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Gianluca Gotto al Beat festival: «Il karma non è una punizione: siamo noi a poter cambiare la nostra traiettoria»

04-09-2026 17:05 - Le interviste di Clebs.it
Dal blog ai libri, dai social agli incontri dal vivo. Il percorso di Gianluca Gotto, scrittore e blogger torinese che da oltre dieci anni vive e viaggia in Oriente e oggi risiede a Singapore, è quello di un autore che ha costruito il proprio rapporto con il pubblico attorno a temi apparentemente profondi e complessi, ma che in realtà riguardano tutti: la sofferenza, il dolore, la ricerca della felicità, il rapporto con noi stessi e con gli altri.
Domenica sera, 6 settemnre, alle ore 21, Gianluca Gotto sarà al Parco di Serravalle di Empoli per chiudere l'edizione 2026 Beat Festival con “Questione di karma” (una produzione Dream Up).
Una novità per la manifestazione, che in dodici anni ha fatto della musica il proprio elemento centrale e che quest'anno, dopo lo spettacolo di Giorgio Panariello, propone per la seconda volta un appuntamento in cui il pubblico seguirà lo spettacolo seduto.
Il karma, però, non sarà raccontato come una sorta di tribunale invisibile che distribuisce premi e punizioni. Gotto parte proprio da ciò che il karma non è, per arrivare a una concezione molto più concreta: le nostre azioni, i nostri pensieri e le nostre parole contribuiscono a costruire ciò che siamo e, proprio per questo, possono anche permetterci di cambiare la direzione della nostra vita.
Un viaggio che affronta anche il tema del karma familiare, dell'eredità che riceviamo dai nostri genitori, e la distinzione tra dolore e sofferenza attraverso la metafora buddhista delle “due frecce”. Il tutto senza rinunciare all'ironia, perché, come racconta lo stesso Gotto, «è soltanto scherzando che si può dire davvero tutta la verità».
Lo abbiamo intervistato alla vigilia del suo arrivo a Empoli.

Gotto, il Beat Festival è nato soprattutto intorno alla musica. Lei sarà protagonista di una delle serate di chiusura con uno spettacolo di parola. Che effetto le fa?
«Mi fa veramente piacere. Mi hanno detto che c'è anche una certa responsabilità, perché è una novità per il festival. Devo dire che comunque in certe location dove porto i miei spettacoli alla sera, penso per esempio alla cima di Roncolo, a Reggio Emilia, l'atmosfera è molto particolare: è quasi un concerto acustico. Alla fine penso che le vibrazioni che ci saranno e l'atmosfera generale possano essere perfette per fare questo viaggio insieme sul karma».

Che tipo di pubblico si aspetta a Empoli?
«Al giorno d'oggi, arrivato a questo punto, il mio pubblico è molto trasversale. È la mia prima volta a Empoli, quindi l'unico riferimento che posso avere è quello generale della Toscana, in particolar modo di Firenze. Mi aspetto comunque un pubblico trasversale. Una volta, addirittura, è venuta a una mia serata una signora di 90 anni».

Questo significa che le tematiche che affronta riescono a parlare a generazioni molto diverse?
«Sì, e dimostra il fatto che sono tematiche universali, che non riguardano soltanto un segmento o una fascia della popolazione, ma tutti noi in quanto esseri umani. Diciamo che comunque lo zoccolo duro del mio pubblico è composto più o meno da persone che hanno all'incirca la mia età, quindi in questo momento direi tra i 30 e i 40 anni».

Parliamo però di temi piuttosto pesanti: dolore, sofferenza, karma. Non rischia di essere una serata impegnativa?
«In realtà la serata non è pesante. Se uno vuole fare un viaggio nella profondità, nell'intensità e nella complessità di queste tematiche, e quindi anche nella loro pesantezza, secondo me il libro è il formato giusto. Perché il libro te lo apri, lo riponi, lo leggi prima di andare a dormire, te lo porti in giro, lo lasci, lo abbandoni per due settimane e poi lo riprendi. Eventualmente puoi fare così».

