furono comunicati ufficiali, né indagini interne strutturate. La notizia rimbalzò sui giornali come un fatto “singolare”, quasi una curiosità nera, e venne archiviata in fretta. Ma per chi la visse fu uno shock profondo, una ferita che difficilmente si rimarginò.
Oggi, a distanza di quasi sette decenni, Empoli si ritrova a fare i conti con la stessa angoscia, anche se in un contesto completamente diverso. Le responsabilità vengono analizzate, le procedure passate al setaccio, le scuse messe nero su bianco. Ma resta una verità che attraversa il tempo: l’errore sulla morte pesa più di qualunque altro, perché colpisce quando le persone sono più vulnerabili.
Ieri come oggi, a fare la differenza non è solo la correttezza di un protocollo, ma il rispetto dovuto a chi resta. Perché dietro ogni salma c’è una storia, una famiglia, una memoria. E quando quella memoria viene scambiata, anche solo per qualche ora, il dolore si moltiplica.
Empoli lo ha imparato nel 1957. E oggi, ancora una volta, è chiamata a ricordarlo.