Lo spettacolo dal vivo funziona in modo diverso?
«Queste sono serate dal vivo e per me la cosa più importante è l'interazione con il pubblico e la condivisione. Sono serate in cui affrontiamo delle tematiche importanti, ma cerco comunque di farlo intervallando momenti riflessivi, anche intimi, a momenti divertenti. Quindi sono serate in cui si ride anche».

Perché ha scelto di inserire anche l'ironia?
«Nel tempo ho capito una cosa: se ti metti a raccontare le cose per filo e per segno, magari puoi coinvolgere chi è veramente interessato alle tematiche, ma chi invece è spinto più dalla curiosità a volte comprende meglio determinati concetti attraverso ciò che può essere leggero e divertente. Anzi, la mia compagna dice sempre che è soltanto scherzando che si può dire davvero tutta la verità».

Una frase sulla quale è difficile non essere d'accordo.
«Sono d'accordo anch'io. Ed è una verità, devo dire».

Il suo percorso è partito dal blog ed è arrivato ai libri e poi agli spettacoli dal vivo. Come è avvenuta questa evoluzione?
«È stata un'evoluzione naturale. Diciamo che è partito tutto per me e per noi: per me e la mia compagna è partito tutto appunto da un blog. E credo che, come tante altre persone, anch'io sia stato comunque molto condizionato dal periodo della pandemia».

In che modo?
«Penso che prima della pandemia si tendesse a dare grande valore a quella che era l'interazione online, alla conoscenza delle persone, ai concetti di esplorazione, a quello che si poteva fare online, da remoto e così via. Dopo la pandemia, ritrovandoci in condizioni di restrizioni, ci siamo resi conto di quanto sia importante il contatto umano».

Ed è arrivato il passaggio agli incontri dal vivo.
«Sì. Il passaggio c'è stato in realtà proprio dal blog ai libri, ma soprattutto poi a questi eventi dal vivo, che sono molto impegnativi, mi portano in giro per tutta Italia, ma forse sono la cosa più gratificante di tutte».

Lei non vive in Italia, vero?
«No, io vivo a Singapore».

E queste tematiche sono universali? Le riscontra nelle persone a Singapore come dietro l'angolo, a Empoli?
«Ovviamente Singapore ed Empoli sono due posti diversi, che avranno il loro pro e il loro contro, la loro luce e la loro ombra. Quello che però alla fine ci rende tutti esseri umani è quello che noi vogliamo da questa vita».

E cosa vogliamo, in fondo?
«Prima parlava appunto di tematiche pesanti perché si parla di sofferenza. Non si può non partire dalla sofferenza, perché la sofferenza è letteralmente una delle poche cose che tutti noi conosciamo».

Una condizione universale.
«Esatto. Tutti noi sappiamo cosa vuol dire soffrire, tutti noi non vogliamo soffrire, tutti noi non vogliamo vedere i nostri cari soffrire e tutti noi vogliamo stare bene. Uno può dire “voglio realizzare i miei sogni”, uno può dire “voglio essere felice”, un altro può dire “dopo tutto quello che mi è successo voglio essere sereno”. Però siamo tutti accomunati da questo: sappiamo cos'è la sofferenza e desideriamo soffrire meno».

E questo vale indipendentemente dal luogo in cui viviamo.
«È valido a Singapore, a Torino dove sono nato e cresciuto, a Empoli, a Buenos Aires, in qualunque parte del mondo. Quindi questi momenti di divulgazione che porto in giro per l'Italia partono sempre da tematiche universali e poi cerco di divulgare quello che è un insegnamento che ha funzionato per me».

Ma non necessariamente deve funzionare per tutti.
«Esatto. Non è detto che funzioni per tutti. Quindi magari qualcuno può anche lasciare la serata pensando di aver scoperto delle cose interessanti che però per me non funzionano. Questo era vero soprattutto per gli spettacoli dell'anno scorso. Quest'anno, con il karma, secondo me andiamo veramente a toccare qualcosa di quasi oggettivo e quindi penso che sia qualcosa di molto utile per chi non è uno scontato. Almeno questa è la mia speranza».

Arriviamo allora alla domanda più difficile: cos'è il karma?
«Io nello spettacolo parto da cosa non è il karma. Noi italiani siamo naturalmente condizionati dalla religione cristiana, che è parte integrante anche della nostra cultura, e quindi tendiamo a confondere il karma con Dio. Ovvero crediamo che il karma sia un'entità esterna alla nostra vita che in qualche modo osserva quello che succede, tiene conto di tutto e poi, a un certo punto, andrà a distribuire premi e punizioni».

La classica idea del “ci penserà il karma”.
«Esatto. Uno ci taglia la strada, ci manda a quel paese e noi diciamo: “Guarda, non mi arrabbio perché ci penserà il karma”. In realtà non è così. La legge del karma è qualcosa di molto più semplice. Karma significa letteralmente “azione” e indica che noi, come esseri umani, e noi intesi anche come la nostra vita in questo momento, siamo la conseguenza di tutto quello che abbiamo fatto nella nostra vita fino a questo punto».

Quindi il karma ci invita anche a smettere di cercare sempre fuori di noi la responsabilità di ciò che accade.
«Esatto. Il karma ci dice innanzitutto che non ha molto senso lamentarsi, dubitare, farsi domande esistenziali. Noi siamo il risultato, o la conseguenza, delle azioni che abbiamo commesso in precedenza».

E quali sono queste azioni?
«Le azioni sono di tre tipi: azioni mentali, quindi i nostri pensieri; azioni verbali, le nostre parole; e poi azioni fisiche, quindi i nostri comportamenti nel mondo».

E da qui nasce l'idea che possiamo cambiare.
«Esatto. Il karma ci dice che se tu vuoi riprendere in mano la tua vita, se sei insoddisfatto o sei in qualche tipo di problema, invece di guardare all'esterno, dare la colpa agli altri, cercare delle soluzioni complesse e sofisticate, renditi conto che è tutto nelle tue mani. Perché tu sei il tuo stesso karma e quindi, agendo su te stesso, puoi cambiare questa traiettoria».

Perché allora le persone non lo fanno?
«Perché è estremamente difficile. Il primo motivo è che abbiamo un'intera vita di accumulo di azioni che abbiamo ripetuto ed è molto difficile poi uscire da quell'identità che abbiamo creato».

E il secondo?
«Il secondo motivo, che è un tema chiave dello spettacolo, è che non c'è solo il karma individuale. C'è anche il karma familiare».

Che cosa significa?
«Significa che ognuno di noi viene al mondo e già prende il karma dei propri genitori. È una forma di eredità che noi conosciamo soltanto in un modo, diciamo al giorno d'oggi, ed è la genetica».

Lei arriva a dire che la genetica è una forma di karma.
«Sì. Io ho preso i geni dei miei genitori, ho preso una certa predisposizione a certe malattie, per esempio, del corpo, della mente e quant'altro. Il karma, in una visione più indiana e hinduista, ci dice invece che noi prendiamo molto di più di quello che crediamo».

Cosa prendiamo?
«Prendiamo anche lo stato d'animo dei nostri genitori quando ci hanno messo al mondo, prendiamo tutto il loro percorso, quello che hanno sognato, quello che hanno realizzato, ciò che li ha fatti soffrire, le loro ferite, la loro felicità, la loro gioia. Tutto. Prendiamo tutto questo e tutto questo diventa quello che siamo».

Quindi cambiare noi stessi può significare anche cambiare la traiettoria della nostra famiglia?
«Talvolta sì. E questa è la parte del talk che arriva con le corde più profonde nelle persone».

Questa visione del karma è stata facilitata dal fatto che lei vive in una società multiculturale e multireligiosa rispetto all'Italia?
«Sicuramente aver trascorso tanti anni in Oriente, ormai sono più di dieci anni che viaggio e vivo in Oriente, mi ha portato molte volte di fronte a questo termine. A volte anche in situazioni che mi hanno letteralmente scioccato».

Perché?
«Perché il karma, soprattutto in una visione induista, è veramente un modo per accettare tutto quello che succede nel mondo, anche negli orrori più grandi che ci sono, perché poi il karma è legato alla reincarnazione. Però nella mia esperienza posso solo accennare all'idea di reincarnazione, perché si tratta di una credenza in quel caso».

Vivere in Oriente le ha quindi permesso di confrontarsi direttamente con questa idea.
«Sì, vivere in Oriente mi ha portato spesso di fronte a quest'idea del karma. Noi qua in Italia magari pensiamo a Dio: “Dio ti vede, Dio ti punirà, Dio ti premierà”. Loro invece dicono che è karma, tutto fa karma. E soprattutto ti dicono: non ti preoccupare di quello che fanno gli altri, perché quello che fanno gli altri è il loro karma. Quello che fai tu è il tuo. Concentrati sul tuo, perché tutto è nelle tue mani».

Un altro tema dello spettacolo è la differenza tra dolore e sofferenza. Come la spiegherebbe?
«La differenza che vedo io non è una differenza in termini assoluti. La mia interpretazione è quella che ho guadagnato dal buddhismo, ovvero che il Buddha parlava di due frecce».

Cosa rappresentano?
«Diceva che quando soffriamo ci sono due frecce. Una è la freccia che ci colpisce da fuori. Viene scoccata da qualche parte, ci colpisce e ci fa male. Perché avere una freccia conficcata nelle nostre carni fa malissimo. Quindi, se vogliamo soffrire, quello è il dolore e quello non si può evitare».

Ci sono dolori inevitabili.
«Se ti capita qualcosa di orribile, se cadi e ti rompi un ginocchio, oppure perdi una persona a te cara, perdi il lavoro, insomma qualsiasi cosa ti dovesse capitare nella vita di doloroso, quella è la prima freccia. E la prima freccia è un dolore che non si può evitare. Anzi, bisogna forse imparare ad accettarlo come parte della vita, perché se non lo accetti, se lo rifiuti, si fa ancora più male».

E la seconda freccia?
«Il problema è che il Buddha diceva: quando vieni colpito da una freccia, invece di dire “fammi togliere questa freccia, fammi curare la ferita”, io rimango lì con la freccia e inizio a domandarmi: chi ha tirato questa freccia? Da dove arriva? Perché me l'hanno tirata? Cosa ho fatto per meritarmi tutto questo?».

È questa la seconda freccia.
«Esatto. Non arriva da fuori, ma è un dolore, una sofferenza che noi ci autoinfliggiamo attraverso i nostri pensieri, attraverso la reazione a quello che ci è successo».

Quindi qual è, in definitiva, la differenza tra dolore e sofferenza?
«Fondamentalmente questa: il dolore non si può evitare, mentre la sofferenza sì, perché la sofferenza è spesso causata dai nostri stessi pensieri sulle cose dolorose che ci capitano».

Ultimissima domanda. Immaginiamo lo spettatore più “distratto”, quello con meno bagaglio culturale su queste tematiche.
«So già chi è: è il marito che è stato costretto dalla moglie a venire alla serata».

Perfetto. Proprio a quel marito cosa vorrebbe che restasse alla fine dello spettacolo?
«Una cosa su tutte: forse direi che si può vivere questa vita con più serenità, con più leggerezza, con più semplicità e che il modo giusto di vivere questa vita è diverso per ognuno di noi. Ma è importante capire che dipende da noi, da noi stessi».

Quindi siamo noi a dover fare il primo passo.
«Sì, dipende da noi. Ma soprattutto siamo sempre qui a chiederci: “Perché non arriva quello che voglio?”, senza renderci conto che il karma però ce lo spiega: in realtà siamo noi a dover dare quello che vogliamo. E allora, se noi diamo qualcosa di importante, quel qualcosa di importante in qualche modo ci ritorna indietro».
Emilio Chiorazzo